Carissimi,
considero un dono prezioso del Signore il potermi rendere presente a ciascuno di voi, ancora una volta, per mezzo di questo breve Messaggio. È un modo concreto di prendermi cura della vostra fede, ma è, insieme, un’occasione per aprirvi il mio cuore e rendervi partecipi di ciò che ritengo fondamentale nel nostro comune cammino alla sequela del Signore Gesù Cristo. Mi è sempre presente e mi tocca personalmente la bella espressione di Sant’Agostino: «Per voi sono vescovo, con voi sono cristiano».
Insieme, come Chiesa di Dio che è in Torino, iniziamo il tempo santo della Quaresima. Nell’immaginario di molti, specie tra i meno giovani, questa parola evoca quasi spontaneamente l’idea di giorni tristi e di settimane interminabili. Non può che essere così, se ci concentriamo esclusivamente su noi stessi. La Quaresima finisce col sembrarci, infatti, lugubre e lunga, se pensiamo unicamente alle rinunce, ai sacrifici o ai mutamenti da fare per convertirci e cambiare vita. Ma tutto si trasfigura, come d’incanto, non appena ci lasciamo afferrare dalla mèta di questo tempo e dal fine di questo itinerario: la Pasqua di Cristo, il suo passaggio dalla morte alla vita, il suo passare dalle gelide tenebre del sepolcro alla calda luce di Dio.
Ci mettiamo perciò in cammino, come fecero i nostri padri per quarant’anni nel deserto, nella certezza di poter approdare anche noi alla terra promessa, quella più reale e più vera, l’unica patria davvero abitabile per degli uomini desiderosi di vita e di eternità, che è la Persona stessa di Gesù il Signore, il Crocifisso Risorto, il Risuscitato dai morti e il Vivente in eterno. Egli, non dobbiamo dimenticarlo, è la mèta del nostro itinerario quaresimale. Egli è il centro di tutto l’anno liturgico, perché è il cuore di tutta la vita cristiana. Mi piacerebbe perciò che riascoltassimo con animo umile e docile, come se fosse la prima volta e come se fossero dirette a ciascuno di noi, le parole vigorose e appassionate con cui l’apostolo Paolo, tanti anni fa, scuoteva i cristiani di Corinto: «Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede. … Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini. Ora invece Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti» (1 Cor 15, 14.19-20). Viviamo ogni anno lo stesso cammino perché si dilatino, nella nostra interiorità, gli spazi della speranza, che si fonda sul fatto di “incontrare Gesù Cristo risuscitato dai morti”. Affrontiamo, con le armi della preghiera, del digiuno e dell’elemosina il combattimento di sempre, quello contro le oscurità dei nostri cuori, perché possa risplendere in noi, più fulgida che mai, la luce sfolgorante del mattino di Pasqua.
Nell’imminenza ormai dell’Ostensione della Sindone, alla quale ci siamo preparati in questo anno pastorale con un particolare cammino diocesano, meditando sulla “Passio Christi, passio hominis”, la Passione di Cristo che dà valore e risposta di senso ad ogni sofferenza umana, vorrei offrire qualche semplice riflessione affinché ci diventi sempre più chiaro come la luce della risurrezione di Gesù sia capace di illuminare l’abisso del mistero della sua Passione e della nostra stessa sofferenza umana.
1. L’amore invoca amore
Quando si leggono i racconti evangelici della Passione di Gesù, si rimane sconvolti dalla ferocia con cui si accaniscono su di Lui il male e l’odio degli uomini. La folla, che poco prima lo aveva osannato, ora grida per chiedere la sua condanna; i soldati lo colpiscono con tutta la violenza di cui sono capaci. I passanti, poi, le autorità religiose del tempo e gli stessi malfattori crocifissi al suo fianco, vedendo il suo corpo pendente dalla croce, non soltanto non provano alcuna umana compassione, ma gli riversano addosso una ostilità che, con ogni probabilità, hanno covato e dilatato segretamente per anni. «E quelli che passavano di là – racconta l’evangelista Matteo – lo insultavano scuotendo il capo e dicendo: “Tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso! Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!”. Anche i sommi sacerdoti con gli scribi e gli anziani lo schernivano: “Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso”. Anche i ladroni crocifissi con lui lo oltraggiavano allo stesso modo» (Mt 27, 39-44). Si tratta di una violenza tanto più ripugnante in quanto si abbatte su un uomo innocente ed inerme e che, come dirà l’apostolo Pietro qualche tempo dopo, «passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui» (At 10, 38). Ma leggendo il Vangelo si rimane altrettanto sconvolti nel constatare come Gesù, nell’ora della sua Passione e Morte, rimane privo della vicinanza e del calore di quelli con cui Egli aveva condiviso tutto, di quanti aveva scelto, di coloro che erano diventati “i suoi”, che Egli aveva teneramente amato e stava amando, “fino alla fine”. Gesù soffre e muore solo ed abbandonato, privato della solidarietà dei discepoli ai quali si era umilmente legato con fiduciosa amicizia. Lo consola solamente la presenza di Maria, sua Madre, di Giovanni e di poche donne presenti accanto a Lui ai piedi della croce; tutti gli altri amici si erano dileguati.
