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POTERE E ISTITUZIONI: CHE COSA STA CAMBIANDO Italia e democrazia, Europa e sovranità Le vicende politiche di queste ultime settimane, sviluppatesi nel contesto di una straordinaria crisi finanziaria ed economica, hanno riportato sotto la luce dei riflettori un tema antico: quello dei rapporti tra democrazia e tecnocrazia e, sullo sfondo, tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta. Il tutto reso più complicato dallintreccio tra le responsabilità dellUnione Europea e le residue sovranità nazionali dei suoi Paesi membri. Hanno dato fuoco alle polveri gli insediamenti, realizzati a rotta di collo, del nuovo governo greco e di quello italiano, entrambi frutto di una crisi politica che si protraeva da tempo ma precipitata, in condizioni straordinarie, da diktat esterni - pudicamente chiamati «vincoli» europei - in provenienza dalla Banca centrale europea (BCE), dal neo-direttorio Merkel-Sarkozy e, per completare il quadro, dalla Commissione europea con quelle sue 39 perentorie domande schiaffate in faccia al governo Berlusconi. Sono stati in molti a parlare di commissariamenti, qualcuno anche di «sospensione della democrazia», in particolare quando Bruxelles ha fatto cancellare brutalmente il referendum greco, probabilmente inopportuno, ma pur sempre legittimo strumento di democrazia. Qualcosa di simile è toccato subito dopo allItalia, che della Grecia sembra seguire sempre di più la traiettoria. Con una differenza non da poco: lesercizio di una sovranità responsabile da parte del Presidente della Repubblica che, sensibile ai richiami di Bruxelles e allurgenza della situazione, ha avviato un percorso sfociato nella formazione del governo Monti e nella fiducia accordatagli dal Parlamento. Con la sua iniziativa Napolitano ha salvato in extremis qualcosa della politica, sottraendola alla litigiosità dei partiti e allincapacità della maggioranza a governare. Ma si tratta di una magra consolazione. Perché se è vero che la nostra Costituzione allarticolo 11 afferma che lItalia «consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo», è almeno altrettanto vero che lontane erano le «condizioni di parità con gli altri Stati» e che ci si può interrogare sullo scopo perseguito in questa fase dalle «organizzazioni internazionali» e da quanti al loro interno operano in posizione dominante e poco solidale. In questo clima è maturata la scelta di chiamare alla guida dellItalia tecnocrati, probabilmente eccellenti, venuti in soccorso alla politica per rimettere in linea di galleggiamento lItalia e poi farla navigare in mare aperto. A Monti e ai suoi colleghi è stata affidata una grande responsabilità e i cittadini di buon senso non possono che auguragli di riuscire al più presto, per sé e soprattutto per noi. Subito dopo però questi stessi cittadini devono interrogarsi sul decadimento della politica che ha trasformato la democrazia in partitocrazia aprendo la strada a una tecnocrazia - prima europea e poi italiana - con una legittimità popolare molto indiretta e lontana dal controllo popolare. Risuona ancora lavvertimento di Norberto Bobbio sullincompatibilità tra democrazia e tecnocrazia e sarà bene tenerne conto, ricostruendo la democrazia rappresentativa con forti iniezioni di democrazia partecipativa, come ci ricordano le proteste dei movimenti degli «indignati» in molti Paesi del mondo. Senza tuttavia affidarsi alla violenza e allillusione di impossibili forme di democrazia diretta in una società complessa come la nostra: è già vero a livello locale, figuriamoci nel mondo globalizzato in cui viviamo. Se da una parte la loro voce va ascoltata, dallaltra va anche loro detto chiaramente che si devono misurare con la politica, penetrarla e viverne la difficile arte della mediazione, senza demonizzarla perché la «politica è cattiva»: rimanendone fuori non potrà che peggiorare. Vale a destra come a sinistra, in Italia e nel resto dellEuropa, dove si annidano pericolosi germi di populismo e demagogia, malattie mortali per la democrazia. Senza cedere alla visione tragica di Orwell che, nel secolo scorso e in tuttaltro contesto, vedeva nei tecnocrati i precursori del fascismo, ma anche senza sottovalutare i rischi creati dallabdicazione della politica. Con lItalia dovrà impegnarsi anche lEuropa, ancora troppo tecnocratica, a rafforzare la sua democrazia e ricostruire la responsabilità della politica facendola prevalere sui saccheggi della finanza e sulle violenze di un mercato senza regole. E farlo avvalendosi delle «limitazioni di sovranità» consentite dai suoi Stati membri, ma rispettandoli e associandoli alle decisioni, piuttosto che imporgliele, a firma di alcuni dei suoi rappresentanti, fuori dalle convenute procedure comunitarie. Franco CHITTOLINA Testo tratto da «La Voce del Popolo» del 27 novembre 2011 |
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Ultimo aggiornamento di questa pagina: 23-NOV-11
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