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Dopo l'emergenza torna il Parlamento   versione testuale







Dopo l'emergenza torna il Parlamento
 
Varata la manovra per rispondere alle richieste dell’Europa e dei mercati finanziari, la politica si è ritrovata all’anno zero perché sono saltate le coalizioni che hanno caratterizzato la seconda Repubblica: a destra la Lega è passata all’opposizione rompendo con il Pdl, a sinistra Di Pietro e Vendola hanno abbandonato l’alleanza con il Pd, mettendo in soffitta la foto «unitaria» di Vasto. Sia pure con problemi interni Pdl, Pd e Terzo Polo hanno retto l’assalto parlamentare alle nuove misure finanziarie; inoltre hanno anche respinto l’attacco dei Radicali, e di molti media, alla Chiesa, non accettando le tesi di Bossi e Di Pietro sull’Ici, limitandosi a richiedere una verifica sull’applicazione delle norme, come per altro aveva indicato il card. Bagnasco. I tre partiti hanno sottolineato a Montecitorio la funzione sociale delle Chiese e del volontariato, anche se alcuni giornali parlano dell’Ici come se riguardasse esclusivamente il mondo cattolico, con una ingiusta sottovalutazione delle organizzazioni laiche del non-profit.
 
Napolitano insiste perché il Parlamento, da oggi alla scadenza naturale della primavera 2013, metta mano alle necessarie riforme istituzionali, a cominciare dalla legge elettorale. In altre parole un clima da 1947, quando i maggiori partiti, Dc, Pci, Psi, area laica, raggiunsero un significativo accordo sulla Carta costituzionale. In questo contesto il capogruppo del Pd alla Camera, Franceschini, ha proposto il ritorno al sistema proporzionale, non essendo possibile per il Pd governare con Di Pietro e Vendola (come staremo in Europa?), e per il Pdl mantenere un’alleanza con una Lega sempre più scissionista (siamo giunti nel Veneto alla proposta di non pagare le nuove tasse per l’Imu, con una grave violazione dei principi costituzionali che reggono lo Stato unitario). Se la proposta Franceschini avrà accoglienza (il Terzo Polo è favorevole, i veltroniani e gli ex missini contrari), il sistema politico italiano cambierà radicalmente, ritornando allo schema delle alleanze (non eterne) tra formazioni diverse, sulla base di un preciso programma, ovviamente di mediazione.
 
Dopo la fase del potere personalistico si tornerebbe al ruolo centrale del Parlamento, con deputati e senatori eletti o con le preferenze o con i collegi uninominali; contestualmente si dovrebbe varare una netta riduzione dei parlamentari ed una divisione dei compiti tra Camera e Senato.
Il dialogo tra i partiti porta con sé anche una indispensabile ripresa della politica di concertazione tra il governo e le forze sociali; al riguardo Napolitano, vero arbitro delle istituzioni, è intervenuto fermamente per porre fine allo scontro, molto duro, tra le donne ai vertici della società italiana: il ministro del Lavoro Elsa Fornero, il presidente della Confindustria Emma Marcegaglia, il segretario della Cgil Susanna Camusso. Il ministro del Lavoro, sostenuta dalla Confindustria, ha parlato di modifica dell’art. 18 sui licenziamenti, ricevendo una replica durissima non solo dalla Cgil ma anche da Cisl e Uil. Monti e il ministro dello Sviluppo Passera non hanno condiviso la forzatura della Fornero, rilanciando la linea del dialogo e della concertazione con le forze sociali, rifiutando ogni ipotesi di scontro.
 
Ancora il ministro Passera ha insistito per l’avvio della fase due, dopo questa manovra «lacrime e sangue», con la priorità alla crescita e allo sviluppo. Questi stessi temi sono stati posti dal presidente del Consiglio europeo Van Rompuy, belga, alla prossima riunione dei 27 Paesi; sembra prevalere un’opinione diversa rispetto alla rigidità della Merkel e di Sarkozy, sul modello statunitense: non solo rigore nei bilanci statali, ma attenzione significativa al dramma della disoccupazione (in Italia riguarda soprattutto i giovani dai 15 ai 30 anni).
 
Il 2012, chiusa la fase berlusconiana, dovrebbe essere quindi caratterizzato da un periodo di dialogo e di riforme sia sul versante politico sia su quello sociale. Chi pensa ad elezioni anticipate, come ha detto Napolitano, non ha a cuore il bene del Paese.
Mario BERARDI
Testo tratto da «La Voce del Popolo» del 25 dicembre 2011
 
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