Gesù patisce ed è letteralmente sopraffatto da questo male, da questa violenza e da questo odio. Egli attraversa tuttavia questa sua Passione con una singolare dignità. Questo è l’aspetto che più ci colpisce nel racconto evangelico della Passio Christi. Non solo: il Figlio eterno di Dio fatto carne fa di quella sua passione la più grande e la più benefica azione che sia mai stata compiuta. Egli infatti subisce il male, ma con la sua volontà lo trasfigura dall’interno, facendone l’atto della consegna fiduciosa, piena e definitiva nelle mani del Padre. La sua Passione diviene così il sacrificio salvifico con cui Gesù si offre totalmente al Padre; e con questo gesto suggella una vita vissuta nella certezza che Dio è il Padre suo, nel quale ripone tutta la sua fiducia, perché non può tradire mai. Mentre gli uomini lo insultano, lo schiaffeggiano, lo percuotono e dilaniano il suo corpo, Gesù, proprio in quel suo corpo martoriato e straziato fino al culmine, si consegna al Padre, abbandonandosi alla sua volontà di amore per tutti gli uomini, anche quelli che lo stanno uccidendo, nella fiduciosa certezza che Egli, proprio perché Padre, non potrà lasciare marcire nella tomba il suo Figlio diletto.
Infatti lo risusciterà il mattino di Pasqua. E questa risurrezione sarà la risposta di amore che il Padre offre all’amore con cui Gesù si è donato senza trattenere nulla per sé. L’amore della Passione e della Morte di Cristo ha invocato l’amore con cui il Padre lo resuscita “il terzo giorno”. Risuscitando Gesù dai morti, è come se il Padre celeste affermasse che l’offerta totale della vita di Cristo merita il dono di una vita ugualmente totale e senza riserve, una vita eterna, una vita che non potrà più essere corrotta dal tarlo della morte. Ma nello stesso tempo è come se dicesse anche a noi che la vita è autentica e realmente degna dell’uomo quando è offerta e donata fino all’estremo, così come ha fatto Gesù. Per questo noi cristiani, pur conoscendo Cristo risorto dai morti, non cessiamo di raffigurare e contemplare, in modo quasi paradossale, Gesù sofferente nella Passione e crocifisso. È il nostro modo di ricordare, di riportare alla memoria del cuore, che la risurrezione costituisce un invito a ritornare sempre e di nuovo alla croce di Cristo, per vedere ciò che realmente è stata ed è: non l’ennesimo “fatto di sangue”, ma il luogo in cui si manifesta chi è Dio e, perciò, che cosa può essere e diventare l’uomo, quando è fedele alla sua chiamata all’amore.
2. Risurrezione di Cristo e passione dell’uomo
Proprio perché è capace di illuminare la sua croce, la risurrezione di Gesù illumina anche le nostre stesse croci, le nostre passioni. Se in molteplici modi veneriamo il crocifisso e se abbiamo sentito la necessità di conservare la Sindone, venerarla e contemplarla, come faremo tra breve, è anche perché avvertiamo che la croce di Cristo richiama da vicino le molte croci dell’umanità. Infatti la sua Passione ci rimanda al mistero del male che troppo spesso ci colpisce, ci fa soffrire e ci schiaccia. Noi veneriamo la croce di Cristo e passiamo oranti davanti al telo sindonico anche perché sappiamo, nella fede, che la luce della Pasqua, illuminando la passione di Gesù illumina anche le numerose passioni di noi tutti.
La risurrezione del Signore dice anzitutto che la sofferenza, anche la più atroce e lunga, “è a termine”, ha una fine. Sappiamo molto bene come ci siano delle malattie, delle tribolazioni, dei sentimenti di tristezza e angoscia che ci possono togliere il gusto di vivere e possono indurci a pensare o sentire che la vita è sotto il dominio del male. Ciascuno di noi conosce persone che vivono a livello fisico, psicologico o spirituale, una via crucis che appare interminabile. E forse anche a noi stessi è dato di essere alle prese con una sofferenza prolungata o di aver vissuto o vivere, in questo stesso momento, una angoscia ed un buio interiore, che sembrano un tunnel senza uscita. Gesù risorto ci assicura invece che il male, ogni male, anche quello della morte, è ormai arginato, avrà un termine. Esso continua a toccarci, a ferirci e a prostrarci in mille modi, ma la risurrezione del Signore è come una diga che ci garantisce che, nonostante tutto il suo impeto e la sua violenza, il male non potrà mai vincerci in modo definitivo.
