Benvenuti nel sito della Chiesa Cattolica di Torino

Ufficio
Scuola

Seguici su
Facebooktwitterrssyoutubemail

Dirigenti scolastici delle Scuole statali e paritarie: incontro con Arcivescovo

Mercoledì 9 maggio al Santo Volto. Saluto del Direttore Generale U.S.R. Piemonte
Facebooktwitterredditpinterestlinkedin

Anche quest’anno, come ormai da qualche tempo, a cadenza biennale, l’arcivescovo mons. Cesare Nosiglia continua il dialogo con i Dirigenti scolastici delle Scuole statali e paritarie di ogni ordine e grado.

L’incontro si è tenuto mercoledì 9 maggio 2018 dalle ore 10 alle ore 12, presso l’Auditorium del Santo Volto in via Borgaro 1 a Torino, a cura dell’Ufficio diocesano per la pastorale della Scuola.

Ha portato il suo saluto il Direttore Generale U.S.R. per il Piemonte Dott. Fabrizio Manca.

L’incontro è stato occasione per un proficuo dialogo con quanti sono tra i principali protagonisti della sfida educativa nonché per esprimere loro riconoscenza per il prezioso servizio che sono chiamati a svolgere nella scuola.

Ecco il testo dell’intervento dell’Arcivescovo:

“Vi ringrazio della vostra partecipazione a questo incontro che ogni anno ci vede riuniti insieme per riflettere su argomenti educativi primari per le nostre scuole.
Parto dalla cronaca, guardando al bullismo esercitato da singoli alunni o da bande sia verso altri ragazzi come loro, sia anche verso docenti, come è capitato in questi ultimi tempi. Si tratta di casi particolari, ma preoccupanti, che hanno suscitato tanti commenti, non sempre equilibrati e sereni. Colpisce l’estrema ingenuità e spavalderia, con la speranza di farla sempre franca, da parte di questi ragazzi, spesso adolescenti, che li conduce a pubblicare persino sui social le loro gesta; ma colpisce pure l’eccessiva difesa che le famiglie fanno dei propri figli, anche di fronte a comportamenti che andrebbero richiamati e non accettati passivamente.
Tutto ciò esige una riflessione approfondita da parte degli educatori, dei docenti e dei dirigenti scolastici, perché ne va del compito educativo della scuola verso le nuove generazioni, che viene svalutato agli occhi della gente, degli stessi alunni e della nostra società. In un simile contesto, quale dev’essere il vostro compito? Lo chiedo a voi, ovviamente, che siete sul campo; ma sono convinto preliminarmente che esso sia, oggi, ancora più importante che in passato, proprio per questi motivi di criticità che si debbono affrontare. È un tema che dovrebbe vederci uniti e capaci di mostrare, proprio grazie al nostro ruolo specifico, esemplarità e sostegno agli stessi docenti e famiglie, come anche verso gli alunni, per condurre un’azione comune e alternativa.

La crisi dell’educazione

Da tempo si parla di crisi educativa che investe la famiglia, la scuola e i corpi intermedi, comprese le parrocchie. È altrettanto evidente che i ragazzi e giovani soffrono oggi di un abbandono educativo che spesso parte dalla stessa famiglia, si aggrava a causa della loro solitudine e della separatezza tra il mondo degli adulti e il loro mondo e trova vie devianti nei social. Questi promuovono comportamenti che preoccupano gli educatori e non sono altro che la spia rossa, la quale dovrebbe metterci tutti in gioco, per affrontare insieme ai ragazzi e giovani la situazione, mai solo con la leva dell’autoritarismo o delle punizioni, ma con il dialogo e il confronto responsabile.
Dobbiamo però fare i conti con il relativismo e l’assolutizzazione della libertà dell’individuo, per cui l’autorealizzazione conta di più del bene comune e rende tutto più incerto e provvisorio. Inoltre, la forte domanda di competenze qualificate per il lavoro e la professione, i rapidi cambiamenti economici e produttivi esigono una scuola efficiente nel dare istruzioni sul “come fare”, più che sul “come essere”. L’educazione si riduce perciò sempre più a formazione alle competenze e alle abilità, dove l’interiorità della persona, le grandi domande sul senso della vita e la stessa solidarietà vengono considerate inutili e non produttive. Di conseguenza, anche il docente non è più considerato un maestro di cultura e di vita, ma un “facilitatore” dell’apprendimento di ciò che serve o di ciò che si deve sapere per poter fare bene il proprio “mestiere”.
Tutto questo non deve tuttavia farci dimenticare l’impegno che molti insegnanti, genitori e responsabili della scuola mettono nel contrastare tale situazione, operando con il porre al centro del loro servizio il bene degli alunni e la loro crescita come persone libere e responsabili.

