2. Una comunità educante
7. Siamo una comunità di credenti in cammino nella città degli uomini, chiamati a testimoniare la luce e la speranza del Risorto. Ma siamo anche una Chiesa che ha bisogno, oggi, di ripensarsi e rafforzarsi, proprio per servire meglio tutti gli uomini. L’indicazione pastorale emersa con maggiore forza e chiarezza dall’assemblea diocesana è stata quella di investire decisamente sulla formazione degli educatori: sacerdoti, diaconi, consacrati, genitori, operatori pastorali e catechisti in particolare, animatori, docenti nella scuola…
È un obiettivo di largo respiro che intendiamo perseguire lungo l’intero decennio qualificandolo e arricchendolo di strumenti e indirizzi pastorali unitari. Prima di affrontare questo tema è però necessario che ci mettiamo davanti a una realtà che è fondativa di ogni possibile impegno formativo ed educativo. Mi riferisco alla «comunità», l’ambiente vitale entro cui l’educazione si situa e produce le sue «ricchezze», umane e spirituali.
La figura di questa realtà ci viene dagli Atti degli Apostoli, là dove descrivono la vita della prima comunità di Gerusalemme: «Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare del pane e nelle preghiere. Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno erano perseveranti nel tempio e spezzando il pane nelle case prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo» (2,42.44-47a).
8. Ascolto assiduo della Parola, celebrazione eucaristica, preghiera e comunione nella carità sono le dimensioni costitutive della vita ecclesiale; esse contengono un’intrinseca forza educativa, un’esigenza costitutiva e permanente della Chiesa, poiché mediante il loro continuo esercizio il credente è progressivamente conformato a Cristo. Mentre testimonia la fede in letizia e semplicità, la comunità diviene capace di condividere i beni materiali e spirituali.
Per questo nell’assemblea diocesana ho invitato a riflettere con particolare impegno sull’identità e il volto della nostra Chiesa diocesana e delle sue parrocchie. Solo una Chiesa umile che mette al centro della sua vita il primato di Gesù Cristo è in grado di offrire a tutti, ma in particolare agli ultimi, accoglienza e amore fraterno ed è capace di essere prima discepola e poi Maestra di verità. L’autenticità della nostra fede è la condizione primaria dell’azione evangelizzante ed educativa. Abbiamo bisogno di superare la frammentazione e l’occasionalità della pastorale; non dobbiamo farci trascinare nell’urgenza delle cose da fare, in una logica «aziendale» che lascia in ombra il mistero della comunione con Dio. Non per questo la comunità cristiana è stata voluta ed esiste (cfr. Ap 3,14-22).
Guai a staccare la formazione dalla comunità pensandola come un esercizio intellettuale a se stante. E guai a programmarla come un percorso funzionale al fare – e non all’essere – cristiani. È invece un cammino che nasce nella comunità stessa che ne è il soggetto responsabile e il fine. Essa ne determina dunque i contenuti, gli itinerari e le specificità. La comunità fa dell’educazione un evento di grazia e di comunione che investe l’intera vita del cristiano, la sua intelligenza, volontà, impegno e lo conduce a vivere Cristo e a servire gli uomini, con ogni forza del suo cuore.
Vediamo allora qual è il cammino in questa «avventura educativa» che rappresenta ed esprime il nostro essere comunità cristiana.
Assidui all’insegnamento degli Apostoli
9. La fede nasce dall’annuncio e dalla predicazione e catechesi. Ciò richiede un impegno di discernimento e di verifica sui contenuti «cristiani» dell’ampio lavoro educativo che si svolge in parrocchia, nelle associazioni, movimenti e gruppi ecclesiali. Intendo qui richiamare tutti a sostenere, sul piano biblico-teologico, culturale e pedagogico, la qualità delle iniziative di evangelizzazione, di catechesi, di Lectio biblica, delle omelie. È lo specifico cristiano che deve sempre emergere con evidenza in ogni itinerario educativo. Sappiamo bene che ciò è possibile solo se tutti i protagonisti dell’esperienza educativa sono assidui «all’insegnamento degli Apostoli» e ricevono in modo permanente una formazione appropriata, non solo per il servizio che svolgono, ma prima ancora per il fatto di essere credenti in Cristo e nella Chiesa.
