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Ufficio
Liturgico

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7 Giugno 2010

II. Celebrare la vita

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L’attuale rituale in uso nella Chiesa italiana (Rituale Romano, Rito delle esequie) è in vigore dal 1974 e risente chiaramente di una certa «inadeguatezza» di fronte ai mutamenti socio-culturali che abbiamo brevemente descritto nell’articolo precedente. Il rituale prevede due sole categorie di persone: Esequie degli adulti ed esequie dei bambini con la possibilità di due diversi percorsi biblici nel caso di: un bambino battezzato o di un bambino non ancora battezzato. Già solo a partire da questo dato è facile rendersi conto come la situazione attuale sia molto più complessa e domandi la necessità di una maggiore attenzione alle diverse situazioni e contesti di vita.

 
Indubbiamente, la pratica pastorale di questi anni ha evidenziato come la celebrazione delle esequie rappresenta una grande «opportunità di evangelizzazione» ma ciò pone sempre più spesso le comunità cristiane di fronte a delle assemblee liturgiche molto eterogenee. La domanda «del rito» ha ancora un posto importante per una larga parte della popolazione italiana e anche molte persone, lontane dalla fede cristiana, scelgono per sé e per i propri familiari il rito cristiano delle esequie.
Non solo è necessario adattare il rito alle diverse tipologie di persone defunte (come ad esempio: un rito delle esequie per un defunto anziano, per un giovane, per una persona morta dopo una lunga malattia, per un religioso o un presbitero, per chi è defunto a causa di un incidente o per morte improvvisa, ecc), ma è necessario tenere conto anche della diversa vita di fede (per un non praticante, per un suicida, ecc.).
Per un verso però, se la domanda del rito ci spinge a cercare risposte sempre più adeguate, è altrettanto importante non dimenticare la natura specifica delle esequie cristiane. Come chiaramente descrivono le Premesse, al numero 1: «La liturgia cristiana dei funerali è una celebrazione del mistero pasquale di Cristo Signore».
Il necessario adattamento alla diversità socio culturale è dunque urgente, ma nel rispetto di una autentica celebrazione cristiana. Già nel 1986 don Domenico Mosso, in un convegno nazionale degli Uffici liturgici così affermava: «Le esequie cristiane sono uno dei riti cristiani, pensati e presentati come ‘riti della fede’, in quanto l’intera rete di riferimenti simbolici che ritmano testi e gesti è quella della fede tipica della Chiesa cattolica: ma sono dei riti che si collegano ai momenti più emblematici della esistenza umana e che vengono ‘celebrati’ in ogni cultura con i ‘riti di passaggio’, che rispondono ad esigenze sociali e manifestano una caratteristica apertura al trascendente e al ‘sacro’.
Nella nostra cultura, la dimensione antropologico-sociale è stata assorbita dalla celebrazione cristiana, ma spesso nel sentito della gente rimane questa chiave di riferimento simbolico globale, al di là del significato oggettivo dei testi e dei gesti del rituale.
Mentre la chiave di lettura cristiana è il mistero di Cristo e della Chiesa, ciò che viene percepito e vissuto dai presenti è piuttosto il mistero della vita umana, sia nella sua dimensione personale che sociale».
Le conclusioni di questa riflessione vanno prudentemente nella direzione di una certa integrazione delle due dimensioni, che salvaguardi l’esplicito riferimento al mistero di Cristo, ma con una maggiore apertura verso quei valori antropologici e sociali e una più articolata possibilità di scelte celebrative in rapporto alle diverse situazioni.