INTERVISTA - PADRE DAVIS NEUHAUS VICARIO DEL PATRIARCA PER I CRISTIANI «EBREOFONI» Ma come si dice «Trinità» in ebraico? I testi liturgici e quelli dottrinali tradotti per aiutare i fedeli, israeliani e stranieri, soprattutto i giovani
Come si scrive «Trinità» in ebraico? E «Immacolata Concezione»? e «incarnazione»? Il problema non è, naturalmente, la semplice traduzione delle parole ma il contesto in cui le verità cristiane vanno presentate. La cultura e la teologia ebraica non conoscono questi concetti, e dunque il linguaggio non permette di accedervi. Anche per questo sono stati pubblicati i primi 3 volumi del «Catechismo» in lingua ebraica, destinati ai bambini e alle famiglie che, in terra di Israele, vogliono cominciare o continuare il proprio percorso nella fede cristiana.
Una sfida rivolta non tanto agli ebrei (sono poche le conversioni) quanto ai cristiani che lavorano in Israele. Provengono dalle Filippine, dallAfrica, dallAmerica Latina; sono lavoratori che, con le loro famiglie, vivono nello Stato di Israele per qualche mese o per parecchi anni; si calcola che siano ormai 230 mila. E vorrebbero non sciogliere i legami con la propria fede, per sé e per i propri figli. E poi, nella «sfida della lingua», ci sono i cittadini israeliani di etnia araba e religione cristiana. E anche alcune comunità di «giudeo-cristiani»: persone di fede ebraica che intendono continuare il cammino dell«ebreo» Gesù di Nazareth credendo nella sua rivelazione.
Il padre David Neuhaus, gesuita, è il vicario del Patriarca latino di Gerusalemme con lincarico di seguire la pastorale di tutti questi «israeliani speciali». Prima di lui il compito era toccato a p. Pierbattista Pizzaballa, il francescano Custode di Terra Santa; con lui p. David aveva iniziato questo lavoro particolare e straordinario, silenzioso e discreto senza essere clandestino. Nel cuore della Gerusalemme nuova - e dunque nel pieno della «civiltà» ebraica - cè la piccola chiesa dove il Patriarcato accoglie le attività della pastorale di lingua ebraica. Con padre David lavorano stabilmente circa 35 famiglie, che si sono prese limpegno di animare la catechesi e di gestire i servizi rivolti a migliaia di bambini e alle loro famiglie.
Circa 500 persone partecipano stabilmente alle liturgie e alle attività pastorali del Vicariato ebreofono. «Sono principalmente israeliani di provenienza mista - dice p. David - parenti di ebrei, bambini di ebrei, alcuni ebrei convertiti e altre persone che non sono ebree ma sono integrate nella società ebraica. Questo è il primo gruppo molto ristretto; ma poi ci sono gruppi più vasti: gli operai stranieri che parlano ebraico ma non frequentano le nostre liturgie in ebraico. Il problema con loro è quando hanno bambini che frequentano le scuole ebraiche. Noi entriamo per cominciare una sfida per bambini che sono totalmente formati nelle scuole ebraiche laiche».
Un impegno particolare è rivolto agli arabi cittadini israeliani, discendenti di quei palestinesi che non fuggirono nel 1948. «Alcune famiglie hanno lasciato la Galilea per trasferirsi al Sud, soprattutto a Beer Sheva, e lavorano con i beduini come professori o medici ma non mandano i loro bambini alle scuole di lingua araba a causa del livello basso dalle scuole». Quindi, i nostri libri di catechesi, la nostra rivista, il nostro sito internet (www.catholic.co.il), la nostra liturgia servono a questa popolazione. Anche quando il rito non è il loro, perché molti per esempio sono di rito bizantino o maronita. Noi non proviamo ad attirare questi bambini a venire alla Chiesa latina. Insistiamo invece sulla formazione cristiana. Cristiana in ambiente ebraico e laico. Queste persone non si integrano dal punto di vista religioso, ma dal punto di vista culturale, linguistico».
Padre David descrive i paradossi di una realtà complessa. I lavoratori stranieri che arrivano in Israele devono mandare i propri figli alla scuola pubblica, dove si insegna e si parla lebraico; le scuole private sono inaccessibili, per via dei costi. Così ci sono bambini arabi, cittadini israeliani e figli di cittadini israeliani, che crescono imparando lebraico senza parlare la propria lingua «nativa». «Ci sono anche africani che vengono qui chiedendo asilo politico - racconta padre David - Quello che a noi interessa sono i bambini che sono integrati nella scuola e dopo alcuni anni parlano essenzialmente lebraico ma possono scrivere e leggere anche altre lingue. Abbiamo una grande quantità di bambini libanesi, palestinesi, arabi che vivono nelle città ebraiche. I nostri libri di catechismo non servono solo per i ‘nostri bambini, ma sono per tutti i bambini che frequentano la scuola ebraica».
Nel cuore del paradosso cè anche il fatto che ormai si può essere «ebrei» senza essere di religione ebraica. Sono i cittadini israeliani che si dichiarano atei, non professano nessun culto ma sono ebrei per cultura, storia e anche nazionalità. Un numero crescente, e sempre più in contrasto con il rigore religioso ostentato dai Haredim, gli ortodossi che ormai hanno conquistato Gerusalemme con le loro palandrane nere, le bombette e i riccioli.
Il lavoro di formazione (e in questo i catechismi sono fondamentali) riguarda non solo i percorsi di «iniziazione cristiana» dei piccoli ma anche quello degli adulti. Diversamente da quanto accade in Europa (padre David parla di Francia, e Italia), dove molti abbandonano la Chiesa dopo la Cresima ma parecchi, da adulti, tornano a porsi domande sul senso religioso, in Israele luscita dalla fede è, secondo padre David, definitiva: «Quando un giovane italiano lascia la Chiesa alletà di 16 anni, alletà di 25 anni tantissimi tornano per battezzare i propri bambini. Da noi non è così. Non tornano. È finita. Perché la probabilità che sposino un ebreo-laico è al 95%. Da noi non tornano più. Quindi la nostra sfida non è solo dare la formazione a questi bambini di 6 anni ma di lavorare con letà dai 15 ai 25 anni per dare un senso di Chiesa e di essere cristiano, un senso di gioia». Marco BONATTI Testo tratto da «La Voce del Popolo» del 15 gennaio 2012