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Il costato trafitto e il lembo del mantello

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Di fronte alle riflessioni e alle proposte scaturite dalle tre sessioni dell’Assemblea diocesana, si potrebbe obiettare: tutto qui? Basterà questo supplemento di impegno a risolvere i problemi di una richiesta religiosa sbiadita e, in alcune parrocchie, di un peso pastorale opprimente? Certo che no.
Diventa allora necessario aver chiaro in mente cosa non dobbiamo aspettarci da questo rilancio pastorale e cosa invece possiamo aspettarci.
Non dobbiamo aspettarci che il mondo cambi e, grazie al nostro impegno, ritorni la cristianità. A fronte di una lenta e progressiva diminuzione della richiesta dei battesimi dei bambini, è destinato a salire il numero di coloro che domandano il sacramento senza un reale aggancio al mondo della fede vissuta, ma per tradizione, nel riferimento ad una fede presente ma un po’ vaga, alla ricerca di gesti e parole capaci di illuminare il senso profondo e “sacro” dell’evento della nascita, della paternità e della maternità.
Accogliere questa domanda e annunciare il Vangelo è la sfida che ci attende. Le chiese di Europa, anche quelle maggiormente segnate dalla secolarizzazione (Francia, Germania), di fronte all’ambiguità della richiesta e del pericolo di celebrare sacramenti senza fede, non hanno ceduto alla tentazione del “rigorismo” (pochi ma buoni…), ma hanno considerato questi luoghi della vita come preziosi momenti missionari, nei quali poter far toccare “l’orlo del mantello” di Gesù, reiniziare ad un cammino, far incontrare la comunità e offrire la perla preziosa del Vangelo, in modo libero e gratuito.
Siamo attrezzati per questa libertà e gratuità? Ancora no. Se è vero che la situazione che viviamo è per certi aspetti simile a quella dei primi secoli (una chiesa di minoranza in un mondo pagano e ostile), è altrettanto vero che vi arriviamo dopo secoli di cristianità, nei quali l’adesione alla fede e l’appartenenza alla comunità sono stati dati un po’ troppo per scontati. Da qui il rischio di accogliere e accompagnare le famiglie (così varie, così provate….) con un senso di nervosismo, quando non di fastidio e rabbia, che si trasforma in fretta, sguardo di sospetto e scetticismo (“Tanto lo sappiamo che poi non venite più…”), oppure in moralismo di cerca di convincere della bontà del prodotto, con parole troppo alte e slogans un po’ enfatici.
Porgere la perla preziosa con cura e con la consapevolezza di ciò che si sta donando, senza farlo pesare, è la sfida di questo di tempo di transizione, nel quale ciò che per noi costituisce il centro incandescente della fede – il cuore trafitto di Cristo -, per altri può essere il primo contatto, l’orlo del mantello.
Ecco, dunque, quello che possiamo e dobbiamo aspettarci da questo rinnovato slancio pastorale: la coltivazione di quell’“ambiente vitale” di cui ha parlato l’Arcivescovo nella sua riflessione in Assemblea, nel quale il Vangelo appare come la perla preziosa: una comunità che prega e sa far festa, che accoglie e comprende, che non aspetta di avere “super-catechisti” per offrire il dono, ma si affida alle altre famiglie che hanno accolto il dono, dando fiducia alle stesse famiglie dei fanciulli, valorizzate quali soggetti di iniziazione.
Un discorso del genere deve essere certo avvertito dei rischi che si corrono: quello di ridurre il cuore trafitto di Cristo all’orlo del mantello; quello di puntare troppo in basso nella richiesta delle garanzie dell’educazione alla fede; quello di una teologia del battesimo che sottolinea in modo unilaterale l’azione puntuale e preveniente della Grazia di Dio, a scapito dell’accoglienza della Grazia da parte dei soggetti che la ricevono. Nella misura in cui il battesimo è sacramento della fede, è lecito domandarsi a quale tipo di fede si faccia riferimento. La storia ci ha insegnato al proposito che i sacramenti sono realtà storiche, che in diversi contesti culturali si sono proposti in modo diverso, sottolineando dimensioni diverse della fede e del significato del sacramento stesso.
Verrà il tempo nel quale si prenderà finalmente atto del cambiamento culturale in atto, e si potrà essere più seri, senza essere rigoristi. Ci saremo allenati ad accogliere i volti e a fare delle proposte di una ritualità più aperta, capace di ospitare la domanda religiosa con disponibilità (l’orlo del mantello), facendo entrare in un cammino di catecumenato che condurrà al sacramento (il cuore trafitto). Nella normalità delle situazioni, l’appartenenza eucaristica domenicale della famiglia diventerà il segno che si è pronti per celebrare subito il battesimo dei bambini, che rimane legittimo. La celebrazione d’ingresso nel catecumenato diventerà per gli altri l’accoglienza nel grembo della Chiesa, come bambini già concepiti e salvati, nell’attesa della rinascita battesimale.
Profezia, utopia, urgenza, oppure illusione, tentazione? Non lo sappiamo ancora, anche se il tempo corre veloce in questi ultimi decenni. Intanto, alleniamoci ad accogliere i volti, a costruire “l’ambiente vitale” e a porgere la perla preziosa, senza innervosirci.
Giugno 2012
 
don Paolo Tomatis