Non dobbiamo inoltre dimenticare che “conoscere” Gesù Cristo risorto non è un fatto meramente intellettuale. Significa vivere di Lui e in Lui. San Paolo, che ne ha fatto esperienza profonda, può affermare: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2, 20). Abbracciati a Lui, il Vivente, ci è offerta così la possibilità di attraversare la notte della sofferenza e della passione, facendo della nostra stessa vita un’offerta gradita a Dio, perché vissuta nella fiducia che Egli è e continua ad essere Padre buono, più forte, nella sua bontà, del male che ci attanaglia e, all’apparenza, sembra piegarci e sottometterci. Il male rimane male, non possiamo negarlo, e la sofferenza non va ovviamente cercata. Anzi, “sapendo” della risurrezione di Gesù, siamo ancora più capaci di riconoscere tutto ciò che è male e sofferenza e di chiamarli per nome! Ma quando ci colpiscono sappiamo anche che si schiude per noi la possibilità, nella comunione con Cristo risorto, di offrirci a Dio Padre e di continuare a cercare, come nelle situazioni di gioia e di benessere, la sua volontà, che è sempre una volontà di bene e di redenzione dal male, per noi e per tutti gli uomini.
Come credenti nel Risorto ed abitati intimamente da Lui, diveniamo anche capaci di accorgerci dei tanti germi di risurrezione che, già in questa vita terrena, possiamo incontrare. Abituati a guardare Cristo, assumiamo “occhi di risurrezione” per vedere quel che già profuma di vita eterna: i giovani che cercano un senso autentico alle loro esistenze e si sforzano di crescere nel dono della vita; le mille iniziative di solidarietà che continuano a pullulare attorno a noi; la determinazione e la tenerezza con cui molti si fanno carico delle situazioni di povertà e di dolore altrui; la fedeltà di molti coniugi e il loro impegno nell’educare i figli; la serietà con cui parecchi adulti vivono il loro lavoro e le loro responsabilità; il senso della giustizia che anima molti singoli e varie associazioni… Il bene non fa rumore, in genere; per questo non fa neppure notizia. La risurrezione di Cristo ci rende capaci di vederlo e di dargli il posto che gli spetta!
Infine Gesù Risorto da morte ci offre la forza per spandere vita e offrire occasioni di risurrezione attorno a noi. Non è un caso che i cristiani abbiano sentito, sin dall’inizio del cristianesimo, la spinta a concretizzare in una carità fattiva e profetica la loro fede nel Signore Risorto. San Paolo parla di una «fede operosa per mezzo della carità» (Gal 5, 6). Poiché apparteniamo a Lui sappiamo di doverlo rendere presente con il dono della nostra stessa vita là dove altri uomini vivono il loro venerdì santo di sofferenza e di dolore. È auspicabile, in tal senso, ridare anima alla preziosa iniziativa diocesana della “Quaresima di fraternità”, affinché sia l’occasione, per i singoli cristiani come per le comunità di questa amata nostra Chiesa di Torino, di testimoniare un amore fraterno di condivisione come frutto della nostra comunione col Risorto.
3. Risorti dal peccato
Quanto ho detto finora a riguardo del grande tema della risurrezione di Cristo, l’evento centrale di tutta la nostra fede, che dà significato e valore salvifico ad ogni situazione di sofferenza nostra e dei fratelli, ha bisogno di un passo ulteriore nella nostra riflessione.
Se ci mettiamo in sincero ascolto delle donne e degli uomini del nostro tempo e se vogliamo farci carico di tutte le difficoltà che essi incontrano non possiamo non considerare quelle grandi sofferenze sommerse, perché sepolte nell’intimo della coscienza, che sono quei molteplici tormenti interiori, che sono frutto di svariate situazioni di peccato. Entrando con la fede e la preghiera dentro il mistero della Passione di Gesù non possiamo dimenticare quello che ci dice l’apostolo Pietro: «Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia, dalle sue piaghe siete stati guariti» (1 Pt 2, 24). Qui, come si vede, si parla di una guarigione spirituale dal peccato, che dobbiamo con tutto il cuore cercare di ottenere come dono e frutto della Passione del Signore. Già Isaia, nel suo quarto cantico del servo di Jahve, ricordava il tragico peso dei peccati dell’umanità, di cui il futuro Messia si sarebbe fatto carico per espiarli col sacrificio della sua vita: «Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità … il Signore fece cadere su di lui l’iniquità di noi tutti» (Is 53, 5-6).
