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 Home Page » Media » La voce del Popolo » Archivio articoli / settimana » Domenica 9 ottobre 2011 » La «corda» del debito 



La «corda» del debito   versione testuale






STATI E SPECULATORI
La «corda» del debito
 
I debiti pubblici di molti Stati («debiti sovrani») stanno riempiendo di turbolenze le economie, con la loro necessità di richiedere al mercato dei capitali rinnovi continui dei titoli che devono rifornire di denaro le esangui casse delle pubbliche tesorerie.
 
Inseguendo le leggi fondamentali della domanda e dell’offerta gli investitori, o speculatori come bisogna intenderli e non soltanto risparmiatori, stanno chiedendo interessi sempre maggiori per i titoli pubblici, approfittando del nodo scorsoio ormai stretto intorno al collo dei pubblici amministratori. La situazione pare giunta vicinissima al punto di rottura tanto che si fa balenare il cosiddetto rischio di default o fallimento di alcuni Stati. Nel frattempo le statistiche, soprattutto in Europa ma anche nelle Americhe e in Asia, danno conto di un continuo aumento del livello totale dei debiti pubblici di molti Stati, fra cui l’Italia.
 
A ben vedere ci si dovrebbe stupire che alcuni dimostrino di stupirsi del fenomeno, utilizzandolo come specchio per vari giudizi sulle politiche economiche nazionali. Infatti, almeno per la cosiddetta area euro, regolata dagli accordi di Maastricht, l’aumento dei debiti pubblici appare come una normale e logica conseguenza di una semplice clausola, che permette agli Stati membri di gestire un deficit annuale dei bilanci pubblici pari al 3 per cento del PIL. Orbene, se si ammette un deficit del bilancio annuale, automaticamente si ammette che le spese annuali debbano essere sostenute con un indebitamento, pari almeno alla parte mancante del bilancio. In sostanza un aumento del debito pubblico.
 
Certo si può dire che il deficit ammesso avrebbe dovuto costituire una eccezione temporanea, ma nella realtà si è trasformato in una prassi annuale, perseguita per più anni consecutivi, quasi reclamata come strumento di una politica keynesiana «di deficit spending» per il sostegno dell’economia, soprattutto in questi tempi di difficoltà generalizzate.
 
Nei periodi di sviluppo, espresso nel livello del PIL, si potevano contenere gli effetti negativi con l’aumento del gettito fiscale derivante dall’andamento dei redditi e degli scambi, ma dopo la crisi iniziata con l’esplosione del fenomeno dei mutui sub prime americani, il sistema ha incominciato a dare segnali di insopportabilità. Purtroppo non è più possibile immaginare di ridurre gradualmente i debiti pubblici con un aumento del PIL, alla luce delle previsioni poco ottimistiche. Il problema va affrontato alla radice, innanzitutto eliminando al possibilità di approvare bilanci preventivi in deficit. In questo senso l’indicazione degli organismi europei di porre nelle Carte costituzionali il divieto di deficit appare come una decisione fondamentale. Subito dopo però occorre stabilire il metodo per ridurre il debito, il che può essere fatto soltanto o con risparmi nella spesa pubblica o con prelievi fiscali straordinari, come ad esempio le imposte patrimoniali, magari anche combinando le due cose.
 
Restano però da spiegare ai cittadini le cause originarie dei debiti e della loro progressione storica, non tanto per una informazione per così dire culturale,
quanto piuttosto per far capire come la necessità di provvedere derivi da comportamenti collettivi che hanno provocato spese sempre maggiori e superiori alle risorse effettivamente disponibili. Un tempo, nei secoli passati, i debiti pubblici si formavano come conseguenze inevitabili di eventi eccezionali, come carestie, epidemie e guerre, ma in genere si riusciva a rientrare in equilibrio con il ritorno della ordinarietà. Basti ricordare come nel Piemonte del Settecento, con le devastanti guerre di quel secolo, si osserva che il carico fiscale cresciuto addirittura del doppio ritornava al livello precedente. Le guerre guerreggiate durante il Novecento portarono a debiti pubblici che per la maggior parte lasciarono resti importanti nelle contabilità nazionali.
 
Una analisi più attenta dei debiti pubblici odierni mette in evidenza come essi siano essenzialmente frutto di decisioni politiche di governanti desiderosi di dimostrare ai loro amministrati la propria capacità di offrire servizi e benefici sempre maggiori, senza più tenere conto delle risorse veramente disponibili. Il fenomeno pare essere stato esaltato dal confronto fra i due mondi in gara durante la guerra fredda, per assicurarsi la palma del migliore governo come il più capace di tutelare i cittadini. Forse anche il bipolarismo all’interno degli Stati suscita meccanismi similari, con la pretesa di essere in grado, rispettivamente e a turno di offrire maggiori benefici.
 
Oggi si assiste quasi ad una gara inversa, con la richiesta che sia il competitore ad assumersi la responsabilità delle decisioni amare che il debito pubblico richiederebbe, con la riduzione dei benefici.
Giuseppe BRACCO
Testo tratto da «La Voce del Popolo» del 9 ottobre 2011
 
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