LE NUBI E LE SPERANZE DEL MONDO DEL LAVORO
Primo Maggio, una festa a metà
Lavoro, fisco, welfare: i temi del Primo Maggio torinese si propongono come l’«altra faccia» della medaglia rispetto agli obiettivi, che il Governo Monti ha enunciato al momento del suo insediamento: rigore, crescita, equità.
È una festa con l’affanno, il prossimo Primo Maggio. La mancanza di lavoro è la conseguenza della mancanza di una sufficiente crescita della economia, ormai assente da più di un decennio e evoluta in recessione. Pesa sulla situazione la scarsità di investimenti pubblici e privati, di amministrazioni e aziende. Le prime, a partire dal Comune di Torino bloccate dal Patto di Stabilità; le seconde strozzate dai meccanismi e dai costi del credito. A ciò va aggiunto che inflazione e tasse saccheggiano le buste paga - fra le più basse d’Europa - e le pensioni già ridotte da anni nel loro valore reale. Le famiglie si difendono riducendo i consumi e attingendo ai risparmi, finché ci sono. Crescono le disuguaglianze sociali.
Il rischio di scivolare nella povertà o di dover ridurre drasticamente il proprio tenore di vita tocca varie categorie di lavoratori: operai, impiegati, pensionati, artigiani, piccoli imprenditori, dirigenti d’azienda. La mancanza di lavoro getta nello sconforto molte famiglie. Sono le scarse prospettive di trovarlo o di ritrovarlo a diffondere il sentimento di ansia, di timore che corrode la fiducia nel futuro. Questo quadro negativo riguarda anche il nostro territorio, ed è condensato in tutta la sua evidenza nel peggioramento della disoccupazione complessiva e giovanile; della mobilità, soprattutto nelle aziende piccole; della cassa integrazione in deroga e straordinaria.
Le previsioni del primo trimestre 2012 dell’Unione Industriale di Torino indicavano che circa il 27% delle imprese aveva ordini per un solo mese e quelle che pensavano di investire scendevano da un quarto a un quinto del totale. Eppure una parte dell’industria torinese sta cercando di reagire innovando e cercando ordinativi ed esportazioni su nuovi mercati internazionali. In tutti i settori imprese lavoratori e sindacato stanno condividendo insieme, a prezzo di sacrifici, il rischio e la sfida di resistere alla crisi e di mantenere i posti di lavoro. Torino, il suo territorio, la sua economia, la varietà delle sue competenze e specializzazioni imprenditoriali, dei lavoratori, dei centri di ricerca, in campo manifatturiero e dei servizi alle imprese, dell’ICT, del turismo, della cultura rappresentano un tessuto sul quale puntare ancora perché non solo la nostra comunità ma tutto il Paese possa uscire da questa tremenda e eccezionale crisi.
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La crisi risulta ancora più pesante per le famiglie, quando alla mancanza di lavoro o a un lavoro precario si aggiunge il pericolo di perdere il tetto sotto cui si vive. O di non potere continuare a pagare il mutuo alla banca per acquistare la prima casa. Una famiglia torinese su tre vive in una casa che non è di sua proprietà. A Torino sono 3 mila le famiglie sotto sfratto, in maggioranza per morosità. Hanno un capofamiglia giovane e/o straniero; e almeno un terzo del loro reddito serve a pagare il canone d’affitto. Gli ultimi Governi che si sono succeduti fino a quello in carica, quand’anche di colore diverso, hanno ridotto via via i finanziamenti pubblici o introdotto norme fiscali contraddittorie se non addirittura negative. Vedi il fondo a sostegno degli affitti; la cedolare secca; la nuova Imu.
Per questo diventa essenziale che sia completato il piano regionale per 10 mila nuovi alloggi di edilizia sociale. Che gli enti locali censiscano le case esistenti vuote e premano anche agendo sulle aliquote Imu, sui costruttori e i grandi immobiliaristi che possiedono alloggi vuoti che potrebbero essere messi a disposizione in affitto. Che si istituisca un fondo di garanzia, per pagare gli affitti e le spese ai proprietari prima che l’inquilino, che ha avuto – dimostrandolo - un calo del reddito familiare, diventi moroso rischiando di subire lo sfratto. Ci si rende conto che Regione e Comuni si dibattono con risorse che scarseggiano e devono servire a risolvere tanti altri problemi. Ma alcune risorse potrebbero venire dal buon governo del territorio; da uno sviluppo urbanistico, che preveda, nei piani regolatori e nelle varianti ai piani, l’apporto di capitali privati, pur non consumando i pochi «terreni buoni» rimasti.
Ai Comuni del nostro territorio, a partire dal capoluogo, si richiede altresì di condividere le priorità, le modalità e le finalità di eventuali misure fiscali sulle famiglie; dall’addizionale Irpef all’Imu. Perché l’ingiustizia diventa una vera e intollerabile beffa quando si manifesta nel «fare parti uguali fra diseguali» (Don Milani). La crisi colpisce tutti - o quasi! - ma non nello stesso modo. E soprattutto finora l’hanno pagata i soliti noti. La protezione sociale dei cittadini e delle famiglie più colpite resta fondamentale per mantenere e ridisegnare il welfare locale. C’è bisogno che le risorse pubbliche non si contraggano e siano equamente suddivise e beneficiate fra la popolazione. C’è altrettanto bisogno che pubblico, privato, terzo settore collaborino nei rispettivi ruoli e competenze. Che la pubblica amministrazione paghi le aziende e i lavoratori a tempo debito.
Infine, sono sei i lavoratori morti sul lavoro nella nostra provincia dall’inizio dell’anno; deceduti per lo più in cantieri edili. Sono ancora vivide nella memoria le fiamme del raccapricciante rogo della Thyssenkrupp; e anche le scene di altri incidenti sul lavoro, che hanno scosso e segnato la coscienza civile di questa città. Istituzioni e parti sociali hanno dimostrato di saper preparare insieme la costruzione di grandi opere e grandi eventi (come le Olimpiadi invernali del 2006) nel rispetto della vita e della tutela dei lavoratori e dei cittadini che hanno contribuito a viverlo. Inoltre si è accumulato presso la Procura di Torino un patrimonio di strumenti, persone, conoscenze che ha rappresentato un punto di riferimento nazionale in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Anche questo fa parte della «cultura del lavoro» che celebriamo e che siamo chiamati a consolidare.
Se rabbia, paura, incertezza e fiducia verso il futuro si mescolano e non trovano ascolto, la convivenza civile e sociale si sfilaccia e si incrudelisce. Per questo Cgil Cisl Uil anche quest’anno hanno deciso di celebrare ancora una volta «unitariamente» il 1° maggio. Perché le diversità e le differenze di idee, di opinioni e di iniziative che ci sono nascono da un sentire comune, vitale. Il sindacalismo confederale resta per milioni di cittadini uno strumento insostituibile di mediazione e di emancipazione sociale e un’occasione di partecipazione che irrobustisce la democrazia politica ed economica. Non viceversa. Questo dovrebbe essere sempre tenuto ben a mente da un Governo di «tecnici» che deve guidare il Paese nel momento politico economico e sociale, forse più difficile della sua storia repubblicana. Vale, in particolare, per i ministri che frequentano la nostra città, chiedendoci di lavorare insieme con senso di responsabilità e di speranza ma che poi a Roma sembrano giudicare la concertazione con il sindacato una inutile melina.
Nanni TOSCO
Segretario Cisl Torino
Testo tratto da «La Voce del Popolo» del 29 aprile 2012