
Siamo davvero in un momento particolare di passaggio nella nostra società. Oltretevere si stanno ponendo le basi per un alto rinnovamento della Chiesa che porti ognuno di noi a sentirsi sempre più corresponsabile dell'unica missione affidata dal Signore ai suoi: portare al mondo l'annuncio di un Amore infinito che crea, conserva, redime, purifica, rende pienezza. Al di qua del Tevere, su uno degli antichi colli dell'Eterna Città, si sta vivendo l'ultima tappa di un percorso settennale carico di difficoltà, ma anche portatore di un altissimo senso di responsabilità da parte di colui che tutti ci riassume nel suo mandato di essere custode della Costituzione nazionale. Una tappa che si consuma nell'assoluta incertezza sul domani immediato. Le urne hanno risposto con indicazioni che non consentono di definire in modo incontrovertibile gli scenari. E almeno il 25% degli italiani ha detto - nemmeno in modo tanto velato - che a queste condizioni proprio non ci sta. I giornali spaziano dal colonnato del Bernini alle varie vie romane con i più pittoreschi nomi e indirizzi. E tutti siamo in attesa.
Mentre noi attendiamo, la vita continua. Quella della gente che non può permettersi di fermarsi, di stare in stallo, di rimandare a domani. La gente che, sempre di più, si spinge fino al campanello di una parrocchia o di un centro di ascolto per tentare di trovare almeno una voce non arrabbiata che abbia la pazienza di starla ad ascoltare, non accampando protocolli, intese, procedure, restrizioni causa crisi. Una vera tribù, almeno se guardiamo piattamente ai dati numerici. Più 46 per cento è la formula del solo piccolo centro di ascolto le due tuniche, tanto per fare un esempio. Volti sempre più diversificati, piagati da più di un disagio sociale e interiore, sconquassati dentro per gli esiti di una crisi dalle tante facce, troppo spesso taciute e messe in ombra. Davanti a quei volti sabato 9 marzo si è levata alta e chiara una voce: quella dell'Arcivescovo di Torino. Non il giudizio di Dio, ma più semplicemente la parola dell'uomo di Dio. Che ha il coraggio di non giudicare, ma di sottoporsi egli stesso al giudizio. Voce che richiama a centrarci sulla persona e non sui servizi. Che significa rinunciare a mettere sul piedistallo noi, il nostro benemerito sforzo, la nostra capacità per umilmente farsi accompagnatori delle persone. Anzi, ancora di più: farsi cercatori dell'uomo senza la confortante postura dell'attesa che l'uomo ci trovi, magari nonostante la nostra lontananza dai suoi percorsi. Voce che chiede a tutti - in primis a chi opera nella carità - il coraggio di un sussulto di umanità e spiritualità della carità, quasi a dirci che è troppo facile fare la carità con i soldi degli altri! Voce che richiama ai bisogni veri e profondi dell'altro, senza fermarsi al pur necessario corredo esterno, fatto di dare e non di fare carità. Una voce che ha il coraggio di mettere il dito nella piaga di un uso troppo auto centrato e poco lungimirante - in senso evangelico, si intende - delle risorse che abbiamo a disposizione. E che, ricordiamolo, non sono nostre ma da Dio a noi affidate perché, fatte fruttare, possano a lui essere restituite attraverso i fratelli più poveri. Come concretizzazione della giustizia, prima che della solidale carità. Una voce che parla di gratuità in un momento in cui anche le entità non profit si stanno arrabattando alla meno peggio inseguendo i finanziamenti che consentono loro, certo, di fare servizio ma anche di sopravvivere come istituzione. Una voce che non ha paura di parlare di silenzio tombale riscontrato nella società e nelle istituzioni circa il delicato ed urgente tema del lavoro, della casa, del sostegno agli ultimi e ai penultimi. Scatenando litanie di scuse da ogni parte per giustificare quanto lui, l'Arcivescovo, non aveva chiesto di giustificare. Tanto che ti viene in mente quanto gli antichi dicevano: excusatio non petita, accusatio manifesta, scusa non chiesta è accusa manifesta.
