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15 Dicembre 2021

I catechisti: un dono per la Chiesa e un servizio prezioso per l’annuncio della fede

Vaticannews
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Ha suscitato gioia la notizia dell’avvio di uno specifico Rito di Istituzione dei Catechisti. Ai nostri microfoni il commento di monsignor Brambilla, presidente della Commissione episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi e la testimonianza di Paola Nesso Palano, da 30 anni impegnata in parrocchia. E’ un’esperienza di ascolto dello Spirito Santo nel parlare del Vangelo ai bambini, racconta, e una possibilità di creare tante relazioni all’interno della comunità

Adriana Masotti – Città del Vaticano

Con il Motu proprio Antiquum ministerium Papa Francesco ha istituito formalmente, il 10 maggio scorso, il ministero del catechista. La pubblicazione poi, lunedì scorso, dell’Editio typica con cui Francesco stabilisce l’introduzione, dal 1° gennaio 2022, di uno specifico Rito di Istituzione dei catechisti completa la volontà del Papa di valorizzare questa figura tanto preziosa per la Chiesa.

Accompagna il documento una Lettera rivolta dalla Congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei Sacramenti ai presidenti di tutte le Conferenze episcopali del mondo con alcune note su questo nuovo ministero. Spetterà ai vescovi, infatti, il compito ora di chiarire profilo e ruolo dei catechisti, offrire loro dei percorsi formativi adeguati e formare le diverse comunità a cogliere il senso di questo specifico servizio. Tenendo anche conto che, in diverse parti del mondo, specie nel continente africano e in America Latina, i catechisti svolgono servizi diversi, non solo quello dell’annuncio e della formazione cristiana, e rappresentano un punto di riferimento per le comunità, raggiunte raramente dai sacerdoti.

I catechisti: una realtà sorprendente fiorita dopo il Concilio  

Per Monsignor Franco Giulio Brambilla, vescovo di Novara e presidente della Commissione episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi, l’importanza di questo ulteriore passo nel cammino di riconoscimento del ruolo dei catechisti come mai era stato fatto prima, è “dare visibilità forse al fenomeno più interessante, ma anche più sorprendente dal dopo Concilio Vaticano II”. Infatti, accanto al gran numero di persone che, ad esempio in Italia, si sono dedicate al volontariato e alla Caritas, certamente il fenomeno più significativo è stato il fiorire, dal 1970, dei catechisti che si sono prestati al “compito decisivo della trasmissione della fede alle nuove generazioni e anche agli adulti”. Monsignor Brambilla ritiene che ora, dal punto di vista pastorale, l’impegno sia quello di mettere più a fuoco la personalità cristiana di questo compito che ha già attratto tanti.

Ascolta l’intervista integrale a monsignor Franco Giulio Brambilla

Due le Commissioni, quella per la dottrina della fede l’annuncio e la catechesi e quella per la liturgia, che la Conferenza episcopale italiana ha incaricato per immaginare le forme e le pratiche della ricezione del motu proprio di Papa Francesco e l’istituzione del Rito, prendendo in esame sia il documento del gennaio scorso sul Lettorato e Accolitato, che viene aperto anche alle donne, sia questi ultimi sui catechisti. I temi più importanti, indicati da monsignor Brambilla, sono la formazione, i criteri di accesso al Rito di Istituzione e poi la custodia dei percorsi che appunto consentono di vivere il ministero del catechista come vuole il motu proprio, con una coscienza di fedeltà a tutta l’antica tradizione che ha fatto di questa figura della Chiesa una figura luminosa.

Necessario insistere sulla formazione 

Sulle luci e sulle lacune ancora da colmare riguardo alla situazione attuale dei catechisti in Italia, monsignor Brambilla ribadisce che la loro presenza è numericamente molto florida, ma che “più importante sarà capire come qualificare questo servizio, cioè non limitarsi ad accompagnare i catechisti solamente nello svolgimento del programma di insegnamento loro affidato presso i ragazzi, gli adolescenti, i giovani e gli adulti, ma offrendo una formazione che consenta loro di stare in piedi come cristiani, insistendo molto, essendo laici, sulla coscienza battesimale e crismale in modo tale che il catechista parli di bocca propria, non per sentito dire. Deve quindi coltivare la capacità di preghiera, di meditazione sulla parola di Dio, anche di compiere gesti di carità, così che davvero si costituisca come una figura cristiana accanto ai ministeri ordinati in collaborazione stretta con essi”. Il catechista, per Monsignor Brambilla, deve essere una persona che si prende cura della fede altrui e che è capace di dire la fede e il Vangelo dentro la lingua delle persone che gli sono affidate.

Una Chiesa dai tanti volti

La grande tradizione del primo millennio della Chiesa, ricorda il vescovo di Novara, fino alla Riforma gregoriana del 1075, vedeva una presenza molto variegata di figure ministeriali oltre a quella del vescovo e del sacerdote, si tratta dunque di recuperare quella tradizione. Infatti, sostiene ai nostri microfoni, “non si può trasmettere il Vangelo di Gesù con un solo volto: la ricerca inesauribile del mistero di Cristo ha bisogno di molti volti per essere detta in tutte le sue sfumature e sfaccettature. Non è solo una questione di partecipazione, ma questa è proprio la struttura della fede cristiana dove tutti devono poter trasmettere un aspetto fondamentale del mistero di Cristo”.

