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SALUTO MONS.CESARE NOSIGLIA ALL’ASSEMBLEA MISSIONARIA DIOCESANA DI QUARESIMA

Torino, Sermig, 3 febbraio 2018
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SALUTO DELL’ARCIVESCOVO DI TORINO, MONS. CESARE NOSIGLIA,
ALL’ASSEMBLEA MISSIONARIA DIOCESANA DI QUARESIMA

Vi ringrazio, cari amici, per il vostro impegno, che assolvete con generosità e dedizione, a favore della causa delle missioni ad gentes nella nostra diocesi, nelle unità pastorali e parrocchie. Mi auguro che la disponibilità a operare a favore delle missioni e a lasciarsi “convertire” dalla loro forza evangelizzante non diminuisca, ma anzi cresca ancora di più, nell’animo di tutti i fedeli e in particolare dei presbiteri, dei diaconi e delle persone consacrate, e che la chiamata del Signore alla missione della Chiesa trovi una risposta pronta e generosa da parte di tutti. Per questo è decisiva la preghiera e la volontà di far crescere in ciascuno l’amore di Cristo, come ci ricorda bene l’Apostolo Paolo: «L’amore del Cristo infatti ci possiede; e noi sappiamo bene che uno è morto per tutti, dunque tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro» (2Cor 5,14-15).
Quando diciamo che il vangelo non ha confini, perché penetra nel cuore delle culture e popolazioni del mondo intero, poniamo in risalto l’opera dello Spirito Santo, che incessantemente guida la Chiesa sulle vie degli uomini sempre e ovunque, nel tempo e nello spazio. Ma intendiamo anche affermare che i primi confini che dobbiamo abbattere e superare sono quelli del nostro animo, del nostro egoismo, del nostro chiuderci dentro un cerchio ristretto di riferimento ecclesiale e pastorale – chiusura di cui soffre oggi anche la nostra Chiesa: la “mia” famiglia, la “mia” parrocchia, il “mio” gruppo, la “mia” associazione o movimento, il “mio” paese, la “mia” cultura, il “mio” ambiente di vita quotidiana… Qualcuno potrebbe pensare che c’è tanto bisogno qui tra noi, che ormai siamo terra di missione, e che la missione ad gentes tarpi le ali all’impegno quotidiano, che dobbiamo avere per l’annuncio del Vangelo anche nei nostri ambienti di vita e di lavoro. È difficile non chiudersi dentro tutto questo per aprirsi ad orizzonti di sequela di Gesù e ad un conseguente servizio a coloro a cui egli ci manda, senza troppi “se” e “ma”, aprendo il cuore ad ogni creatura «fino ai confini della terra» (At 1,8), come ha comandato il Signore ai suoi apostoli.
Ma non dobbiamo temere. San Pietro un giorno ha chiesto al Signore, a nome degli altri Dodici (cfr. Mt 19,27-29): «Noi che abbiamo lasciato tutto per seguirti e aiutarti nella tua missione che cosa riceveremo in cambio?». E Gesù ha risposto: «Riceverete il centuplo su questa terra, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nei cieli». Dunque, il Signore non promette felicità a buon mercato su questa terra, ma assicura che avremo il centuplo, se seguiremo Gesù sulla via della missione. Questo significa che avremo la pienezza della gioia, dell’amore di Dio che lo Spirito Santo ci darà, insieme a rifiuti e prove, perché se hanno rifiutato Gesù, lo faranno anche con i suoi discepoli. Il fine ultimo resta la certezza che questa è comunque la via della vita e della vita eterna. Credo che ci siano delle pagine di vangelo che non osiamo leggere troppo spesso o che ci disturbano dentro, che ci inquietano troppo e preferiamo sorvolare, scegliendone altre un po’ più generiche e accessibili alla nostra limitatezza. Questo denota che il nostro amore per Cristo è come la nube del mattino, che sembra estesa e densa, ma che al primo sole si dilegua e scompare.
La lettera del Consiglio episcopale permanente CEI del 1999 sul rinnovamento dell’impegno missionario – un testo mirabile, che vi invito a riprendere in mano –, intitolata «L’amore di Cristo ci sospinge», afferma che il fuoco della missione si accende ad opera dello Spirito Santo e trasforma ogni discepolo in missionario, perché fa incontrare e amare Cristo e conduce a vivere non più per noi stessi, ma per lui (cfr. «L’amore di Cristo ci sospinge», 1). Per me vivere è Cristo e morire è un guadagno, se posso andare con lui, affermava Paolo (cfr. Fil 1,21); e questo intenso amore lo conduceva ad annunciare il Signore risorto ovunque e a tutti e a non fermarsi mai di fronte a nessuna difficoltà. Egli andava nel mondo e non restava mai troppo tempo in un solo posto, in una sola comunità, in un solo Paese. Andare è l’anelito anche di Gesù, che diceva ai suoi: «Dobbiamo andare altrove, nei villaggi vicini, perché io devo predicare anche là» (cfr. Mc 1,38).