Una scuola inclusiva

È necessario promuovere una scuola inclusiva, capace di affrontare giorno per giorno determinati problemi e scelte che ogni dirigente, in particolare con i suoi docenti, sa di dover mettere in conto. L’intercultura e l’interscambio delle proprie potenzialità positive, che dà vita a un saper stare insieme per perseguire uniti il bene comune, e lo sforzo di aprire la mente e il cuore di ogni alunno a mettersi in dialogo e a incontrare veramente l’altro diverso da sé, esigono un lavoro paziente e lungo. L’inclusione non riguarda solo alcuni alunni, che altrimenti sarebbero, per le loro qualità o non-qualità fisiche, intellettuali, etniche o culturali e sociali, esclusi; interessa invece tutti e ciascun alunno, perché ogni persona è diversa dall’altra. Si tratta dunque di valorizzare e promuovere la specifica identità di ciascuno, aprendolo all’incontro e alla relazione con l’altro, riconosciuto come un pari, dal quale si può ricevere e al quale si può dare. A fondamento di questo va però posto il rispetto della vita comune, come base portante delle relazioni e del vissuto concreto di ogni giorno.
Credo allora che vadano tenuti presenti alcuni criteri di fondo comuni, per interpretare e gestire tutto ciò nell’ambito di una scuola che intende essere comunità educante, aperta e nello stesso tempo attenta alle individualità, ma per condurle a realizzare se stesse con e per gli altri (nella logica dell’io che diventa un tu e un noi).

1. Sappiamo bene quanto incide sulla personalità dell’adolescente la dinamica di gruppo, in cui si vivono relazioni di sudditanza o di acquiescenza, dovute alla necessità di farsi accettare e di sentirsi stimati o accolti per quello che si è. Per raggiungere questo risultato non bisogna né eccellere troppo rispetto agli altri, né avere qualche carenza vistosa di tipo fisico o psicologico. La “legge del branco” è ferrea su questi aspetti.
In ogni “gruppo-classe” ci sono poi coloro che, per personalità o esperienza extrascolastica, vivono la scuola come una realtà in cui possono esprimere la loro rabbia o il loro disagio, scaricandoli sui compagni più remissivi, sia con l’esercizio smisurato di un certo “potere” e influsso, sia mediante la naturale attrazione che esercitano tipi singolari ed estrosi, che sanno imporsi con il loro modo di fare e di parlare, risultando dunque dei leader. Queste dinamiche non sono proprie solo della scuola, ma le troviamo anche negli ambienti sportivi (“lo spogliatoio”, come si usa dire), in una comitiva di amici, in un condominio, negli ambiente di lavoro ristretti o in uno stesso ufficio, dove si deve operare insieme.
La via positiva è educare a fare gruppo, valorizzando le doti e risorse di ogni membro, favorire relazioni interpersonali diversificate, mostrare che ciascuno è capace di dare e non solo di ricevere, stimolare l’intraprendenza personale a servizio della classe… Insomma: se riusciamo a far prevalere il gruppo classe in quanto tale sui singoli elementi che lo compongono, a farli sentire squadra unita e collaborativa, allora è più facile isolare chi vuole porsi al di sopra degli altri e ostacolare il formarsi di piccole bande interne, che incidono poi negativamente sull’intera classe. Aiutano in questo la musica e il canto, la costituzione di gruppi aperti alla solidarietà, le ricerche fatte insieme su personaggi positivi viventi oggi, che diventano testimonial positivi.
Inoltre, bisogna orientare i nostri educatori e docenti a unire insieme autorevolezza e autorità, per farsi accettare come guide del gruppo e non solo come coloro che esercitano un potere sopra di esso (e quando non ci sono, si scatena la bagarre) oppure come coloro che, troppo arrendevoli e accomodanti, una volta messi alla prova dei fatti cedono alle richieste implicite o esplicite della classe o di chi ne è leader.
Non è facile per i docenti conoscere e comprendere bene questa legge del gruppo o “branco”, come si dice; lo possono fare se imparano a leggere tra le righe dei compiti e nelle attività svolte dai ragazzi, perché molti esprimono lì le loro insicurezze, paure, timori o attese. Inoltre, il dialogo personale può risultare la carta vincente, per farsi accettare e stabilire un rapporto sincero.

