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Celebrare la vita, nell’ora della morte

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 Da ormai due mesi la Chiesa italiana ha pubblicato una nuova edizione del Rito delle esequie. È il momento di dedicare un po’ di tempo e di energie per conoscerne le motivazioni e le principali novità. A questo scopo, la Diocesi ha organizzato due momenti di presentazione: il primo, a Pianezza (Villa Lascaris), sabato 12 maggio (9.30-12.00), destinato a tutti i laici, religiosi, diaconi, impegnati nella pastorale dei funerali. Il secondo si terrà mercoledì 23 maggio (9.30-12.00) al santo Volto, e presenterà il Rituale ai presbiteri e ai diaconi.

Che bisogno c’era di una nuova edizione e quali sono le principali novità? Il Rito offre una più ampia e articolata proposta rituale, con nuovi testi, nuove melodie per il canto e nuovi capitoli relativi alla visita alla famiglia, alla chiusura della bara, alle preghiere nel caso della cremazione. Più in generale, il Rito ribadisce l’importanza di accompagnare i familiari del defunto nelle diverse tappe del lutto, perché il momento della morte possa essere vissuto come un passaggio pasquale, orientato alla Risurrezione. Perciò il Rito sviluppa i suoi diversi capitoli intorno a tre soglie simboliche: la casa, che esprime la dimensione intima e familiare del lutto; la chiesa, che esprime la dimensione comunitaria della preghiera; il cimitero, che esprime la dimensione sociale della memoria.

Qualcuno potrebbe obiettare: bell’adattamento! Non ci si è accorti che il mondo è cambiato, e soprattutto nelle zone urbane tutti questi riferimenti tendono a scomparire? Nella società tecnica dell’ospedalizzazione dei malati e della rimozione della morte, i defunti sempre più spesso non passano più per la casa, talvolta neppure per la chiesa; semmai per la cappella ospedaliera, per poi recarsi direttamente al cimitero. Non solo: nell’epoca dell’individualismo e della privatizzazione della morte, aumentano i casi di quanti decidono di voler far disperdere le proprie ceneri, o all’opposto di conservarle nelle loro case. In questo modo, anche il valore sociale del cimitero è fortemente ridimensionato. Di fronte a questi cambiamenti, davvero la riproposizione delle tappe dell’accompagnamento tradizionale costituisce la risposta migliore?

La sfida della Chiesa di fronte alle mutate situazioni culturali è quella di non rassegnarsi alla “perdita della morte”, ma di rilanciare la risorsa rituale propria della tradizione cristiana, che permette di umanizzare la morte e di viverla in modo spirituale, attraverso l’attraversamento di alcune soglie. Se è vero che lo sbriciolamento dei legami primari e l’indebolimento delle tradizioni religiose rendono sempre più difficile e frettoloso l’incontro con i familiari, che delegano la gestione pratica dei riti funebri alle istituzioni specializzate, è altrettanto vero che ancora persiste una diffusa richiesta di accompagnamento rituale, che tuttavia deve confrontarsi con possibilità inedite. Ci riferiamo alla diffusione di pratiche funerarie che domandano una presa di posizione convinta e condivisa: la cremazione (permessa, anche se non consigliata), la dispersione delle ceneri, la custodia delle ceneri in luoghi privati, la richiesta di personalizzazione del ricordo dei defunti nei funerali.

La consapevolezza è che non basta dire un deciso no alla dispersione delle ceneri e alla loro custodia nelle case private: bisogna motivare il perché, e soprattutto accompagnare con serietà, cura e attenzione i diversi tempi del lutto. L’importanza di incontrare i familiari, di pregare con loro nella comunità, di accompagnare i momenti delicati della chiusura della bara, della deposizione del feretro, eventualmente della consegna dell’urna, chiedono non uno sforzo in più ai ministri ordinati, ma uno sforzo in più all’intera comunità, perché sappia formare una ministerialità del lutto. Di tutto questo si parlerà negli incontri di presentazione, cui seguirà l’elaborazione di sussidi per l’educazione delle famiglie e la formazione dei ministri.

Maggio 2012

Don Paolo Tomatis