La superficialità e genericità dell’annuncio, della catechesi e della predicazione pregiudica anche i frutti del pure intenso impegno educativo della comunità.
Il Papa lo ricorda spesso indicando anche gli strumenti adeguati a questo scopo: dalla Bibbia e dal Magistero della Chiesa in campo teologico, morale e sociale, al Catechismo della Chiesa cattolica e recentemente, per i giovani, anche allo Youcat offerto loro nella Giornata mondiale di Madrid. Anche i catechismi della Cei sono strumenti necessari per favorire itinerari di catechesi organica nei contenuti e permanente.
Nello spezzare del pane
10. La liturgia è la più efficace scuola di educazione alla fede in Cristo, alla vita comunitaria e alla testimonianza. L’anno liturgico e in esso il Giorno del Signore rappresentano per ogni battezzato il suo «catecumenato permanente»! Ogni altra attività e impegno pastorale di evangelizzazione ha la sua fonte nell’Eucaristia. Curare, sostenere e difendere la domenica quale Giorno del Signore e dell’uomo, e in essa la celebrazione dell’Eucaristia, è il primo e indispensabile dovere della comunità cristiana, sia per i suoi fedeli che per l’intera società.
«Dimmi come celebri e ti dirò che comunità sei»: nella celebrazione eucaristica, vera catechesi in atto, si rivela la realtà e il volto della comunità cristiana, chiamata ad offrire ad ogni persona una viva e profonda esperienza di Dio e del Signore risorto, realmente presente nel sacramento del suo corpo e del suo sangue.
Una seria verifica su questo punto è necessaria per favorire una partecipazione che ponga l’accento sulla fede nel mistero pasquale che si celebra, sull’unità e comunione fraterna che esso fonda ed esige, sul consapevole e attivo coinvolgimento dell’assemblea e dei singoli ministri. Sarà opportuno compiere questi passi con animo aperto, alla ricerca non tanto di modalità e ricette passeggere, ma di scelte comuni, durature e condivise, affinché la liturgia risulti in ogni parrocchia fedele alle norme stabilite e nello stesso tempo incarnata nel tessuto concreto della sua vita.
Nell’unione fraterna
11. Dalla Parola all’Eucaristia, alla carità il percorso educativo della comunità ecclesiale diventa vita nuova per trasformare il mondo degli uomini aprendolo a quello di Dio. La prima forma di carità è quella della comunione fraterna. Il «tutti insieme» che caratterizza la comunità di Gerusalemme rivela l’unità che lo Spirito Santo cementa tra i credenti e ne fa «un cuor solo e un’anima sola» (At 4,32). E questa realtà esemplare genera curiosità e simpatia e attira l’attenzione di molti nuovi discepoli.
Nella comunità, prima dei programmi, delle strutture e dei servizi pastorali, contano le persone e ciascuno si sente accolto, cercato, accompagnato e riconosciuto come fratello e sorella della stessa famiglia. Sono soprattutto i poveri, gli ammalati e gli esclusi – i prediletti del Signore (Mt 25,44) – che hanno un posto privilegiato; ed è alla loro scuola che i credenti imparano a condividere il comandamento dell’amore «secondo il bisogno di ciascuno». Essi sono i nostri maestri, che ci insegnano a soffrire, amare e sperare e vivere secondo lo stile e le scelte di Gesù. È nel servizio alle persone, alle loro sofferenze e speranze, che contempliamo riflesso il volto del Signore. Occorre tuttavia che i volontari e operatori in questi campi abbiano precisa coscienza di essere prima di tutto testimoni e animatori della carità per la comunità intera. Il dono di se stessi – come ha fatto Gesù Cristo – accompagna i servizi o i beni pure necessari di cui i poveri o malati hanno bisogno. La loro formazione dunque va oltre le necessarie competenze e deve essere nutrita con la Parola di Dio, la catechesi, la dottrina sociale della Chiesa e la preghiera.
