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Il fonte «torinese» segno e memoria del Battesimo

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Nei primi secoli del cristianesimo i sacramenti dell’iniziazione cristiana venivano celebrati, con grande solennità, solo durante la veglia pasquale del sabato santo, nella cattedrale e sotto la presidenza del vescovo. Nel corso dell’alto Medioevo tale prassi si incrina: i tre sacramenti dell’iniziazione (battesimo, confermazione, eucaristia) si separano, e viene anche meno l’unicità del luogo. Le chiese più importanti delle campagne acquisiscono la dignità battesimale (ossia la possibilità di celebrare il battesimo), e vengono attrezzate con fonti o con veri e propri battisteri-edificio autonomi. Si diffonde inoltre la pratica della celebrazione quam primum («al più presto»), ossia i neonati ricevono il sacramento senza attendere la veglia pasquale, in un contesto rituale necessariamente più semplice, in cui la stretta cerchia familiare si sostituisce all’intera comunità.
 
Il ministro del sacramento diventa quindi il parroco, e lo spazio del battesimo – non più esclusivo per le sole sedi diocesane – perde monumentalità.
 
I fenomeni qui brevemente tratteggiati non implicano che il rito del battesimo cessi di avere rilevanza religiosa e sociale; anzi, il fiorire di luoghi per il battesimo – differenti per contesto culturale, civile e geografico – testimonia una pluralità di interpretazioni, di sensibilità, di atteggiamenti. Le arti che nascono attorno al battesimo sono tra le testimonianze più straordinarie di come la liturgia sappia fecondare tradizioni e ispirazioni locali, anche diversissime tra di loro.
 
Il fonte dei Musei Civici
Tra i fonti battesimali che – a partire dall’età romanica – popolano le chiese parrocchiali urbane e rurali, hanno un particolare fascino quei fonti scolpiti che narrano lo svolgimento del rito battesimale stesso. Sebbene avulso dal proprio contesto architettonico, il fonte conservato nel lapidario dei Musei Civici a Palazzo Madama è una testimonianza di straordinario interesse di tale fenomeno. Il bacino battesimale è pervenuto al museo nel 1884 in dono dal marchese Alfieri di Sostegno, che lo conservava – ignorandone la provenienza originaria – nel proprio castello di San Martino Alfieri.
 
La vasca è un monolite in calcarenite a grana fine (la cosiddetta «pietra da cantoni»), presenta un profilo esterno ottagonale (sebbene due lati siano danneggiati), raccordato con una cavità interna a sagoma circolare. Al fondo del catino emisferico è praticato il foro per il deflusso delle acque battesimali, che solitamente venivano scaricate in un «sacrarium» nel pavimento sotto la chiesa, per essere disperse naturalmente e in modo non profanatorio.
 
Le figure dell’ottagono e del cerchio sintetizzano alcuni degli aspetti simbolici battesimali più diffusi. L’ogdoade, infatti, in età patristica viene caricata di simboli legati alla liturgia battesimale: l’ottavo giorno è quello della Resurrezione di Cristo e quindi dell’eternità, ma il numero otto è legato anche alla narrazione del Diluvio e alla successiva rinascita dell’umanità rigerenerata; la pianta ottagonale viene diffusamente utilizzata sia per i battisteri-edificio, sia per le vasche battesimali. Il cerchio è una delle figure più utilizzate dall’architettura cristiana, richiamo alla perfezione divina, alla Risurrezione e – nello specifico battesimale – alla vera del pozzo della Samaritana o all’ideale fontana della vita paradisiaca.
 
Sono sei le facce superstiti figurate, e vanno a formare un ciclo iconografico coerente, concluso tra due specchiature contenenti la raffigurazione dell’albero della vita. Anche il numero sei ha un utilizzo battesimale diffuso, richiamando un concetto di tempo finito – ma anche un tempo di attesa – nonché la finitezza e l’originarietà del peccato, premessa al percorso di iniziazione e di salvezza: il riferimento è al sesto giorno della creazione, corrispondente al giorno della creazione del primo Adamo, nonché della morte di Gesù, nuovo Adamo e inizio della nuova creazione.
 
I sei campi figurati – scolpiti verso la metà del XII secolo – sono divisi da elementi architettonici (colonne con capitelli trabeate), che inquadrano le scene e definiscono la struttura geometrica del fonte.
 
La vegetazione posta ai due estremi del ciclo richiama il tema della fertilità – proprio dell’iconografia battesimale delle origini –, che cela tuttavia anche l’insidia del peccato: all’albero di sinistra è infatti avvolta la serpe del peccato, a ricordare la necessità di un percorso di redenzione.
 
Nei quattro campi centrali vengono raccontati i passaggi più significativi del rito battesimale: nelle due scene centrali vediamo una figura femminile velata (presumibilmente la madre) che presenta il bambino battezzando; a fianco, la scena del battesimo vero e proprio: il sacerdote stende il bambino prono sul fonte battesimale a calice, dove avverrà l’infusione dell’acqua, aiutato da un personaggio maschile (probabilmente il padrino). Nella scena laterale destra, un religioso porta l’ampolla con l’olio dei catecumeni per i riti di unzione; nella scena laterale opposta, a sinistra, un personaggio maschile laico, con l’abito corto e un ampio mantello disteso, porta processionalmente un oggetto verso il luogo del rito (una candela? un’offerta?).
 
In una chiesa monferrina…
Le figure sono scolpite con masse vigorose e tratti possenti, cui si associano tuttavia dettagli raffinati relativi all’abbigliamento: sebbene il fonte sia un elemento di uso ordinario di una chiesa parrocchiale (possiamo immaginarlo ambientato in una chiesa romanica del Monferrato, ad esempio), viene comunicata ai fedeli in modo straordinariamente efficace la solennità del rito battesimale, la sua significatività nella storia di ogni famiglia, inserita nella storia generale della salvezza. Anche al di fuori dei momenti celebrativi, la narrazione scolpita costituisce una memoria permanente dei diversi passaggi rituali e dei diversi soggetti coinvolti.
 
Il fonte «torinese» non è un caso unico: è molto noto il fonte di Chiavenna, voluto nel 1153 dai due consoli della comunità. Ha una narrazione continua ancora più complessa, in cui sono raffigurati il padrino con il battezzando, un accolito con il cero pasquale, un diacono reggimessale e un suddiacono crocifero vicino al sacerdote officiante, un suddiacono portacandela, un chierico con il turibolo e due chierici con ampolle dell’olio per catecumeni e cresimandi, associati a molte scene della vita quotidiana. Altri noti fonti figurati sono nella pieve di Sasso e a Vicofertile (diocesi di Parma): realizzati probabilmente in occasione dell’erezione di una chiesa rurale e chiesa battesimale, sottolineano alcuni elementi fondamentali per il rito, come gli oli santi e il cero pasquale.
Andrea LONGHI
Testo tratto da «La Voce del Popolo» del 20 gennaio 2013