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Fiat scioglie i contratti. Il Governo batta un colpo


Fiat scioglie i contratti. Il Governo batta un colpo
 
Poche parole per dare una notizia tutt’altro che inattesa. Così Fiat ha disdetto dal 1° gennaio prossimo tutti i contratti collettivi esterni ed interni che regolano i rapporti di lavoro nel Gruppo. È la necessaria conseguenza dell‘uscita del Gruppo da Confindustria e da Anfia, (l‘associazione dei costruttori auto e componenti italiani); è l’esito naturale delle impostazioni degli accordi di Pomigliano, Mirafiori e Grugliasco (ex Bertone) come ha prontamente precisato Marchionne in un comunicato diffuso martedì scorso, all’indomani dell’annuncio della disdetta.
 
Ma non è soltanto questo. Fiat - come ha ancora ribadito Marchionne - si prepara a un futuro diverso di relazioni sindacali e industriali, con obiettivi di accordi che potrebbero contenere anche elementi di innovazione, tanto rispetto alle esigenze dell‘industria in questo nuovo, difficilissimo e mutevole contesto, che rispetto ad una tutela più sostanziale dei diritti di chi lavora e del reddito connesso.
 
Del resto Fiat si trova oggi in condizioni particolarmente favorevoli per lanciarsi in questa impegnativa operazione: esternamente un contesto - italiano ed europeo - economico, normativo e sociale di necessario cambiamento. Ciò che c‘era prima non ha funzionato e Fiat, come tutto il mondo della produzione, ha bisogno di agilità nuove per sopravvivere alle sfide del mercato.
Tra interno ed esterno, un gruppo di 80 mila persone in Italia che è sufficientemente grande ed attrezzato per permettersi contratti dedicati e per interfacciarsi direttamente con tutti gli attori ma, nel contempo, non così grande da richiedere tavoli più ampi e «pesanti».
 
Internamente, Fiat dispone di un management d‘azienda fortissimo, monocratico, che può gestire i sobbalzi e le discontinuità che necessariamente questi percorsi comportano rispetto ad un Paese, l’Italia, comunque chiave per le sorti del gruppo.
Ancora, internamente, una situazione industriale, magari in parte artatamente pilotata, per la quale oggi le fabbriche italiane del gruppo lavorano poco (Mirafiori) o non lavorano del tutto e possono sostenere tanto gli scioperi quanto le necessarie riorganizzazioni conseguenti a nuovi assetti contrattuali.
 
Rimane da vedere come si posizionerà il nuovo Governo Monti, che ha - finalmente - al suo interno esponenti di rilievo della società torinese e che è certamente avvertito delle dinamiche interne di Fiat.
Ma rimangono almeno altri due punti chiave.
 
La rappresentanza sindacale. La fortissima opposizione della Fiom, che rimane il primo sindacato dell‘industria italiana, non è soltanto nel merito delle condizioni di lavoro dei contratti modello-Pomigliano. Il tema centrale è che quel modello di fatto la taglia fuori. E questo è un problema che riguarda Fiom.
 
Ma è un problema di tutti il fatto che il modello Pomigliano non risolve compiutamente, e nemmeno legalmente (tanto meno operativamente), il tema della rappresentanza sindacale viste le sentenze a doppio taglio che la giurisprudenza sta raccogliendo.
 
Tra gli analisti c’è chi osserva che le soluzioni Fiat sono molto simili a quelle Usa o persino tedesche. Ma non si può non tenere conto che negli Stati Uniti il sindacato è uno degli azionisti di Marchionne (con i governi di Stati Uniti e Canada) e che in Germania i sindacati siedono nei consigli di amministrazione delle industrie (e con posizioni fortissime ad esempio nel colosso automotive Volkswagen).
 
Di fatto, il modello Pomigliano non spiega come funzionerà a regime la rappresentanza, ad esempio, quando non sarà la Fiom a indire uno sciopero (e potenzialmente ad essere sanzionata) ma lo saranno i Cobas o nuove associazioni di lavoratori. E qui il tema dei diritti sindacali si porrà in modo molto pratico, ancor più che ideale e valoriale.
 
Anche chi giudicasse le attuali posizioni Fiom inaccettabilmente demagogiche e antieconomiche dovrà poi considerare un altro punto: il consenso reale dei lavoratori. È la situazione generale dell‘economia di questo Paese e di questo continente che richiede a tutti di accettare condizioni nuove non necessariamente gradite. Ma non è immediato scommettere sulla capacità manageriale di Fiat gestore - con i sindacati che ci staranno - del consenso della gente.
 
Non solo: se anche internamente Fiat fosse in grado di farlo, gli 80 mila lavoratori sono uno spicchio della popolazione dei metalmeccanici italiani. E qui si apre il secondo punto chiave.
L’automotive - Il caso Fiat apre necessariamente la discussione su un insieme più ampio di lavoratori ed aziende, anche esterne al mondo dell‘auto.
Certo, nelle immediate vicinanze, c‘è la filiera automotive che non è Fiat e non ha nemmeno più Fiat come il cliente principale. Si potrebbe dire, tutto quello che resta delle aziende Anfia senza Fiat…
 
Le condizioni di fattibilità che poco sopra abbiamo riconosciuto al progetto Fiat vengono tutte meno. Molte aziende della filiera, sia pure nella generale caduta dei mercati europei, non possono permettersi un‘ora di sciopero. Non hanno dimensioni italiane (anche se spesso appartenenti a multinazionali di stazza comparabile alla stessa Fiat) tali da rendere interessanti percorsi sindacali locali troppo complessi ed articolati. Hanno nella Fiom spesso l‘interlocutore principale, qualche volta unico, qualche volta persino in grado di sottoscrivere accordi.
 
Hanno poi bisogno, comunque, di allinearsi, in termini di organizzazione e tempi, all‘organizzazione ed ai tempi del loro cliente locale.
 
Su questi due punti, rappresentanza e sistema extra Fiat, dunque occorre l’intervento di un terzo attore: quello del Governo, finalmente (sulla carta) competente e consapevole in specie, appunto, di ciò che sta accadendo a Torino in casa Fiat.
Ma l‘attesa di una posizione chiara del Governo Monti sul caso Fiat in realtà è l‘attesa di un’ orientamento ben più ampio e fondamentale per il tessuto industriale italiano.
 
Intanto lunedì 28 novembre a Torino si terrà un Consiglio comunale straordinario aperto su Fiat e il progetto «Fabbrica Italia», la cui convocazione era stata sollecitata all’unanimità qualche mese fa, e a cui parteciperanno le parti sociali e imprenditoriali della città.
Marina LOMUNNO
Testo tratto da «La Voce del Popolo» del 27 novembre 2011
 


Ultimo aggiornamento di questa pagina: 23-NOV-11
 

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