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Comunità montane tra difficoltà e segnali di speranza

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Risali le Valli di Lanzo, dal naturale «capoluogo» posto a 550 metri, sino a Balme, Groscavallo, Monastero, Usseglio, e ti accorgi ogni volta della loro bellezza. Ti incantano i paesaggi, i borghi arroccati, i paesi ancora uniti dalla casa comunale e dalla chiesa. Eppure ogni volta ti chiedi cosa è mancato in queste montagne in assoluto più vicine a Torino, affinché negli ultimi trent’anni non ci fosse un silenzioso abbandono, non solo legato allo spopolamento di uomini e donne (in particolare giovani) che dalle Valli di Lanzo se ne sono andate.
 
Tagli di servizi – scuole, uffici postali, ospedale, esercizi commerciali -, chiusura di imprese – come la cartiera di Germagnano e la Nordel di Pessinetto – viabilità difficile, naturali sovracosti per i residenti. Risali le Valli e ti accorgi delle enormi potenzialità e dell’abbandono di queste aree da parte della politica, più in generale dei «poteri forti», dei palazzi romani e spesso anche torinesi. Ti accorgi, se incontri qualche sindaco dei venti comuni delle Valli, che l’abbandono non è vittima ma carnefice. L’Italia ha messo da parte questo lembo di territorio che sconfina con la Francia, investendo niente per lo sviluppo socio-economico negli ultimi cinquant’anni. Le Valli di Lanzo ne sono l’esempio più eclatante. Così vicine a Torino, così lontane dagli investimenti e dalle scelte politiche I governi nazionali hanno considerato per troppo tempo questi montanari «giardinieri delle montagne».
 
Da quando la pianura e la città prendevano uomini «a metri lineari» dalla Val Grande, dalla Val di Viù, dalla Val d’Ala e dalla Valle del Tesso, per infilarli alla catena di montaggio, poco è cambiato. Già, proprio oggi, mentre i piccoli Comuni vengono messi in discussione e ancor più le Comunità montane, aggregazioni di Comuni che devono gestire i servizi, ma soprattutto approntare progetti concreti di sviluppo economico e sociale. Lo sa bene Celestina Olivetti, presidente della Comunità montana Valli di Lanzo, Ceronda e Casternone: «Il rischio – spiega – è che Stato e Regione ci facciano tornare, con il pretesto della crisi, agli anni dell’emigrazione e dell’abbandono. Lo Stato è tenuto a rispettare l’articolo 44 della Costituzione, che prevede misure specifiche per la montagna.
 
La legge 97 del ’94 stabiliva lo stanziamento di 100 miliardi di lire, 50 milioni di euro, per i territori montani. Di questi, da tre anni, arriva zero. Niente. La storia si ripete. Siamo stati sacrificati negli anni Cinquanta per uno Stato che privilegiava lo sviluppo urbano e lo siamo nuovamente oggi per colpa della crisi. Ecco la causa politica del ritardo dello sviluppo delle aree montane. Si nega addirittura la specificità del nostro territorio». La perdita di posti di lavoro è tra le conseguenze più drammatiche di questa lontananza delle scelte politiche. La cartiera di Germagnano, chiudendo, ha lasciato a casa 130 persone. La Nordel di Pessinetto, due anni fa, cinquanta. Oltre alle perdite, è lecito chiamare furto quello delle risorse. Come l’acqua ad esempio, con gli impianti per la produzione idroelettrica, gestiti dalle multinazionali, che lasciano niente ai Comuni, utilizzando per il business la forza di gravità che è solo di queste terre alte.
 
Tra fattori drammatici di mancato sviluppo, ci sono oggi significativi esempi di lavoro fatto insieme, che concede nuovi risultati. In primo luogo la collaborazione tra i Comuni – attraverso la Comunità montana e non solo – la voglia di riportare alla montagna le sue risorse naturali e il loro intrinseco valore, il «reinsediamento» di famiglie che escono dalla città e recuperano case nelle borgate delle Valli, i Comuni che tornano a gestire direttamente l’economia legata all’acqua – per scopi potabili ed energetici – il rilancio di una filiera del legno e dell’artigianato, la scelta delle piccole imprese di trovare forme di collaborazione per migliorare produzioni (in particolare agroalimentari) d’eccellenza, l’ampliamento di alcune aziende che vogliono dare lavoro e reddito alla manodopera locale.
 
«Sono segnali – evidenzia Celestina Olivetti – di una nascente coscienza di territorio, che sa far muovere nuovi passi alla montagna. Si supera il pessimismo, la continua richiesta di assistenzialismo, per evidenziare nuovi valori e nuovi progetti dei quali la montagna ha bisogno. Possiamo cioè, anche da queste Valli, contribuire al superamento della crisi del sistema-Paese e del sistema-Piemonte. Ma allo stesso tempo chiediamo maggiore attenzione per i nostri territori, per le vallate troppo spesso considerate marginali, detentori invece delle risorse sulle quali si poggia una nuova crescita, dando vita a quella green economy che rimette le Alpi e la montagna al centro».
Marco BUSSONE
Testo tratto da »La Voce del Popolo» del 6 maggio 2012