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 Home Page » Media » La voce del Popolo » Archivio articoli / settimana » Domenica 27 novembre 2011 » Cultura? Più qualità e meno «assessorati» 



Cultura? Più qualità e meno «assessorati»   versione testuale






Cultura? Più qualità e meno «assessorati
 
In momenti di crisi bisogna avere la capacità di guardare avanti. È solo con questo coraggio che si possono guadagnare i consensi necessari a operazioni difficili come quelle a cui siamo chiamati.
 
Nel caso torinese/piemontese di questi ultimi 18 anni la cultura è stata un primario fattore di cambiamento e di sviluppo. Gli investimenti sono stati ingenti, e hanno avuto nella Città di Torino, prima, e poi anche nella Regione Piemonte, il motore trainante. Non vi è chi non riconosca che ciò è avvenuto con effetti positivi (si pensi all’immagine della città e alle ricadute sul turismo). La questione diviene ora: è possibile/opportuno mantenere lo stesso tasso di sviluppo?
 
La risposta, a mio parere, è no. Ma non primariamente per una ragione economica, bensì per evitare un eccesso di offerta che avrebbe come conseguenza una dequalificazione della medesima. Quest’affermazione non ha nulla in comune con la retorica ideologica di chi predica i tagli nella cultura o fantastica di una sua gestione secondo impossibili criteri economicistici. Al contrario bisognerebbe convincersi che il livello di investimenti raggiunto oggi deve passare dall’eccezionalità alla normalità, ovvero che le spese per la cultura devono essere considerate un elemento essenziale e acquisito del welfare.
 
Ma non sarebbe intelligente pensare all’apertura di nuove iniziative (nuovi musei, nuovi festival). Occorre evitare di infarcire smisuratamente un’area culturale come quella di Torino già densa di eventi.
 
Occorre invece mantenerne e qualificarne la qualità, ma soprattutto promuoverne la diffusione. Gli studi sulla città hanno evidenziato una percezione molto diversa tra centro e periferie della positività dello sviluppo di Torino. Su queste bisogna cominciare a lavorare. Analogamente per ciò che riguarda il rapporto tra città metropolitana e centri della provincia. Anche il territorio complessivo della provincia è bisognoso e suscettibile di enormi miglioramenti. Il passaggio (e l’incremento) deve andare tutto in direzione dell’estensione della fruizione culturale e della sua stessa produzione. In favore dunque di nuove fasce di pubblico e di nuove (giovani) generazioni di produttori. Quindi più investimenti in cultura, ma a patto che non riguardino né le consuete aree centrali né i tradizionali percettori.
 
Resterebbe da vedere chi, politicamente, possa assumersi il compito di questa rivoluzione culturale. In passato, come accennato, è stata anzitutto la Città, e poi la Regione, a farsene promotore. Oggi i soggetti si sono moltiplicati, includendo le fondazioni ex bancarie, e le sempre più numerose fondazioni culturali autonome. Nasce un problema complessivo di «governance» di una realtà ormai policentrica. Come numerose esperienze hanno testimoniato (dalle Olimpiadi all’ostensione della Sindone alle celebrazioni per i 150 anni dell’unità) solo un organismo di coordinamento complessivo è in grado di garantire buoni risultati.
 
Pur riconoscendo il loro grandissimo merito storico è ora di dire che i diversi assessorati alla Cultura mostrano ora la loro insufficienza. Occorre perciò procedere, a mio parere, in due direzioni, apparentemente tra loro contradditore: definire con chiarezza i compiti esclusivi di ciascun ente (in prima approssimazione e con larga semplificazione: alla Regione il compito legislativo e di programmazione oltre all’assunzione di quegli istituti che rivendica a sé per la loro importanza regionale; ai Comuni il controllo e l’onere di quegli enti che non hanno valenza eccedente i confini municipali; alle Province il coordinamento di progetti intercomunali).
 
L’esercizio di questi compiti, assicurate le risorse necessarie, deve essere svolto in forma esclusiva da parte di ciascun ente (tramite il proprio assessorato). Ma tutto ciò che non può ricadere in questa suddivisione va – ed è questa la seconda e apparentemente contraddittoria direzione – gestito da un’unica authority culturale, una specie di holding in cui confluiscano le risorse dei diversi enti pubblici e privati.
 
Vedo in questa prospettiva complessiva una valorizzazione del ruolo degli attuali assessorati e non una riduzione della loro importanza. Chiarite meglio le responsabilità di ciascuno, diviene più semplice operare, mentre al tempo stesso alla funzione politica, a cui non è saggio rinunciare, è restituito il compito di individuare grandi obiettivi strategici e di catalizzare le forze in quelle direzioni.
 
Certo un’epoca è finita, quella del politico della cultura a metà tra l’impresario organizzatore e il mecenate. Ne comincia però una nuova, quella in cui, attraverso la cultura, si rendono leggibili a tutti i cittadini le direzioni di sviluppo di una città e di un territorio, la loro sognata identità. La cultura deve anticipare questo sogno: accogliere e integrare senza uniformare; promuovere tutti e attraversare la vita di ciascuno; indirizzare verso ciò che deve ancora venire.
 
Quando propongo di candidare Torino a Capitale europea della cultura non immagino una mostruosa macchina di eventi e di glamour, penso piuttosto alla nostra vocazione di luogo di frontiera, che può legittimamente proporsi come terra d’incontro delle diversità di lingua e di cultura della nostra Europa, e sostengo verso quella che è già una vocazione di Torino, città a metà strada tra Roma e Bruxelles.
Ugo PERONE
Assessore alla cultura Provincia di Torino
Testo tratto da «La Voce del Popolo» del 27 novembre 2011
 
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