Gesù non amava crogiolarsi in quell’affettivo “complesso della nicchia”, che colpisce anche oggi tanti cristiani, sacerdoti, diaconi, religiose o religiose e laici, per cui uscire fuori, anche solo per incontrare altri nella parrocchia accanto, o in incontri diocesani, appare faticoso e inutile. Meglio restare e consolidare l’esistente, guardandosi ogni giorno allo specchio, per scoprirsi sempre più necessari e indispensabili. In questo modo, anche l’orizzonte della missione muore, prima nel cuore e nella mentalità, che nelle iniziative; o ci si limita a parlarne in qualche occasione indispensabile, come un di più che non incide però minimamente nell’esistenza concreta della propria fede.
La Lettera dei vescovi che citavo afferma in modo perentorio che non c’è vera cura pastorale che non formi alla missione e alla mondialità. E non c’è vera comunità cristiana che abbia un futuro, se si chiude in se stessa, unicamente preoccupata delle proprie necessità, pure importanti e numerose. Anche se piccola e povera, antica o nuova, ogni comunità deve farsi segno dell’amore di Cristo che è universale, per dare una testimonianza evangelica veramente efficace anche nel suo territorio (cfr. «L’amore di Cristo ci sospinge», 5). Credo che, su questo, noi qui presenti siamo tutti d’accordo. Come animare e infondere nelle famiglie cristiane, nelle comunità e in ogni battezzato queste convinzioni e come indicare le vie concrete per attuarle poi nella propria vita di ogni giorno resta il nostro primo obiettivo pastorale da perseguire.
Cominciamo con l’inserire la missione nell’ordinario e nell’esistente: pregare costantemente per le missioni, i missionari e le vocazioni missionarie; potenziare e formare i gruppi missionari in ogni parrocchia, aprendoli a una dimensione di animazione dell’intera comunità, andando oltre alla raccolta, pure necessaria, di fondi; allargare la base di coloro che leggono le riviste missionarie, che aprono alla missione la mente e il cuore di chi l’accoglie; formare i catechisti e ogni operatore pastorale, perché sappiano sensibilizzare e sostenere nel loro servizio un costante riferimento alla missione, sia locale che universale; sostenere le iniziative di incontro, formazione ed esperienza missionaria nelle associazioni e movimenti giovanili, valorizzando quelli che esplicitamente si impegnano in questo campo; accompagnare con forza le iniziative di invio di giovani e famiglie nelle missioni, per periodi di impegno concreto a fianco dei nostri missionari; celebrare con cura il mese missionario e i momenti forti dell’anno liturgico, in cui il tema della missio ad gentes emerge con particolare evidenza. Il tutto con un’attenzione: la missione della Chiesa è anzitutto rivolta a suscitare la fede in Cristo. Annunciare il Vangelo, che conduce alla conversione e a una vita nuova, e la comunità ecclesiale, che da tale annuncio nasce, sono l’obiettivo primario della missione e i missionari ne sono i promotori e testimoni di fronte a tutti.
Per questo, è sempre più necessario che sorgano vocazioni missionarie nelle nostre comunità, a cominciare dai presbiteri fidei donum, che rappresentano da tempo in diocesi una via per infondere e mantenere, in tutto il presbiterio, il fuoco della missione, da cui scaturiscono poi la passione per il Vangelo e per l’uomo che devono infiammare il cuore e il ministero di ogni presbitero. Mi auguro che la nostra diocesi non cessi di suscitare, all’interno del suo presbiterio, vocazioni alla missione, perché non venga meno un servizio che ha dato e sta ancora dando il suo contributo alla missione della Chiesa universale. Sto pensando, in questo momento in particolare, al ricambio che in questi ultimi anni è avvenuto in Kenia, con l’invio di don Paolo Burdino e don Daniele Presicce al posto di don Beppe Gobbo e don Mauro Gaino, tornati in diocesi. Questo segnale è certo una piccola cosa, rispetto al passato, ma conferma comunque un impegno della diocesi, che intendiamo mantenere e, se possibile, potenziare. Abbiamo bisogno di altri sacerdoti, diaconi e laici che si offrano per questa “impresa”; per questo bisogna pregare molto, perché il Signore susciti tanti operai del Vangelo, di fronte al campo sempre più vasto della missione della Chiesa nel mondo.
Rendo pertanto grazie al Signore con voi, cari amici, che operate nel tessuto quotidiano delle nostre comunità per mantenere vivo quest’anelito missionario nelle coscienze e nella stessa vita ecclesiale, con molte iniziative concrete, che sollecitano le comunità a farsi carico del sostegno ai missionari e alla loro azione evangelizzatrice, sia in campo spirituale che sociale. E faccio i migliori auguri al nuovo direttore dell’Ufficio missionario diocesano, don Alessio Toniolo, e al suo staff di collaboratori.