I. La “morte” e il “morire” nella cultura contemporanea

Con questo articolo inizia una serie di riflessioni centrate attorno al tema del «morire» e della celebrazione delle esequie, per approfondire un tema particolarmente vivo e attuale.
Come tutti constatiamo quotidianamente, il tema è particolarmente complesso: non solo è profondamente mutata la «cultura» della morte e del «morire», ma sempre più la prassi pastorale è chiamata a confrontarsi con nuove istanze: la pratica sempre più diffusa della cremazione, la richiesta delle esequie da parte di non credenti, la «gestione» del corpo del defunto affidata a istituzioni «specializzate», la constatazione sempre più diffusa di una certa «inadeguatezza» dell’attuale rito delle esequie.
Riprendendo alcune interessanti istanze presentate da mons. Di Molfetta attorno al rito delle esequie (notiziario dell’Ufficio liturgico nazionale 24/2005), possiamo constatare come nella nostra cultura la morte si sia in qualche modo «oscurata» sì da essere la «grande assente».
In questo processo di censura e di vero processo di rimozione nei confronti della morte, ogni segno esteriore riconducibile al morire sembra essere bandito. Bisogna uscire di scena in punta di piedi, perché lo spettacolo della vita deve continuare! Una volta era la casa il luogo che raccoglieva i gesti, le relazioni, le memorie intorno al morire. Al contrario, oggi, le case diventano sempre più inospitali nei confronti di chi deve morire e si tende a cancellare ogni legame del defunto con la propria dimora. Infatti, si muore negli ospedali, in una camera anonima, e poi nella camera mortuaria dell’ospedale, il più delle volte impietosamente inaccogliente e fredda.
D’altro canto, da questo scenario davvero gelido del morire oggi, emerge anche un altro preoccupante aspetto: quello della banalizzazione. Il fatto che oggi, radio e televisione ci somministrino una razione quotidiana assai abbondante di morti di ogni età, sesso e condizione. Infine, non si deve dimenticare il fenomeno della secolarizzazione, che, a poco a poco, ci ha separati dal mistero del trascendente. Bisogna infatti distinguere tra la morte e il morire, perché prima della morte c’è il morire dell’uomo.
La morte è un fatto biologico, inerente al concetto stesso di vita, e quindi di ogni forma di vita. Muore anche l’uomo, ma per lui c’è anche il fatto spirituale del morire. Infatti, molto prima che questo avvenga, egli la prevede, prendendo coscienza che un giorno morirà; ne sente la tragicità e insensatezza; ne prova una tremenda angoscia e un’insopportabile paura; cerca in ogni modo di allontanarla; si sforza di non pensare ad essa, di esorcizzarla. In un’ultima analisi, il problema per l’uomo non è la morte ma il morire. Va considerato, comunque, che il problema non è il cambiamento culturale, quanto lo svuotamento del senso dei riti e delle tradizioni inerenti alle esequie e al lutto per i defunti.
Ciò che oggi davvero preoccupa è perciò la frantumazione dell’universo simbolico che sottende la realtà esequiale. Il corpo non è più sentito immediatamente come luogo simbolico, luogo di senso, di legami, di storia, ma come «macchina» che ha i suoi guasti e che, fino ad un certo punto, si può riparare. Va da sé, che un atteggiamento di eccessiva medicalizzazione della vita e della morte rischia di impoverire il valore esistenziale del soffrire e del morire, riducendolo a una prospettiva esteriore e insignificante.
Di certo, non possiamo lasciarci prendere dalla nostalgia, ma è necessario prendere coscienza che un tale mutamento socio-culturale deve necessariamente interrogarci e avviare una seria riflessione sui riti che accompagnano questo importante momento della vita.
 
 
condividi su