In missione per essere pescatori di uomini
12. Poiché la fede cresce donandola, anche la missione diventa via educativa che permette di incontrare il Signore. Per questo la parrocchia è chiamata ad uscire da se stessa per farsi prossima alla gente là dove essa vive, opera, lavora e soffre. Lo fa, essenzialmente e primariamente, mediante la pastorale ordinaria, inserendo in essa l’annuncio del Signore: pensiamo ad esempio a tante persone e famiglie che chiedono i sacramenti; ai malati visitati nelle proprie abitazioni, negli ospedali o in case di cura; ai funerali dove partecipano persone che vivono ai margini delle comunità. E ancora alle occasioni molto forti di religiosità popolare, al catecumenato, alla evangelizzazione delle famiglie e dei ragazzi della iniziazione cristiana, alle iniziative dei centri di ascolto del Vangelo nelle case… Quando parliamo di nuova evangelizzazione infatti non dobbiamo pensare subito ad attività straordinarie, pur essendo anche queste necessarie – come sono le missioni popolari o la missione giovani, la visita nelle famiglie, la testimonianza dei cristiani negli ambienti di vita – ma a rendere missionaria l’intera pastorale feriale. Possiamo imparare dalle Chiese dei Paesi detti «di missione» che, pur bisognose di tanto aiuto, offrono modelli di prima evangelizzazione creativi e popolari che nascono dal cuore di gente povera e semplice, ma ricca di una fede entusiasta e «contagiosa».
L’obiettivo finale dell’opera educativa
13. Tutta la vita della comunità conduce ogni suo membro ad impostare la propria esistenza come risposta a una chiamata che il Signore rivolge ai suoi discepoli: quella alla santità, ossia alla perfezione dell’amore.
È questo l’obiettivo principe dell’educazione che si snoda in ogni tappa della crescita e in particolare nell’età della adolescenza e giovinezza, quando i messaggi dominanti di una falsa cultura della libertà esaltano il mito dell’uomo che si fa da sé e non ha bisogno né di Dio, né del suo prossimo. Al contrario la scoperta della vita come vocazione all’amore che trova la sua piena felicità nel dono di sé, conduce a gestire con gioia, serenità e forza interiore il proprio futuro e a scegliere quella via che lo Spirito rivela nell’animo come la più bella e buona, anche se impegnativa, perché assicura la vera realizzazione di sé e fa esistere pienamente al cospetto di Dio.
Abbiamo bisogno oggi di adulti significativi e autorevoli testimoni di questa impostazione di vita con le loro scelte positive, gioiose e ricche di esperienze spirituali e di servizio generoso. Veri maestri dello spirito che sanno accompagnare soprattutto i ragazzi e i giovani, per sostenere il loro discernimento vocazionale che sfoci liberamente alla scelta del matrimonio, del ministero ordinato o della vita consacrata. Essa rappresenta la condizione fondamentale dell’atto di fede in Gesù Cristo e della sua sequela, oltre che motivare in modo stabile il ministero nella Chiesa, in famiglia, nel mondo. Alle iniziative che il Centro diocesano vocazioni, i Seminari e tanti Istituti religiosi svolgono deve corrispondere una rete di impegni quotidiani e mirati da parte dei sacerdoti ed educatori nelle parrocchie, nelle associazioni e movimenti, con l’apporto delle stesse famiglie. E questo oltre che per rispondere al grave impoverimento di vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata di cui la nostra Diocesi soffre da tempo, indica la volontà di educare alla vita e alla fede come risposta alla chiamata di Dio e dunque come base su cui si innesta ogni altra specifica vocazione.
