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Don Bosco a Caselette: la Via Crucis un «monumento»

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Nella sua lunga storia il santuario di S. Abaco è stato più volte oggetto di risistemazioni e ampliamenti. Il volto attuale è frutto di interventi compiuti a metà ‘800, nel decennio che precedette l’Unità d’Italia. In quegli anni non solo si lavorò sull’edificio, ma si costruì anche la strada selciata che vi sale: opera di volontariato di giovani del paese che, su stimolo e finanziamenti del conte Carlo Cays (grande promotore di opere a beneficio del paese, amico di don Bosco e poi sacerdote salesiano), si mobilitarono lavorando la domenica.
 
E visto che i lavori alimentavano un fervore religioso fortemente sentito, si decise di edificare lungo la strada le cappellette della Via Crucis, per dare alla via verso il santuario il senso di un itinerario spirituale. La loro costruzione si realizzò nel 1854-56 grazie a offerte di caselettesi e forestieri (tra cui le regine Maria Teresa e Maria Adelaide di Savoia, ospiti del castello Cays durante l’epidemia di colera del 1854): don Bosco, che fu a Caselette in quegli anni, definì questa Via Crucis monumento parlante della pietà e della religione dei caselettesi.
 
A questi lavori sul santuario si affiancò la pubblicazione di un libretto dovuto allo stesso san Giovanni Bosco. Il conte Cays lo sollecitò a scrivere qualcosa che ravvivasse ulteriormente la venerazione di S. Abaco e soci; e fu lui a mettergli in mano la documentazione per il libro. L’opuscolo, pubblicato nel 1861 dalla Tipografia Salesiana di Torino, rese popolare la tradizione più nota (anche se storicamente discutibile) sulla vita e sul martirio di quei santi, che risaliva a una leggendaria «Passione» del VI-VII secolo, e nello stesso tempo fece conoscere il santuario ad essi dedicato sul Musiné. Non sappiamo se don Bosco sia mai stato a S. Abaco (certamente ha celebrato nella chiesa parrocchiale di Caselette), ma la sua attenzione premurosa al santuario e alla venerazione dei nostri martiri inserì nella lunga storia di S. Abaco un tassello memorabile.
 
Testo tratto da «La Voce del Popolo» del 15 aprile 2012