2. A condizionare molto la vita e le relazioni all’interno della scuola è pure un certo ambiente, che non significa solo l’aspetto materiale e architettonico, ovviamente (anche se sappiamo che pure questo incide… pensiamo agli stessi colori…): mi riferisco all’ambiente fatto dalle persone, dalle loro relazioni, dallo stile di rapporti e di vita insieme che si creano nelle classi e nella scuola. Penso al rispetto delle cose e degli altri, alle regole di comportamento – e di galateo, diremmo –, che sono state via via abbandonate (il docente che si fa dare del tu, che si pone sullo stesso piano dei ragazzi; il modo stesso di vestire, a volte trasandato; la moda sfacciata soprattutto delle ragazze, ma non solo; il parlare scurrile e smodato…): insomma, tutto il complesso di fattori che svalutano agli occhi dei ragazzi la serietà della scuola e ne fanno un luogo come la strada.
L’osservanza di regole di vita è sempre stato principio positivo per educare e per vivere bene. Quando non si hanno regole e si affrontano le questioni a partire dal “mi piace o non mi piace”, “mi serve o non mi serve”, gradualmente si abbandona ogni remora etica e si diventa arbitri di se stessi, per cui non si comprende o accetta più che ci sia un bene comune da rispettare o una serie di regole da osservare per una buona convivenza, che è invece un valore anche per se stessi, oltre che per gli altri. Nel lavoro, nello sport, in famiglia, nella vita sociale… non si può fare a meno di osservare un codice etico di comportamento, se si vogliono raggiungere risultati apprezzabili. Diceva già sant’Agostino: non ami tuo figlio, se non sai dargli regole di vita e non lo rimproveri se sbaglia; non amare nell’uomo l’errore, ama l’uomo.
Inoltre, i ragazzi hanno bisogno di sapere e di vedere applicate da noi adulti le stesse regole di vita che chiediamo loro di osservare. Purtroppo, hanno davanti agli occhi, nei media e nei comportamenti degli adulti, esempi non positivi su questo punto, per cui alle parole che sentono non corrispondono i fatti concreti. Questa è una gravissima responsabilità di tutti coloro che, nei vari campi del vissuto familiare, sociale, politico, sportivo, culturale si comportano nel parlare e nell’agire in modo diseducativo, seminando esempi negativi, invece di rappresentare modelli di vita buoni per i giovani.
In quest’ambito è decisiva la linea comune degli educatori (penso anche alla famiglia) che sanno dialogare e confrontarsi tra loro, ma poi sanno anche agire all’unisono verso i ragazzi. Assistiamo invece spesso a contrasti tra genitori e docenti, ad esempio perché il rimprovero o il richiamo di questi ultimi verso comportamenti non onesti e non buoni degli alunni vengono contestati dai genitori: la correzione di un figlio viene considerata un’offesa alla famiglia.
Ancora, il lassismo educativo, che spesso domina, non permette di apprezzare un’educazione scolastica seria e motivata, fondata su valori anche etici di base, che sono decisivi per la crescita armonica, libera e responsabile dei ragazzi.
Infine, che l’ambiente sia determinante lo notiamo in particolare nel passaggio dalla scuola elementare a quella media e soprattutto da quest’ultima a quella secondaria superiore. Nel giro di un anno, alunni che erano sereni e buoni cambiano radicalmente il loro comportamento. Ciò è dovuto certo anche alla crescita fisica, al disagio che un mondo nuovo e una condizione nuova di vita determina nell’adolescente, ma anche dall’ambiente che trova e dall’esempio dei compagni più “grandi”.

