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Domenica 7 febbraio 2010
 
I LUNEDÌ DEL SANTO VOLTO - L'INTERVENTO DI GABRIELLA CARAMORE DEDICATO AL DIFFICILE RAPPORTO CON LA VERITÀ NEL CAMMINO DELL'UOMO
Alla ricerca della libertà
 


La vera libertà non è per se stessi, ma è intimamente connessa con la fedeltà alle vittime della storia, agli ultimi della terra. Si potrebbe forse riassumere così il senso dell'intervento, lunedì 1° febbraio al Santo Volto, di Gabriella Caramore, conduttrice del programma di Radio Rai "Uomini e profeti", sul tema "Fedeltà e libertà nelle religioni". Introdotta da don Ermis Segatti, referente per la Cultura e l'Università della diocesi, la relatrice ha ristretto lo spazio della propria indagine alla tradizione cristiana, per partire da considerazioni sul legame tra la libertà e la verità, che sono due tra "i più grandi enigmi della vita umana".

L'"ambiguità" della verità risiede nel fatto che "verso di essa vi è un'ispirazione irrinunciabile nel cuore umano, però vi è un'altrettanto irrinunciabile propensione alla menzogna. Cerchiamo la verità, però quando crediamo di averla raggiunta e di possederla diventa un'altra cosa, diventa la nostra opinione. (…) Eppure la verità ci sta davanti e siamo chiamati a cercarla". La stessa cosa accade con la libertà, che l'uomo cerca a volte a costo della propria vita, eppure "quando l'abbiamo raggiunta, o crediamo di averla raggiunta, ecco che si trasforma in una nuova schiavitù, per noi o per gli altri". "Quante volte - ha aggiunto citando la Rivoluzione Francese e quella sovietica - è accaduto che una guerra di liberazione si sia trasformata in uno stato di oppressione?".

Il filo rosso della relazione è stato il riferimento letterario allo scrittore russo del secolo scorso Vasilij Grossman, dapprima convinto comunista che in seguito, "malgrado se stesso", comincia a raccontare nei suoi romanzi - che in Russia saranno pubblicati solo all'epoca di Gorbaciov - ciò che vede, perché "non può più tacere a sé e al mondo". Ecco che la libertà si intreccia alla verità, perché Grossman vuole dire la verità "ma deve sentirsi libero per dirla, e ha pagato duramente la sua scelta di non mentire. Fu emarginato, e i suoi manoscritti censurati e sequestrati".

Certo non immaginava "che quelle sue parole avrebbero poi trovato una strada verso la libertà, perché la libertà, anche se oppressa, soffocata, uccisa, il suo sentiero difficile alla fine riesce a tracciarlo". Ma c'è un altro aspetto della libertà che possiamo derivare dalla Bibbia, "un'epopea della libertà". Da una parte, nella Bibbia la libertà emerge nel suo "assoluto primato, ma anche in tutta la sua problematicità", fin dall'uscita dell'uomo dal giardino dell'Eden. "La storia degli uomini comincia con la possibilità di scegliere, obbedire o non obbedire. Perciò dobbiamo essere in qualche modo grati alla coppia primigenia per aver marcato, con la loro disobbedienza, la libertà della loro scelta". Una libertà pagata a caro prezzo, "con tutta la miseria ma anche la grandezza della nostra storia".

Anche il rapporto di Dio col suo popolo è all'insegna della libertà. Anzi, della "liberazione, perché è Dio che libera gli schiavi d'Egitto", e a questo dono "corrisponde una faticosa acquisizione della dimensione di libertà da parte del popolo. È facilissimo rimpiangere la schiavitù. Basta trovarsi in nuove difficoltà e ci si dimentica dell'umiliazione subita". La "brama di schiavitù" di cui parla la Bibbia si insinua facilmente "nelle relazioni tra le persone, nei rapporti di lavoro, nei dinamismi politici, anche in quelli religiosi. Ciascuno cerca di dominare l'altro, e c'è chi prova piacere a farsi dominare, nell'illusione che piccoli luccicanti privilegi possano sostituire la dignità e il senso di una vita umana".

D'altra parte, come scriveva Simone Weil, "i tiranni sono coloro che riescono a far sognare agli altri i loro sogni" e, specularmente, "i popoli schiavi - commenta la Caramore - sono quelli che proiettano i loro sogni su quelli del capo che li governa. Come ci dimostrano i consensi, presunti o reali, che alcuni dei nostri governanti riscuotono".

La problematicità della libertà deriva dal fatto che "se non è sopportabile la libertà, neppure la schiavitù lo è. Tutti i salmi risuonano di una domanda di liberazione". La morale da trarre è che la libertà "non la si conquista una volta per tutte, è un processo e non uno status", darla per acquisita ne comporta il fallimento. Ma qual è il senso della libertà che Dio ci dona e a cui noi dobbiamo rispondere? "L'unica risposta possibile è che chi l'ha ricevuta in dono a sua volta la doni a chi ne è privo, a chi non ha saputo rispondere".

È un rischio, ma che va osato, "perché non esiste una libertà solo per me. Solo creando il bene dell'altro, creiamo le condizioni di bene anche per noi", per cui la libertà è sempre legata alla responsabilità per gli altri. L'economia della libertà "non è nella conquista, ma nel dono". Paradigmatico di questa libertà è Gesù, di cui la Caramore ha riletto gli episodi principali narrati dai vangeli come dimostrazione del fatto che "agisce sempre da uomo libero".

Ma cosa spinge Gesù, e i tanti altri martiri della libertà a non sottrarsi, a non sfuggire? "Al fondo di ogni gesto di libertà c'è una fedeltà, che non è un correttivo della libertà, ma ne è la sorgente". Fedeli a chi, a che cosa? "Non dobbiamo essere fedeli a noi stessi. Bonheffer diceva: 'Signore liberami da me stesso'. Ma neanche alla nostra identità, alla nostra terra, al nostro recinto, alla nostra 'roba', e neppure alle chiese, se queste hanno più dottrina che misericordia, più ascolto di se stesse che della parola di Dio, più cura di sé, della propria immagine del proprio ruolo, che dei derelitti della terra". "A chi dobbiamo essere fedeli - s'è domandata - se non alle vittime della storia, agli esclusi?".

C'è però un problema di mancanza e di debolezza nella fede, anche nelle comunità cristiane. È quanto ha sostenuto don Segatti: "una grande povertà" che rende difficile amare profondamente i poveri, come richiede il Vangelo, "perché la fede è diventata una variabile dipendente, non ci si crede più". La fede non in un insieme di teorie, ma nella persona di Gesù, come ha spiegato il cardinale Severino Poletto: "Il cristiano deve dare testimonianza di agire con fedeltà alla parola ma soprattutto ai comportamenti di Gesù, che si è messo a servire. È solo nell'amore, che vuol dire vivere per gli altri, che ci realizziamo".

Anche chi non crede "arriverà alla salvezza con la rettitudine della propria vita, perché come dice Paolo 'non di tutti è la fede, ma tutti sono chiamati alla salvezza'". Il prossimo appuntamento con i lunedì culturali al Santo Volto - l'ultimo prima dell'Ostensione - è fissato per il 1° marzo, con l'arcivescovo di Chieti-Vasto mons. Bruno Forte, sul tema "Il volto di Cristo per l'uomo di oggi".

Fabrizio ASSANDRI

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