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Mons. Nosiglia sullo svuotamento delle palazzine dell’ex MOI

Operazione conclusa martedì 30 luglio 2019. Come prosegue ora il progetto di accoglienza e inclusione
Le palazzine dell’ex villaggio olimpico MOI a Torino (foto: Massimo Masone_LaVoceEilTempo)
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È terminato martedì 30 luglio 2019 lo svuotamento delle palazzine dell’ex MOI, villaggio olimpico, iniziato nel 2017. Nel pomeriggio, nella Sala Colonne di Palazzo di Città, si è tenuta una conferenza stampa per illustrare l’intervento della mattinata nelle ultime due palazzine occupate e per informare sulla prosecuzione del progetto di accoglienza e inclusione per i migranti che hanno lasciato l’ex villaggio olimpico.

All’incontro con i giornalisti erano presenti la sindaca Chiara Appendino, il prefetto Claudio Palomba, l’arcivescovo mons. Cesare Nosiglia, l’assessore regionale Fabrizio Ricca, la vicesindaca Sonia Schellino e il segretario generale di Compagnia di San Paolo, Alberto Anfossi.

Di seguito la dichiarazione dell’arcivescovo di Torino mons. Cesare Nosiglia.

«La vicenda del MOI l’abbiamo vissuta – come Diocesi e come Migrantes in particolare – come una sfida e un’opportunità che poteva segnare la vita della nostra Città e costituire anche un modello per l’intero Paese. C’è voluto del tempo: fin dall’inizio abbiamo deciso di non procedere allo sgombero forzato, ma di accompagnare le persone perché potessero comprendere quanto il progetto che avevamo stabilito fosse vantaggioso per dare dignità e speranza in un futuro migliore alle numerose persone coinvolte.

Oggi siamo dunque soddisfatti di aver potuto offrire il nostro apporto a un’impresa complessa e non facile, ma necessaria anche per il bene-vivere delle persone immigrate coinvolte, del quartiere e della città.

La scelta vincente è stata senza dubbio l’impegno congiunto e collaborativo tra i cinque soggetti istituzionali: Comune, Prefettura, Regione, Compagnia di San Paolo e Diocesi. Si è così attuato il metodo dell’Agorà che abbiamo promosso in questi anni, quello, cioè, di programmare insieme, agire insieme, sostenere uniti progetti di inclusione e integrazione di valore umano, civile, lavorativo, abitativo e sociale.

Il progetto MOI contempla uno spostamento degli abitanti delle palazzine in strutture più umane e dignitose per tutti, in appartamenti o locali non affollati, con un percorso che tiene conto di ogni singola persona e delle sue esigenze e potenzialità, la qualifica con un cammino di formazione (lingua, cultura, mestiere…), un lavoro e un accompagnamento sostenuto da persone competenti e preparate.

Più volte in questi anni ho incontrato, anche insieme al professor Profumo e al signor Prefetto le persone che abbiamo accolto sia alla Città dei Ragazzi, sia nel mio Episcopio, sia in luoghi appositamente predisposti. Ascoltarli e parlare dei loro problemi, attese e difficoltà è servito per non farli sentire soli e nello stesso tempo sollecitarli a operare con impegno per accogliere il progetto e sostenerlo con la loro buona volontà e impegno.

In questi ultimi mesi si è andata sempre più consolidando la convinzione che era necessario terminare tutto entro l’estate. Questo per motivi validi e concreti dovuti al crescente degrado degli stabili e delle condizioni di vita dei loro abitanti, a un numero di persone con particolari condizioni socio-sanitarie sia sul piano psichico sia di fragilità. Abbiamo avuto, per questo, un supplemento di risorse finanziarie date dal Ministero, dalla Regione e dalla stessa Compagnia di San Paolo. Inoltre ci si siamo resi conto che più si prolungava nel tempo la situazione, più aumentavano gli ospiti che, forse per poter usufruire del progetto, si aggiungevano a quelli già esistenti. È vero che la scelta di affrontare insieme le ultime due palazzine ha suscitato qualche perplessità e preoccupazioni in particolare nelle persone coinvolte. È stata comunque una scelta fatta insieme, come tavolo istituzionale, e con la disponibilità di tutte le componenti a sostenerla nel migliore dei modi, garantendo ad ogni persona un sostegno e presa in carico delle sue specifiche problematiche e necessità.

Come Diocesi e Migrantes abbiamo posto in risalto alcuni punti da tenere in considerazione, scelte del resto condivise: la centralità di ogni singola persona, l’attenzione a quelle più fragili e che necessitano di cure e accompagnamento particolari, la conferma del progetto per tutti, anche se per alcuni mesi alcuni andranno in strutture offerte da Comuni vicini. Poi, dopo il bando del Comune di Torino in autunno, saranno ricollocati in appartamenti come gli altri, avranno un’adeguata qualificazione, un lavoro e un accompagnamento personalizzato; è previsto anche, per chi lo desidera liberamente, il ritorno al proprio Paese con un adeguato sostegno. Considerato poi che il tempo previsto – dal progetto dei 18 mesi – prima di scadere, era almeno per alcuni non sufficiente data la complessità della loro situazione, si è deciso che i tempi saranno misurati sulla base della effettiva soluzione dei diversi problemi propri di ciascuna persona e della sua raggiunta autonomia.

Desidero ringraziare tutti i componenti del tavolo istituzionale e tecnico che hanno dato un apporto decisivo alla soluzione del problema sotto la guida della Sindaca del Comune di Torino, come prima responsabile. Mi permetto di ringraziare anche due persone che – al di là del tavolo istituzionale – hanno lavorato instancabilmente con competenza e generosità. Mi riferisco a Sergio Durando, direttore della Migrantes, e alla vicesindaca nonché assessore alle Politiche sociali Sonia Schellino.

Mi auguro che quest’esperienza possa rappresentare un modello anche per altri ambiti di particolare criticità e precarietà nella nostra città, come sono la situazione dei campi rom, dei senza dimora, dell’accoglienza nei dormitori e – in genere – della situazione di famiglie e giovani circa il lavoro e la casa».