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Barriera: il primo «porto»

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UP 14 – 6 COMUNITÀ PROTAGONISTE DI UN CAMMINO DI INTEGRAZIONE E DI RILANCIO IN UN QUARTIERE CHE AVREBBE BISOGNO DI SERVIZI PIÙ MIRATI
Barriera: il primo «porto»
Da sempre è un territorio segnato dall’immigrazione, oggi anche dalla presenza di anziani soli – Cuore di tanti progetti Caritas rivolti all’intera città
 
Subito dopo la guerra erano i lattai a scendere lungo le vie e i corsi della Barriera per portare in città, sui carri a cavallo, i bidoni e i formaggi delle Valli di Lanzo. Poi vennero le fabbriche e la Barriera diventò il primo porto per gli immigrati – piemontesi, veneti, meridionali. Oggi non è cambiato niente, la Barriera è ancora il primo porto, si sono soltanto allargati i confini: le vecchie case nelle vie strette, da Porta Palazzo a corso Sempione, accolgono Nigeriani e Romeni, Moldavi e Maghrebini. Gli oratori sono sempre pieni, anche con tanti bambini musulmani; alla Pace un prete americano insegna alle donne nigeriane come preparare famiglie e figli al Battesimo. La Barriera di oggi fa pensare un po’ di più alla Terra Santa, dove le scuole e i centri professionali dei cristiani accolgono tutti e si mettono al servizio di tutti. Diversamente dalla Palestina qui non c’è la guerra; e anche se il disagio sociale è forte, non siamo neanche nelle «banlieue» di Parigi o nei sobborghi di Londra, dove nel passato recente interi quartieri di immigrati e poveri hanno preso fuoco, sull’onda della rabbia e di una protesta che non ha trovato altri modi di esprimersi.
 
Però è davvero venuto il momento di «investire sulla Barriera», come il Comune ha promesso e come non si era mai fatto da decenni. Qui la crisi, che è dell’intera città, viene moltiplicata da altre, gravi «assenze». I residenti della Barriera dispongono di poco più di un metro quadro di verde a testa, contro una media di 20 dell’intera città: c’è quel triangolo del parco Sempione, mangiato da case, Passante, magazzini e fabbriche. L’area «Delta», dietro la parrocchia della Speranza tra la ferrovia e via Cigna, venne conquistata al verde dai cittadini dei Comitati spontanei di quartiere; ma è stata rimangiata, come tante altre promesse, da qualche capannone. E poi ci sono, in Barriera, troppi anziani soli e troppi stranieri, soli e con famiglie, ben più della media della città. Questo significa che i servizi «dedicati» sono ben lontani dal rispondere alla domanda. Il Comune vuole trovare i soldi per investire in Barriera attraverso i progetti di rilancio mirati: ma intanto ha già dovuto annunciare il rinvio della linea 2 di metropolitana; e non si può immaginare un rilancio basato solo sull’edilizia residenziale privata o sui diritti derivati dall’urbanizzazione dei centri commerciali.
 
E poi, ancora, il rilancio passa dall’«arricchimento» delle persone, dalla formazione culturale e non solo dai beni materiali. Le vecchie forme di aggregazione stanno tramontando o segnano il passo: fino a qualche anno fa la festa degli emigrati da Cerignola per la Madonna di Ripalta, intorno al mercato di piazza Foroni, era quasi come un Capodanno cinese, che finiva per coinvolgere l’intero quartiere. Oggi molti di loro sono invecchiati, si sono trasferiti; altre esperienze analoghe non si vedono all’orizzonte.
Rimangono le parrocchie. Il primo servizio è quello dell’emergenza, alimentare e per i bisogni essenziali: il coordinamento Caritas dell’Unità pastorale svolge un grande servizio (se ne parla in un articolo in queste stesse pagine). E ogni comunità mantiene un proprio momento di ascolto e di aiuto, richiestissimo: anche se ormai scarseggiano anche i donatori e lo stesso Banco Alimentare ha a disposizione quantità minori di verdura, frutta, pasta. E poi occorre regolare meglio che si può i «professionisti dell’assistenza», che passano da una parrocchia all’altra, da una richiesta all’altra. In Barriera ha investito la Chiesa torinese, portando qui la sede di importanti centri di servizio, come quello per i migranti in via Ceresole; o avviando progetti che per altro riguardano la città intera, come Casa Mangrovia.
 
Il grande impegno delle comunità cristiane si concentra nella preparazione ai sacramenti dell’iniziazione, a cui si fanno presenti gran parte delle famiglie cristiane del territorio. Come altrove, il problema è poi di «inventare continuità» tra il dopo Cresima e le proposte giovanili. L’Unità pastorale, una tra le più vaste e popolose della città, sta anche camminando verso un’integrazione importante e complicata tra presenze diverse: a fianco delle parrocchie diocesane nel territorio ci sono infatti veri e propri «monumenti» come la Piccola Casa del Cottolengo e il quartier generale salesiano di Valdocco; c’è la casa madre delle suore del Boccardo, in Lungo Dora Napoli, oltre a molte altre comunità religiose femminili; c’è l’Arsenale del Sermig. Importanti presenze religiose inoltre si fanno carico di parrocchie, come gli Oblati di Maria Vergine alla Pace e gli stessi Salesiani a San Domenico Savio. E ugualmente a San Gioacchino, a Gesù Crocifisso, a Gesù Operaio, alla Speranza (le altre parrocchie dell’Unità, queste animate da clero diocesano) le motivazioni non mancano di certo. Il coordinamento organizzativo sul territorio non è sempre facile, anche perché i «numeri» scarseggiano, tra i consacrati come tra i laici. La Barriera, comunque, è sempre stata un posto dove – proprio partendo dalle condizioni più difficili – si costruisce l’avvenire.
Marco BONATTI
Testo tratto da «La Voce del Popolo» del 10 marzo 2013