Buoni cristiani, onesti cittadini
14. La comunità che vogliamo costruire è una realtà storica che cammina dentro il mondo e per il mondo; per cui è importante richiamare, in questo contesto, l’ambiente vitale dove oggi siamo chiamati ad educarci alla fede e alla vita di carità e di missione. Senza pretendere di fare lunghi discorsi di tipo sociologico, gettiamo uno sguardo, fugace ma vero, sulle luci e ombre, difficoltà e speranze che attraversano non solo la nostra Chiesa ma l’intera comunità sociale della città e del territorio. Questo non per abbatterci, ma per spronarci a ritrovare nella ricchezza dei doni di grazia di cui disponiamo, e nella testimonianza dei nostri santi, la forza propulsiva per rinnovarci e offrire a tutti motivi di coraggio per l’avvenire.
Come ho avuto modo di dire in diverse occasioni, dalla processione della Consolata, alla Festa di San Giovanni Battista, all’incontro con il Consiglio comunale di Torino, la nostra Chiesa vuole essere pienamente e concretamente partecipe dei problemi che assillano le famiglie, i poveri e ammalati, il mondo del lavoro e della scuola e l’intera società torinese. A 25 anni dalla morte del cardinale Michele Pellegrino risuona in noi il suo forte e caldo invito a «camminare insieme», non solo nell’unità delle nostre parrocchie e comunità, ma con tutti gli uomini e le donne, credenti e non, fedeli di altre confessioni cristiane o religioni, per collaborare a un mondo più giusto, pacifico e solidale. Ci troviamo oggi come 40 anni fa su un crinale della storia locale, nazionale e mondiale di cui sentiamo forte il peso per scelte e orientamenti politici ed economici, che delineano scenari preoccupanti e di cui tante famiglie, imprenditori e lavoratori, giovani e anziani e soprattutto una schiera crescente di persone che allarga ogni giorno di più la fascia della povertà, subiscono le conseguenze sul piano del vissuto quotidiano.
Eppure siamo convinti, come credenti anzitutto e come cittadini, che abbiamo le potenzialità spirituali, culturali e sociali per far fronte a questa situazione. Ma ciò sarà possibile solo se opereremo insieme educandoci tutti a stili di vita più sobri, onesti, giusti e solidali, agendo ciascuno nel proprio ambito di responsabilità per il bene comune e per la promozione di quei valori fondamentali che costituiscono il tesoro più prezioso della nostra società: il rispetto della vita di ogni persona dal suo primo istante al suo naturale tramonto; la salvaguardia dell’identità naturale e rivelata della famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna; la legalità e l’etica dei comportamenti sia privati che pubblici, basati su un giusto equilibrio tra diritti e doveri personali e comunitari; il diritto al lavoro per tutti, in particolare per i giovani; la solidarietà verso i poveri, l’accoglienza e integrazione di ogni persona e comunità portatori di culture, religioni e tradizioni diverse.
L’accoglienza e la capacità di proposta di questi valori, perseguita anche con vie unitarie di impegno sia sul piano della testimonianza personale che su quello culturale, politico e sociale, rappresenta l’obiettivo di ogni educazione per formare «cristiani adulti nella fede e nella coerente vita cristiana».
15. Torino ha necessità di credere non solo nel suo passato che l’ha esaltata come città del lavoro e dell’industria, della cultura e dell’accoglienza, esemplare punto di riferimento per la testimonianza dei suoi santi sociali e per la custodia della Sindone di cui è giustamente orgogliosa. Oggi l’invito è a riscoprire e valorizzare le nostre concrete e immutate potenzialità spirituali, culturali e sociali che possono garantire un futuro di rinnovato e più giusto sviluppo.
La Chiesa, profondamente radicata nel tessuto vitale della popolazione e partecipe dei problemi e delle speranze delle famiglie, dei giovani e dei poveri, è chiamata a operare perché ciò avvenga, favorendo tra tutte le componenti della società un sussulto di responsabilità collettiva, senza mai cedere al disimpegno improduttivo, al malcostume della corruzione e dei privilegi, dell’evasione fiscale e degli illeciti guadagni, alla conflittualità sterile sia in politica che nel mondo del lavoro, ricercando sempre nel dialogo e nella collaborazione le vie ideali e concrete per affrontare uniti i complessi problemi che via via sopraggiungono.