Paola: la gioia per un servizio reso al Signore

Paola Nesso Palano è da 30 anni catechista nella sua parrocchia di San Frumenzio a Roma, una parrocchia particolarmente vivace, impegnata nella formazione dei giovani, molto attiva sul territorio tramite diverse iniziative anche a carettere caritativo e sociale a favore dei più vulnerabili. Circa un centinaio i catechisti, di tutte le età, uomini e donne che nella parrocchia seguono i circa 550 bambini e ragazzi che frequentano i corsi di formazione cristiana. Ai microfoni di Vatican News abbiamo raccolto la sua commossa testimonianza:

Ascolta l’intervista a Paola Nesso Palano

Signora Paola, che cosa sono stati per lei tutti questi anni di servizio come catechista nella sua comunità? 

Sono stati un’esperienza ricchissima, ricchissima di contatti, di relazioni, di Vangelo, di esperienze con i bambini, qualcosa che molto spesso ha dato di più a me rispetto a quello che io ho potuto dare loro, a livello proprio di esperienze e di emozioni. E poi, chiaramente, la trasmissione della fede, che è la cosa più importante, non è mai mancata. All’inizio ero stata invitata a fare questo servizio da don Enrico Feroci, adesso cardinale, e lui quando io avevo espresso delle riserve perché non mi sentivo pronta, mi aveva detto: “guarda lo Spirito Santo c’è sempre e sarà sempre con te” e questa certezza non mi ha mai abbandonata, ho sempre sentito la presenza dello Spirito Santo che spesso mi metteva sulla bocca le parole giuste per arrivare al cuore dei bambini.

Papa Francesco ha istituito formalmente il ministero del catechista e ha introdotto uno specifico Rito di istituzione dei catechisti. Come ha accolto queste novità che dicono un riconoscimento tutto nuovo del ruolo del catechista?

Sicuramente è una cosa positiva anche se facciamo i catechisti da sempre, io insieme a tante altre persone della comunità. Sicuramente è un completamento di quello che il Concilio Vaticano II ha sempre affermato rispetto alla funzione dei laici nell’ambito della Chiesa. Rispetto alla mia persona, come dire, non è che sento il bisogno di avere un riconoscimento ufficiale, perché quello che faccio, lo faccio perché lo sento come servizio al Signore, però sono comunque contenta che adesso ci sia questa ufficializzazione. Più che altro mi piace il fatto che ci sia un Rito specifico in chiesa, con una consegna, celebrata durante un’Eucaristia. Ecco, questa mi sembra una cosa importante.

Una delle formule previste per il Rito di istituzione recita: “Accogli questo segno della nostra fede (…) e annuncialo con la vita, con i comportamenti e con la parola”. Mi sembra che disegni un po’ la figura e il compito del catechista…

Senz’altro lo conferma, perché almeno per me già è così. Trovo in queste parole tutto quello che mi rispecchia, in un certo senso.

Fare il catechista vuol dire anche essere inseriti in una comunità. Qual è il rapporto che lei vive oltre che con i ragazzi, con le famiglie, con chi vive in parrocchia e quale rapporto hanno i parrocchiani con lei, come la vedono?

La prima cosa che mi viene in mente è che spesso per strada mi salutano persone che io non conosco direttamente, perché loro in chiesa mi vedono e quindi… E poi comunque c’è un rapporto bellissimo con le famiglie, con i genitori dei bambini, rapporti che continuano anche oltre il momento della Prima comunione, perché io faccio il catechismo ai bambini di Prima comunione. Insomma, direi che è un rapporto molto molto positivo che allarga le relazioni tra i parrocchiani.

In generale, le sembra che attualmente si faccia una formazione sufficiente per i catechisti, considerando che voi siete anche coinvolti dai cambiamenti della comunicazione e certamente fare il catechismo 30 o 20 anni fa non è come farlo oggi, i ragazzi sono sicuramente diversi….

Certamente ora c’è da tener conto di altre modalità di comunicazione. Non ultimo il fatto che siamo riusciti a fare catechismo on line anche durante la pandemia per avere comunque un contatto con i bambini perchè non fossero totalmente lasciati a se stessi anche dal punto di vista della formazione cristiana e sicuramente le nuove tecnologie ci hanno aiutato. E comunque è cambiato anche il modo di approcciarsi a questi bambini e a questi ragazzi che chiaramente vivono modalità diverse di di comunicazione. Per quanto riguarda la formazione, le dico quello che vivo io: con me collaborano molto spesso giovani che si avviano a questo servizio – noi li chiamiamo ‘giovani catechisti’ – e quindi io cerco di insegnare loro quella che è la mia esperienza, però sicuramente avrebbero bisogno di frequentare veri corsi di formazione, ma che siano adatti a loro e ci vorrebbe qualcosa di più dinamico, rispetto a quello che si fa, che li aiuti a essere attivi e creativi. Io ad esempio baso il mio insegnamento sull’attività ludica, sul gioco che media il messaggio di Gesù, ed è una cosa che da tanti anni funziona perché per i bambini il gioco è lo strumento più idoneo anche proprio a livello pedagogico. Ma ci possono essere altre modalità…

Le viene in mente un episodio particolare ripensando alla sua esperienza di catechista?

In questo momento mi viene in mente la cosa più recente e cioè la Messa di ringraziamento che proprio venerdì scorso abbiamo celebrato come ringraziamento per i miei 30 anni di servizio. Sono venuti sia i giovani catechisti che collaborano con me attualmente, sia quelli di 30 anni fa, ed è stato piacevolissimo ritrovare il primo ragazzo che aveva collaborato con me e che ormai è quasi cinquantenne. Pregare insieme e ringraziare il Signore per questo servizio è stato qualcosa per me di veramente grande.

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