Una voce che è rimbalzata nelle orecchie di un migliaio di operatori pastorali presenti al Teatro Grande di Valdocco, ma che si riversa sul mondo della solidarietà ecclesiale. Ponendo un elemento di discernimento molto profondo. E aprendo scenari di valutazione del nostro modo di fare e di essere testimoni di carità. Senza sconti e senza mezze misure, ma con la certezza che dobbiamo saperci assumere le responsabilità se vogliamo offrire speranza a chi incontriamo, e non solo illusioni. La logica è quella della verità nella carità che già San Paolo, ai sui tempi, insegnava alle prime comunità cristiane. Il che, tradotto in soldoni, significa capacità di essere persone che vivono la logica della comunione, in modo trasversale. Termine che si può tradurre con quello di alleanza come patto cementato nella fraternità che parte da alcuni obiettivi comuni, individuando passi concreti per renderli azione. E qui emerge in tutta la sua forza la tentazione all'autoreferenzialità di persone e gruppi, di isolazionismo, di una sorta di rinnovato campanilismo proprio in tempi di Unità Pastorali. Dopo la XXIV Giornata Caritas non potremo più dormire sonni tranquilli. Dobbiamo dare un segnale di forte discontinuità con il passato, anche recente. Allontanandoci dai particolarismi atavici per avvicinarci alle alleanze non solo strategiche ma anche di contenuto. La domanda è: ci stiamo? Ne abbiamo la voglia? La speranza è che la risposta sia affermativa. Ma, a giudicare dai segnali recenti, si lasci allo scrivente il beneficio del dubbio. Nella speranza di sbagliarsi.
Ma la voce rimbalza anche sulle storie dolorose che in tanti - troppi - stanno vivendo in questi mesi. Davanti ad esse non possiamo, non vogliamo, non dobbiamo lasciare correre. Non lo possiamo davanti alle miglia di famiglie ospiti dell'edilizia pubblica e cadute in morosità incolpevole che, per incapacità o vera povertà, non potendo corrispondere almeno il minimo rispetto alla pigione saranno allontanati dalla casa in questi prossimi mesi. Non lo possiamo davanti alle circa 900 persone arrivate fin da noi una ventina di mesi orsono dalla Libia, ospitati fino al 28 febbraio e adesso allontanati con 500 euro, un titolo di viaggio ed un permesso temporaneo di soggiorno per motivi umanitari. È vero che lo avevamo detto che finiva così, ma ora non possiamo far finta di niente: sono persone. Non lo possiamo davanti ai tentativi di suicidio che sempre più persone esperiscono nella nostra città: che provengano da forme ataviche di depressione o da fatti recentissimi innescati dalla perdita del lavoro sono chiare sconfitte del nostro vivere sociale e comunitario. Non lo possiamo davanti ai ragazzini abusati o sottoposti a varie forme di violenza e non allontanati dal luogo del disastro solo perché non ci sarebbero i fondi pubblici per seguirli. Non lo possiamo davanti a intere famiglie che scendono sul lastrico per l'illusione del gioco di azzardo che, ben dentro alla legalità, anche le istituzioni permettono di perpetrare senza alcun sussulto etico. Non lo possiamo davanti a decine di persone anziane sole e dimenticate che nessuno, tantomeno i figli a loro volta caduti in profonda crisi, possono seguire e aiutare.
Non si tratta di intentare una nuova santa crociata contro qualcuno o qualcosa. Ma di allearsi insieme per affrontare con responsabilità la situazione. Magari lasciando da parte le tante riunioni teoriche per incominciare dall'agire insieme. Non azione arruffata, ma fatto che consegue e alimenta il pensiero, guardando sotto i crepacci sui quali stiamo camminando. Questa è la vera attesa, quella operosa e vigile cui ci chiama il Vangelo. Ma come è possibile se, ad esempio, in tutto il territorio regionale non si riesce a trovare posto per una ventina di famiglie con bimbi piccoli?