MONS. BREGANTINI – CRIMINALITÀ ORGANIZZATA E SOCIETÀ CIVILE: UN LIBRO DI SPERANZA
Il bene che avanza
«Non basta limitarsi a denunciare il male» - Le esperienze «positive» di Locri
«Per combattere la mafia non basta denunciare la negatività, come fanno Saviano e altri autori». Secondo l’arcivescovo di Campobasso mons. Giancarlo Bregantini, già vescovo nella sanguinosa terra di Locri (Calabria), la denuncia del male è un servizio indispensabile, molto coraggioso, ma insufficiente. Dovrebbe essere accompagnato – non accade sempre – da pagine di speranza, fondate sulle esperienze positive, sul bene che anima tanti uomini e donne, sui piccoli concreti passi che ogni giorno contrastano la mafia. Pagine che mons. Bregantini ha firmato di suo pugno nel recente, appassionato volume «Non possiamo tacere – Le parole e la bellezza per vincere la mafia» (Piemme).
Bregantini è il vescovo che nel 2006 scomunicò le cosche calabresi per aver distrutto il raccolto di una cooperativa di giovani impegnati a riscattarsi dal controllo della ‘ndrangheta; che nel 2005 rispose all’assassinio del vicepresidente della Regione Calabria Francesco Fortugno con lo slogan «Adesso ammazzateci tutti!»; che nel 2007 volò a Duisburg in Germania per confortare gli emigrati dopo l’esecuzione mafiosa di cinque giovani delle cosche calabresi. Quando andò vescovo a Locri nel 1994 fu accolto da una bomba sotto l’altare. Quando nel 2007 lo trasferirono in Molise venne salutato da un quotidiano di Campobasso con un titolo sfacciato, «Aspettavamo un vescovo, non un altro politico», che lo scosse più della bomba. Ne trasse l’opinione che sia più facile lottare contro la mafia quando essa violentemente (Calabria), meno facile quando la mafia finge di non esistere (Molise) e invece esiste, sta nell’ambiguità, infiltra la politica, l’economia, la cultura senza arrivare all’uso delle bombe.
L’ambigua infiltrazione delle cosche riguarda tutt’Italia. Il libro del vescovo «anti mafia» è stato presentato anche a Torino, la scorsa settimana, per sottolineare il vasto interesse della sua riflessione: l’autore ne ha discusso presso la sede del Gruppo Abele con don Luigi Ciotti e Chiara Santomiero, la giornalista molisana che firma il volume insieme a Bregantini.
«Descrivere, come fanno molti recenti film e libri, la negatività della mafia, la violenza e la spietatezza, è solo il punto di partenza per fronteggiarla – si legge nell’introduzione del libro - Occorre fare un passo ulteriore: dobbiamo credere che se il bene avanza la mafia arretra, dobbiamo vivere i valori del bello, dobbiamo seminare parole capaci di estirpare l’omertà, la menzogna e la paura, per far attecchire un modo diverso di guardare le cose, anche per chi in quella cultura è cresciuto senza conoscerne un’altra». Non sono immagini poetiche. Sono considerazioni concrete, operative, ricavate dall’esperienza sul campo. Se il bene avanza, la mafia arretra perché il suo carburante è la rassegnazione della gente, l’idea che nulla possa cambiare, il mito insano che i mafiosi siano sempre vincenti e in qualche modo, paradossalmente, rispettabili.
Mons. Bregantini, originario di Trento, ha scelto di scommettere sul riscatto del meridione d’Italia fin da quando era seminarista negli anni Settanta. Sotto la guida sua e di altri vescovi coraggiosi la Chiesa calabrese è venuta allo scoperto contro la mafia, ha pronunciato spesso parole dure, ma è stata esortata soprattutto a compiere passi che rendano visibile la vittoria del bene impedendo al male di propagandare se stesso come un destino ineluttabile.
Il libro composto da decine di brevi capitoli-racconto alterna storie drammatiche e tante esperienze positive di collaborazione civile ed ecclesiale: nelle scuole e nelle parrocchie, in collaborazione con le associazioni anti-racket, con le istituzioni culturali e con «tante persone che non cessano di credere nella legalità e nella cittadinanza attiva». Si racconta delle cooperative agricole (frutti di bosco) che i giovani della locride, insieme alla rete nazionale «Libera», hanno saputo far nascere e crescere nell’ultimo decennio su impulso della Chiesa locale per combattere la disoccupazione e per dimostrare (ai giovani agricoltori, prima di tutto) che esistono alternative di libertà dalla mafia.
Nella zona di Locri il consorzio «Goel» ha creato centinaia di posti di lavoro. Sono coinvolti ex detenuti, circa 500 famiglie, molte delle quali hanno ancora congiunti in carcere. È logico che la ‘ndrangheta abbia paura di tutto questo. Deflagrante, più delle bombe, fu la scomunica che mons. Brigantini pronunciò dopo il sabotaggio delle serre agricole. «La stessa scomunica – ha scritto - che la Chiesa lancia contro chi pratica l’aborto è doveroso, purtroppo, lanciare contro coloro che fanno abortire la vita dei nostri giovani, uccidendo e sparando, e delle nostre terre, avvelenandole».
Alberto RICCADONNA
G. Bregantini, C. Santomiero, Non possiamo tacere – Le parole e la bellezza per vincere la mafia, Piemme, Milano 2011, 196 pagine, 14.50 euro
Testo tratto da «La Voce del Popolo» del 6 novembre 2011