3. Occorre pertanto insistere sulla formazione etica e civica. Può aiutare in questo anche l’insegnamento della religione, almeno per chi lo sceglie. Educazione civica e religione hanno come fine proprio l’acquisizione di una regula vitae, indispensabile per il proprio oggi e domani.
Le varie discipline e dunque i diversi docenti devono lavorare molto insieme e offrire ai ragazzi una piattaforma di studio, ma anche di esperienze positive, da programmare insieme. L’obiettivo è formare all’essere e non solo al sapere e al saper fare. Le conoscenze e le competenze culturali e professionali sono essenziali e vanno sempre di pari passo qualificate, ma non sono avulse dal complessivo “essere” della persona che le assume. L’avere una coscienza etica a cui rispondere e una coscienza collettiva che apre al bene comune la propria vita anche individuale è un traguardo fra i più importanti e decisivi per l’uomo. Il rispetto di se stessi sta al primo posto, perché solo così si rispettano anche gli altri (non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te: regola d’oro degli antichi assunta anche dalla Bibbia).
Rientra poi nella formazione la promozione di esperienze positive di incontro con testimoni validi e di riferimento per i ragazzi, che abbiano una vita degna di essere additata ad esempio. Penso a persone che agiscono nella società per affermare i diritti di tutti, la legalità, l’accoglienza dei diversi, la non discriminazione, il dialogo interreligioso, la gratuità del dono di sé, i valori civili, umani e religiosi, e che vivono con coerenza e amore verso tutti. Mi riferisco ad esempio a san Giuseppe Benedetto Cottolengo, a Don Bosco e all’esperienza dell’oratorio… Oppure a nostri contemporanei, come don Ciotti, fondatore del gruppo Abele e di Libera, o Ernesto Olivero, fondatore del Sermig, ma anche a professionisti riconosciuti nel campo sanitario, culturale e sociale e persino dello sport, della musica, del teatro, del mondo del lavoro, delle missioni… Anche la conoscenza e l’incontro con realtà positive del territorio – come associazioni e gruppi che si occupano dei poveri e degli ultimi, cooperative sociali, Ong che operano nel mondo – offrono esempi positivi di indirizzo di vita buona e gioiosa.
È ovvio che ogni ragazzo desidera poi percorre la propria strada e cercare le proprie esperienze e sensazioni, diverse dagli altri; si tratta però pur sempre di esempi, che possono anche non incidere più di tanto tutti quanti allo stesso modo, ma comunque rappresentano tentativi per far riflettere i giovani sul fatto che non è vero che tutti si comportano in un certo modo e dunque è necessario omologarsi a quel che fan tutti… Ci sono persone che vanno anche controcorrente e sono contente di farlo, mostrando che essere se stessi con coerenza è sempre meglio che diventare succubi della cultura e delle opinioni dominanti.

4. In ultima analisi, credo che occorra dare vita a un nuovo patto educativo territoriale tra famiglia, scuola, parrocchie, gruppi e gli stessi alunni, resi protagonisti attivi della loro formazione. Le disposizioni che sono state date per ricuperare certi valori di serietà e di comportamento nella scuola da parte del Ministero sono valide se non restano isolate in se stesse, ma sono accompagnate dall’impegno di tutte le forze educative che interagiscono con la scuola per il bene dei ragazzi. Gli educatori debbono incontrarsi e non ignorarsi. La scuola e ogni realtà educativa deve uscire dalla sua autoreferenzialità e porsi in dialogo con le altre, attraverso strumenti e vie che permettano agli educatori di dialogare e confrontarsi insieme su questi problemi e altri che sono decisivi per la promozione culturale, umana e sociale delle nuove generazioni.
Credo infine che sia comunque impossibile eliminare del tutto un certo costume di comportamento e di relazioni tra i ragazzi, come tra i giovani: c’è sempre stato, anche se in toni minori e meno violenti di oggi. Per cui, quel che importa è non pretendere il tutto e subito, ma accompagnarli con pazienza e decisione su vie di amicizia tra di loro (facendo sperimentare il senso vero e giusto di quest’esperienza).

Conclusione

Educare è un po’ come partorire: comporta dolore e fatica… ma poi nasce una nuova vita e tutto si dimentica. L’adolescenza e la giovinezza sono una nuova nascita, spesso traumatica, in cui ogni educatore è chiamato a farsi partecipe e corresponsabile. I ragazzi non si rendono conto di questo e rischiano di restare bambini viziati e insicuri, con una personalità incapace di assumersi le proprie responsabilità. L’eterna paura di crescere diventa oggi rifiuto di tutto e di tutti. Su questo, occorre convincere i ragazzi perché si rendano conto che ciò che sembra forza è invece indice di debolezza e ciò che appare loro potere è sconfitta che impedisce di crescere veramente in libertà e responsabilità verso se stessi e gli altri”.