Ma non bisogna illudersi che ciò sia facile e immediato. Occorre infatti ridare un anima all’intera società a partire dal ricupero del primato dello spirito, dell’amore gratuito e della fraternità. Gesù ha detto nel Vangelo: «non potete servire due padroni, Dio e Mammona» (Lc 16,13). Nella nostra società è palese il tentativo di emarginare Dio dalla vita privata e pubblica, illudendosi di poter sostituire il suo Regno con quello di Mammona: il denaro ad ogni costo, il benessere di pochi e l’individualismo a scapito della responsabilità per il bene comune; il relativismo etico che depaupera la coscienza della forza liberante della verità. È una scelta che si sta pagando cara e di cui però ben pochi in ambito finanziario, politico ed economico, vogliono assumersi le conseguenze, per non perdere i propri privilegi di «casta». Anche la comunità cristiana non deve sottrarsi dal compiere per se stessa una seria verifica, per rinnovare la sua testimonianza a partire dal Vangelo e dal servizio degli ultimi, che la provocano a una continua conversione.
Il tema educativo pertanto non ci chiude in «sacrestia» a risolvere «i nostri problemi pastorali», ma intende aprire varchi di corresponsabilità che interessano tutti, per favorire nel nostro territorio un percorso comune di indirizzo spirituale e sociale ricco di esemplare impegno soprattutto verso quelle persone e realtà sociali più svantaggiate. Non possiamo guardare ai poveri, alle fasce deboli, alle famiglie, come «oggetti» di cura e di assistenza: essi sono i veri protagonisti della storia che Dio intesse nel mondo per un domani di rinnovamento e progresso per tutti. Penso alle famiglie, alle parrocchie, agli oratori, alle scuole e ai vari servizi in atto nelle aree maggiormente disagiate del territorio, e a quell’esercito di volontari che si fa carico capillarmente di tante persone in difficoltà e lo fa nel quotidiano di ogni giorno, senza chiedere niente in cambio se non la gioia dell’amore donato. E penso in particolare ai giovani del cui futuro spesso ci riempiamo la bocca ma che alla fine restano ai margini della «cabina di regia» nelle parrocchie, nella politica, nell’economia e nel lavoro.
Sì, ripartiamo da chi meno conta nella società, perché siano protagonisti e partecipi nell’affrontare i loro problemi e troveremo le ragioni per sperare e per impostare il futuro della nostra Chiesa e insieme della cittadinanza. Questo comporta una «rivoluzione culturale» di grande portata, perché richiama tutti noi, e le istituzioni e le aggregazioni sociali, a modificare nel profondo gli stili di vita e le priorità del nostro stesso «discorso pubblico». Si tratta, per citare uno slogan antico ma efficace, di «fare strada ai poveri senza farsi strada».
Puntare sull’educazione è dunque una scelta «politica» oltre che spirituale e culturale, di quella politica che mette al centro l’uomo e il suo vissuto e lo sostiene perché affronti con coraggio e fiducia ogni problema che lo assilla, forte della propria coscienza formata sulla verità, della solidale prossimità verso gli altri, della fede in quel Dio-con-noi che ha assunto le esperienze più vere, belle e tragiche insieme della vita e ha proclamato Beati i poveri e gli ultimi, i puri di cuore e i miti, i misericordiosi e operatori di pace, i perseguitati a causa della giustizia del Regno di Dio.
Nel corso di questo decennio celebreremo nel 2015 la nascita di uno dei santi educatori più amati dal nostro popolo e dall’umanità intera: san Giovanni Bosco. Egli riassumeva il compito educativo nella bella e attuale espressione: «buoni cristiani e onesti cittadini». Questo obiettivo rappresenta ancora oggi e sempre il compito di ogni famiglia e comunità.