Lettori: «Parola di Dio». E basta   versione testuale

Alcuni lettori in chiesa, alla fine della loro lettura, dicono: «È parola di Dio». Non sarebbe utile correggere i Lezionari con l’aggiunta di questo piccolo verbo che indica la provenienza di quella lettura?

Sì, se si dovesse dare una «certificazione» tipo denominazione di origine protetta (dop) oppure denominazione di origine controllata e garantita (docg)... Se si dovesse solo esprimere che quel brano appena letto è tratto dalla Bibbia, allora si potrebbe anche dire così. Ma nella Liturgia della Parola accade qualcosa di molto più vivo e importante: non c’è tanto «qualcuno che legge qualcosa», ma c’è Dio che è presente e ci parla! E questo è molto di più di una certificazione bibliografica...

Questo è davvero un mistero grande! Dio che ci parla, che comunica con noi, piccole e mediocri creature piene di contraddizioni e di peccati... Eppure è proprio così: Dio si mette in dialogo con noi! Con noi che siamo così assuefatti a questa realtà e a questo dono, che rischiamo di banalizzare tutto con la nostra superficialità. Siamo tutti culturalmente abituati a pensare che nella Messa Dio sia presente nella consacrazione (che silenzio in quei pochi secondi!); ma dovremmo convertirci un po’ di più alla presenza dello stesso Dio durante tutta la Liturgia della Parola.

Quelle tre parole poste a termine delle letture bibliche (Parola di Dio o Parola del Signore) hanno lo scopo di suscitare la gioia meravigliata e riconoscente in chi ascolta (Rendiamo grazie a Dio o Lode a te, o Cristo). Sono piccole frasi che appartengono al genere delle acclamazioni; non quindi quelle frasi che denotano o precisano qualcosa, ma espressioni fortemente coinvolgenti per chi le pronuncia. Il vocabolario della lingua italiana ci ricorda che «acclamare» vuol dire «gridare in segno di plauso». Il significato si sposta più sullo stile che sul contenuto. È l’espressione di uno stato d’animo entusiastico, carico di convinzione e decisione. Più che un testo rituale, l’acclamazione è un gesto rituale!

Il senso di questa acclamazione è dunque quello di aiutare tutti i presenti a entrare in dialogo con il Signore che parla al suo popolo; si tratta di coinvolgere tutti e ognuno in una situazione impegnativa a livello personale. Ed è soprattutto la risposta al termine del Vangelo che esprime bene la situazione di dialogo, parlando non di Gesù in terza persona, ma parlando direttamente a lui (Lode «a te», o Cristo). Come possiamo allora valorizzare meglio queste acclamazioni e renderle più espressive? Cominciamo con il ricordare ai lettori che (oltre a non aggiungere il verbo essere) rispettino l’acclamazione per quel che riguarda il tempo e il modo: circa il tempo, invece di correre nella lettura e attaccare Parola di Dio all’ultima frase del brano biblico, si osservi che il Lezionario, sotto l’aspetto tipografico, non a caso lascia uno spazio maggiore che negli altri paragrafi, proprio per indicare una pausa di tempo più lunga. Circa il modo è importante saper dare a queste poche parole una tonalità gioiosa e vigorosa, che sappia suscitare una equivalente risposta da parte dell’assemblea; allora, invece di dirle con un volume e un tono sempre più bassi – come spesso si sente fare – arrivati a quel punto, dopo una pausa leggermente più lunga come abbiamo appena detto, innalzare lo sguardo verso l’assemblea e, alzando un po’ il volume e soprattutto il tono, pronunciare l’acclamazione.

Ma tutta la bellezza e la profondità di quello che abbiamo detto fin qui può essere espressa e realizzata, e anzi sottolineata, con l’aiuto della musica! Perché non cogliere l’occasione, proprio in questo anno particolarmente dedicato alla Parola, di valorizzare l’opportunità indicataci dal Messale di cantare quelle semplici acclamazioni? Questo ci permetterà di «staccarle» dal normale modo di parlare, che rischia di non farci cogliere il senso che hanno quelle parole. Il Repertorio regionale «Nella casa del Padre» ci riporta queste possibilità (nn. 232, 235, 236 e 239) con delle melodie semplici. L’importante è che siano eseguite con decisione e convinzione; a voce libera (senza strumenti); non importa che la nota sia esatta, basta che sia sufficientemente acuta da dare il senso di un grido di gioia. Non è neppure detto che debba essere il lettore stesso a cantare; lo può fare un’altra persona anche stando in un luogo diverso dall’ambone. E che anche questo serva ad aiutarci a dialogare con il Dio che ci parla!

don Carlo Franco