In un tempo come il nostro, in cui domina una diffusa cultura secolarizzata, per cui nella sensibilità di molti si è attenuato se non addirittura scomparso il “senso del peccato”, vorrei risvegliare le coscienze di tutti per convincerci degli enormi disastri che il peccato provoca nella vita delle persone, delle famiglie e della società. Quando la legge di Dio non è più considerata importante nella vita delle persone dobbiamo avere il coraggio di riconoscere con realismo le gravi conseguenze negative che sono sotto gli occhi di tutti. Quante persone vivono nel tormento e nella disperazione perché il disordine morale è diventato per loro uno stile di vita. Quante famiglie nate dall’amore limpido e sincero degli sposi finiscono col frantumarsi perché quel patto d’amore che le aveva fondate non è rimasto ancorato alla grazia del Sacramento e alla misericordia di Dio che avrebbe sanato ogni ferita o fragilità morale donando l’energia interiore necessaria per una perseverante fedeltà, condizione indispensabile per la gioia degli sposi e la serenità dei figli.
Se poi il nostro sguardo si allarga sull’intera società non possiamo negare il degrado morale nel quale precipitano le persone quando il peccato entra nel loro cuore. Le stesse notizie che arrivano ogni giorno nelle nostre case ci offrono un quadro sufficientemente eloquente di quanta sofferenza c’è nel mondo provocata dalle tante trasgressioni alla legge di Dio. Nei confronti di queste situazioni dobbiamo evitare sia l’assuefazione come pure il fatalismo. Sappiamo che il bene è più forte del male. Per questo noi, discepoli di Gesù, non ci stanchiamo di annunciare con convinzione che l’amore di Dio, se accolto, è sempre vittorioso su ogni nostro peccato. Isaia ce lo ricorda con queste parole: «Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve. Se fossero rossi come porpora, diventeranno come lana. Se sarete docili e ascolterete, mangerete i frutti della terra. Ma se vi ostinate e vi ribellate, sarete divorati dalla spada, perché la bocca del Signore ha parlato» (Is 1, 18-20). Il compimento di questa Parola lo si vede quando Gesù, in persona, nel giorno della sua risurrezione, entra a porte chiuse nel Cenacolo, dove gli Apostoli sono rinserrati per paura dei Giudei, e porta loro, come primizia della sua Pasqua, il dono della sua pace insieme al mandato di perdonare i peccati: «Venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi”. Detto questo soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati saranno perdonati, coloro a cui non perdonerete non saranno perdonati”» (Gv 20, 19.22).
Non possiamo quindi dimenticare che la “passio hominis” comprende anche quelle tante ferite e tribolazioni che rendono amara e a volte disperata la vita di molte persone a causa del peccato. Però se il nostro cuore umile e pentito si apre all’amore di Gesù crocifisso e risorto anche le sofferenze provocate dal peccato saranno eliminate, in quanto la “Passio Christi”, cui è seguita la risurrezione, ci porta in dono la misericordia, il perdono e quindi la possibilità di una vita nuova.
Se questo noi cercheremo, nella celebrazione della Pasqua potremo sperimentare una “risurrezione integrale” come risposta di senso alle tante sofferenze fisiche, psicologiche, affettive o di qualunque altro genere e, nello stesso tempo, come guarigione spirituale da ogni situazione di peccato, in quanto incontrando il Risorto partecipiamo alla sua vittoria sulla morte e sul peccato.
Mi auguro che la prossima Ostensione della Santa Sindone porti davvero conforto e forza a quanti vivono situazioni di sofferenza ed offra a tutti la possibilità di far esperienza che, a livello spirituale, una vita nuova può ricominciare, come ci raccomanda San Paolo: «Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio, rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra» (Col 3, 1-2).
Conclusione
Carissimi, viviamo bene il tempo favorevole della Quaresima in modo che a Pasqua ci sia data la grazia di vedere nella fede Gesù risorto e di constatare, come san Tommaso, che Egli porta ancora le piaghe della Passione, perché ci ha amato fino a consegnarsi alla morte per noi. Auguro a me e a tutti voi di lasciarci riempire, fino all’orlo, dello Spirito del Risorto, per gustare la gioia ineffabile di una vita nuova: una vita capace di attraversare nella compagnia del Signore anche il dolore e la morte ed ogni situazione di peccato. Così saremo capaci di spargere attorno a noi, con la solidarietà e la cura della vita altrui, il profumo della risurrezione del Signore. Perché, come dice la poetessa Alda Merini, «Gesù ci ha avvicinati tutti l’uno all’altro. Dopo Gesù qualcuno ha imparato a guardarsi negli occhi, a porsi delle domande, a capire che l’altro non era solo una merce». Che l’essere guardati dagli occhi lucenti del Risorto sia per noi la forza per avvicinarci all’altro e, guardandolo negli occhi, specie se è affaticato, sofferente o prostrato dal male, donargli un’autentica partecipazione alla gioia della risurrezione.
Torino, 17 febbraio 2010
Mercoledì delle Ceneri
+ Severino Card. POLETTO
Arcivescovo di Torino