In Italia più che altrove
Non è la «cultura» dello slow food ad aver sconfitto i nani e le ballerine. Non è la meteorologia snob ad aver mandato a casa i grandi fratelli. In questi 17 anni molti si sono illusi che «fare opposizione» significasse soltanto scegliere divertimenti alternativi. La crisi che ora toglie dal centro della scena un certo «nulla di destra» non è certo una vittoria del «nulla di sinistra». L’Italia è oggi anello debole di una catena tutta infragilita da almeno 30 anni – da quando Stati e governi hanno abdicato al «primato della politica» illudendosi e illudendo sull’inizio di un’era di pace, stabilità, prosperità che avrebbe dovuto essere – appunto - «globale». Di globale invece c’è soprattutto l’instabilità dei sistemi statuali, l’impotenza a regolamentare le finanze creative; e la guerra, militare ed economica.
La crisi italiana mette in evidenza il tratto principale della globalizzazione: l’interdipendenza fra Stati e sistemi economici. Per molti versi questi legami sempre più stretti rappresentano una garanzia per il presente e anche l’orizzonte «obbligato» del futuro. Un orizzonte, però, in cui il vero rischio è l’eclissi della politica. C’è (in Italia più che altrove) una spirale viziosa del consenso ad ogni costo cui uomini e partiti si ritrovano avvitati, e che produce effetti perversi: perché non si troverà mai il «sondaggio» che autorizzi ad aumentare le tasse, diminuire il debito pubblico, razionalizzare la burocrazia (come invece, a parole, tutti vorremmo fare).
Il peggioramento della qualità della politica si collega, così, strettamente al peggioramento della qualità della vita: il populismo facile interpreta bene i «gusti» più semplici degli elettori e li traduce in maggioranze; alle urne, i divi e i soldi vincono sempre sul discernimento. Ma proprio la genericità di programmi e obiettivi, la scarsa preparazione del personale politico, rendono poi inattuabile qualsiasi scelta. E, simmetricamente, l’inefficacia dei governi si traduce in peggioramenti obiettivi delle condizioni di vita dei cittadini.
L’Italia è già andata molto avanti lungo questa strada, e ora è chiamata non solo a rivedere i conti ma a ripensare la propria identità «politica» in termini diversi da quelli del facile populismo televisivo. Sapendo, tuttavia, che nella nuova era dei «tecnici» al risanamento economico deve accompagnarsi una «restaurazione della politica», ugualmente necessaria e urgente. Altrimenti il potere dei tecnici rischia davvero di schiacciare e umiliare quell’esercizio della democrazia che è alla base delle libertà occidentali: partecipazione, dibattito, articolazione dei poteri, regole di controllo non sono «optionals» ma momenti fondamentali della vita istituzionale. Se i «tecnici» dovessero servire, anche al di là delle loro intenzioni, ad affossare la credibilità e il ruolo del dibattito politico (non solo nelle «forme partito», evidentemente), il prezzo da pagare sarebbe sempre troppo alto. A meno che non si abbiano come modelli di «democrazia» quelli della Cina o di Singapore.
Marco BONATTI
Testo tratto da «La Voce del Popolo» del 20 novembre 2011