Diocesi di Torino
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Chiesa, ti amavo prima di conoscerti...

UN CREDENTE DI FRONTE ALLE «SFIDE CULTURALI»
Chiesa, ti amavo prima di conoscerti…
 
Quanto ti amo, Chiesa di Dio!
Se c’è chi dovrebbe coltivare per te fastidio, rancore, disprezzo, quello sono io.
 
Ho conosciuto un’infinità di tue realtà, centinaia di preti frati suore vescovi e cardinali, teologi e predicatori, scrittori e giornalisti; vissuto decine di situazioni imbarazzanti (per te, non per me); letto tonnellate di libri riguardanti te, la tua storia, teologia, spiritualità ecc. E non è che abbia tratto altro che alimenti a iosa per i miei dubbi, le mie angosce, le mie disperazioni.
 
Ma il fastidio che provo attualmente non è nei tuoi riguardi, ma verso i tuoi fedeli, seguaci o cristiani che dir si voglia. Insomma, verso i tuoi credenti.
Perché, forse io non lo sono? No. Non lo sono e non lo sono mai stato. Io non ho mai spostato che dico una montagna, ma neanche un granello di sabbia. Sono stato e sono tuttora sul sicomoro, e guardo.
 
Quando i «credenti» parlano di «laici», lo fanno come se loro non lo fossero. E infatti non lo sono. La loro laicità è un’appendice alla loro fede, mentre ne dovrebbe essere la base.
 
Ne ho un esempio fra mano leggendo l’ultimo libro di Ferruccio Parazzoli, Eclisse del Dio Unico, presentato - con un certo imbarazzo - dall’onnipresente Vito Mancuso (Il Saggiatore 2012). Ora il buon Parazzoli scrive pagine acute e intelligenti (fingendo che siano ancora aperte a una remota speranza) sull’inesistenza di Dio. Pagine disperate o compiaciute? Non lo so.
 
Un romanziere, anche quando è tentato dal «saggio», non cessa di essere un contastorie, prima di tutto per se stesso. A me non dispiace affatto che questo «fu scrittore cattolico» non lo sia più, o faccia finta di non esserlo.
 
Mi secca d’aver fatto l’ennesima scoperta: che quando uno come lui ha scritto per anni su Avvenire, Famiglia cristiana, Jesus e compagnia bella, ha partecipato a convegni, dibattiti, incontri ecc. tutti rigorosamente cristiani, ad un certo punto - se si accorge di aver mancato il bersaglio - non ha l’umiltà di incolpare se stesso, ma punta il dito contro di Te, Chiesa.
 
Siccome questa posizione di abiura o ripudio è oggi abbastanza naturale, specialmente a una certa età, mi chiedo perché i credenti doc, quelli cioè che in qualche modo o sotto qualche forma fornicano col potere di cui hanno ribrezzo, non rimangano laici, invece di salire sul trenino della fede per poi scenderne quando fa loro comodo. Forse per non doverne pagare il biglietto?
 
Sono queste le occasioni in cui io, che per più di cinquant’anni ho seguito le tue piste, Chiesa di Dio, cospargendole di trappole e tappeti di velluto, e altre te ne ho aperte e in esse mi sono affannato senza mai chiedermi perché lo facessi, voglio e devo invece dirti il mio amore.
 
Non la mia fedeltà ma la mia gratitudine. Non la mia adesione ma la mia libertà in te e per te. Non la mia ammirazione o la mia nostalgia ma la mia pena, che cresce ogni giorno ed ogni giorno mi gonfia il cuore di una speranza senza senso ma certa, quasi implacabile, fredda.
 
Ti amavo prima ancora di conoscerti, perché in qualcuno dei tuoi figli avevo letto quel tipo di bontà, umile, inespressa, assoluta di cui solo loro sono capaci e tu sei madre.
 
Ed oggi - uno dei tanti momenti in cui ti vedo zoppicare, e cani rabbiosi ti azzannano, e molti dei tuoi ti sono giudici, e del fatto di essere tuoi bastardi menano vanto - oggi in cui la tua povertà, lentezza, peso, impaccio mi spingerebbero all’urlo, ti voglio mormorare il mio amore: semplice, come mi è stato insegnato; intenso, come mi è stato trasmesso; amico, di quell’amicizia che così raramente sai riconoscere in chi ti tiene per mano senza che tu te ne accorga.
Piero GRIBAUDI
Testo tratto da «La Voce del Popolo» del 29 aprile 2012
 
 

 


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