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L‘impegno per la pace sempre al primo posto


MONS. FOUAD TWAL - IL PATRIARCA DI GERUSALEMME RACCONTA LA VITA DELLA CHIESA MADRE
L’impegno per la pace sempre al primo posto
La diocesi cattolica comprende Israele, Palestina, Giordania, Cipro con 86 preti e circa 70 mila fedeli
 
Nella «madre di tutte le Chiese» si incrociano e si ritrovano lingue, popoli, Stati, nazionalità, regimi politici. Da Cipro alla Galilea, dall’araba Giordania alla Giudea in cui il cristianesimo è nato ma dove oggi è una piccola minoranza, poco visibile nell’universo ebraico. L’attuale Patriarcato Latino di Gerusalemme ha poca storia alle spalle (creato e finito con le Crociate, è stato ristabilito qui nel 1847), ma una «geografia» quanto mai complessa; un territorio vasto e variegato, e un numero di fedeli da media diocesi italiana: 70 mila, con 86 preti. E però nel territorio del Patriarcato sono presenti le grandi famiglie religiose, vecchie e nuove, della Chiesa cattolica - un centinaio di congregazioni, ciascuna con proprie case e un impegno di preghiera o di servizio. Una diocesi in cui la cura dei Luoghi Santi è affidata da secoli non al vescovo locale ma al Custode di Terra Santa (come francescani sono anche gli archeologi che, negli ultimi due secoli, hanno portato contributi fondamentali agli studi biblici).
 
Subito dopo Capodanno, insieme con gli altri Patriarchi cristiani, si è tenuto un incontro ad Amman per confrontare le informazioni e le prospettive dei prossimi mesi.
 
A capo di questa realtà così particolare c’è, dal 2008, mons. Fouad Twal. Giordano di nascita, proveniente dalla carriera diplomatica e poi arcivescovo a Tunisi, è stato chiamato da Benedetto XVI a guidare una diocesi fra le più «difficili» del mondo: le lingue e i confini sono nulla, rispetto ai conflitti, ai «giochi» politici, diplomatici, militari e anche ecclesiali che si incrociano a Gerusalemme. Ma il Patriarca parla di speranza. Nell’omelia di Capodanno, in una cattedrale gremita di fedeli per una Messa multilingue, ha rilanciato la sfida del Papa per l’impegno all’educazione dei giovani alla pace. Un’omelia pronunciata in francese, testo distribuito in inglese; preghiere in arabo e greco, foglietti della Messa in italiano, canti anche in latino. Qui l’«Adeste fideles» risuona davvero come un richiamo universale; e anche le parole che si pronunciano hanno un peso diverso che altrove.
 
La speranza di mons. Fuad è orientata, prima di tutto, a costruire la pace, oggi così lontana e impantanata in «processi» e trattative che sembrano non voler portare ad alcuna conclusione, mentre crescono di giorno in giorno le disparità fra le parti. «Oggi non c’è guerra, e non c’è pace», dice il Patriarca. Israele finisce per apparire più grande e potente di quanto non sia; i Palestinesi mostrano tutte le proprie debolezze - a cominciare dall’incapacità di «fare immagine» e di camminare con le proprie gambe. In realtà, osserva mons. Fouad, «in questa fase di grande cambiamento anche lo Stato ebraico vive momenti difficili. Il raffreddamento delle relazioni con la Turchia, l’evoluzione della contestazione in Siria… non credo favoriscano Israele. Il Paese è sempre più isolato, il governo vive di vittorie momentanee, mentre si accresce l’influenza e il potere di veto dei partiti religiosi ebraici, estremisti che ormai controllano il 20% del Parlamento. Un fenomeno che non giova a nessuno».
 
Recentemente, ricorda il patriarca, una delegazione di rabbini americani e israeliani è andata da lui a chiedere scusa per i comportamenti dei «Haredim», gli estremisti ortodossi, che sputano sui preti e i frati e li insultano per strada. Mons. Fuad ricorda la frase che Shimon Peres, presidente della Repubblica, gli ha confidato - con tristezza - durante l’incontro per gli auguri di Natale: «pagheremo tutti questi sbagli…».
 
Il Patriarca è giordano di nascita, il suo predecessore mons. Sabbah era palestinese; i primi vescovi locali, dopo oltre un secolo di Patriarchi italiani, che avevano compiti più diplomatici che pastorali, ai tempi del Sultanato ottomano e poi del Mandato britannico sulla Palestina. Ora invece la Chiesa di Gerusalemme cerca di mettere radici nel proprio territorio, soprattutto nella Palestina storica e in Giordania. «Abbiamo 86 preti diocesani, i cristiani frequentano le parrocchie: è soprattutto di loro che dobbiamo preoccuparci. Moltissimi non hanno lavoro, case, servizi sanitari; il nostro impegno non è solo per il culto ma deve riguardare anche la dimensione sociale».
 
Il Patriarca ricorda il progetto recentemente portato a termine dai francescani della Custodia, per la realizzazione di 82 abitazioni nei Territori, costruite su terreni del Patriarcato, che ha fatto anche da garante con le banche per il pagamento dei mutui. Il Seminario patriarcale di Beit Jala, vicino a Betlemme, è anche un servizio scolastico più importante per il territorio; l’80% dei preti vengono dalla Giordania, dove le comunità cristiane sono più radicate e hanno meno problemi di sopravvivenza.
 
Il grande progetto del Patriarca cerca di mettere radici sia in Giordania che in Palestina: a Madaba si prepara una scuola di studi superiori, un’università con 8 facoltà - Economia e Ingegneria hanno già iniziato i corsi, per offrire ai giovani arabi occasioni di formazione (maggiori informazioni sul sito del Patriarcato: www.lpj.org). «Se sono preparati trovano lavoro qui e non hanno bisogno di emigrare. È un esempio anche per i musulmani, un incoraggiamento per tutti a superare il fatalismo che ci avvolge. C’è un’intera generazione di giovani - dice ancora - nati sotto l’Occupazione che è cresciuta nella cultura della violenza e della guerra. Tanti nostri ragazzi cristiani non hanno mai potuto venire al Sepolcro, perché non hanno il permesso di entrare a Gerusalemme». Anche se, giusto quest’anno, Israele ha concesso 30 mila permessi ai cristiani di Galilea per venire a Betlemme in occasione del Natale. Molti di più dei 10 mila degli anni passati, molti in meno di quelli che ogni anno vengono richiesti…
 
La speranza di mons. Fuad ha radici e ragioni concrete. Il Patriarcato lavora in contatto con tutte le altre presenze cristiane, a cominciare dalla Custodia francescana: perché il primo obiettivo comune è quello di tutelare e far crescere la presenza cristiana nei luoghi dove è nata: «Se togli i cattolici da Gerusalemme, mi chiedo che cosa rimane qui di cristiano». I pellegrinaggi dall’Occidente sono fondamentali: perché portano aiuti, certo: ma soprattutto perché fanno capire, «informano» ben al di là di quanto raccontano i mass media. Forse il sogno vero del Patriarca è che torni un giorno come quello di Pentecoste: quando genti di tutto il mondo si ritrovarono a Gerusalemme e, invece di combattere, cominciarono a comprendersi.
Marco BONATTI
Testo tratto da «La Voce del Popolo» del 15 gennaio 2012
 


Ultimo aggiornamento di questa pagina: 11-GEN-12
 

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