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La porta della città

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L’ultimo tratto di via Nizza racconta «il nuovo che avanza» di Torino. Si sta completando la linea 1 del metrò, si sta costruendo il palazzo Unico della Regione Piemonte. L’intera zona diventerà la porta d’ingresso della città, con la stazione ferroviaria, il metrò, i grandi spazi dei saloni di Lingotto. Già oggi la stazione è uno snodo fondamentale del Sistema ferroviario metropolitano, che collega il «cuore» di Porta Nuova con Porta Susa e poi tutte le destinazioni dell’area metropolitana, da Chieri a Cuorgnè, da Bra a Bardonecchia. La Fiat ha conservato qui (per ora? fino a quando?) la sede del suo centro direzionale, nella palazzina da dove una volta si dirigeva la «nave», l’antica fabbrica delle automobili oggi divenuta padiglione di fiere e centro commerciale. E, sempre per «il nuovo», non si può dimenticare Eataly, l’dea di Facchinetti collegata al cibo di qualità, che sta moltiplicando una certa immagine di Italia in tutto il mondo.
 
Nell’area delle grandi trasformazioni la gente, tuttavia, è ancora quella di prima: al di là e al di qua della ferrovia che taglia in due l’Unità pastorale vivono famiglie che una volta erano di operai e quadri Fiat, a cui oggi si sono aggiunte varie ondate di immigrazione, dall’Est, dall’Africa, dalla Cina (le migrazioni, in realtà, erano cominciate molto prima, nelle «case bulgare» di via Biglieri, per dare accoglienza agli Italiani fuggiti da Istria e Dalmazia). L’altra «industria» del quartiere è quella della salute: via Genova costeggia il più grande ospedale del Piemonte, verso Po si trovano le strutture del Sant’Anna e del Cto. La vecchia stazione della monorotaia è diventata la sede dell’Ugi, associazione dei genitori di bambini malati… Infermieri, badanti, studi medici, fornitori ospedalieri costituiscono una parte rilevante nella vita dell’intero quartiere. Non mancano le associazioni che organizzano l’accoglienza per i parenti dei malati provenienti da fuori città o dal resto d’Italia.
 
L’età media della popolazione italiana del quartiere è abbastanza elevata, il ricambio di generazioni c’è stato solo in parte. In compenso non mancano le famiglie «giovani» di immigrati: anche per questo l’iniziativa più recente nell’Unità pastorale riguarda la costituzione, presso la parrocchia dell’Assunzione di Maria Vergine, di un gruppo pastorale che ha il compito specifico di lavorare sul tema delle migrazioni e dell’accoglienza, sperimentando anche le forme di catechesi più adeguate. Con il parroco don Geppe Coha e il diacono Francesco Serri lavora anche Raffaella Capetti. Il tentativo, duplice, è di avviare un progetto di catechesi e una comunità di catechisti, che possa mettersi a servizio non solo del territorio parrocchiale ma della diocesi intera.
 
Sempre qui, nei locali della parrocchia di Santa Monica (unita ora al Patrocinio) vive l’unico prete cinese residente in modo stabile a Torino, con l’incarico di avviare una pastorale dedicata ai suoi connazionali. È uno degli esperimenti più nuovi e interessanti, proprio perché le famiglie cinesi sono, in città e in tutta la diocesi, le più refrattarie a qualunque tipo di integrazione e scambio. E però don Giuseppe Chen ha già cominciato a lavorare da qualche mese; e gli impegni non mancano.
 
Le sei parrocchie dell’Up 21 sono anch’esse chiamate a far fronte a quelle realtà dell’emergenza sociale che ormai hanno toccato l’intera città: accanto ai «poveri stabili» negli ultimi anni si sono aggiunti italiani vecchi e giovani, scivolati nell’area della povertà «grigia». I servizi assistenziali e caritativi delle parrocchie lavorano a pieno ritmo, ma da soli non bastano a soddisfare il numero e la «qualità» delle richieste. In questo campo la collaborazione è forte e le varie realtà caritative delle parrocchie collaborano da tempo nella formazione dei volontari e nell’individuazione di criteri comuni di azione.
 
Anche a ovest della ferrovia, nelle parrocchie di S. Marco, Vianney (S. Curato d’Ars) e Immacolata Concezione e S. Giovanni Battista, la situazione è simile anche se la popolazione ha caratteristiche diverse. Oggi la popolazione si è stabilizzata ed anche qui gli anziani sono quasi in maggioranza. Gli insediamenti a San Marco e all’Immacolata raccontano invece storie di antichi borghi della periferia torinese, che hanno conservato, anche in mezzo a grandi cambiamenti, una propria identità, soprattutto nelle famiglie più vicine, per tradizione e impegno, alla parrocchia.
 
Uscire dal tunnel, a Lingotto, significa attendere che siano compiuti i lavori del metrò e che arrivino gli uffici della Regione, che dovrebbero portare un «indotto» di servizi accessori. Per quanto riguarda le grandi aree fieristiche e gli «eventi» che vi si producono, le ricadute sul quartiere sono scarse: molto più concreta è invece la presenza del centro commerciale interno al Lingotto, che costituisce anche una «sfida educativa», per la grande presenza di ragazzi e giovani.
 
Il quartiere del «nuovo» è anche quello delle promesse mancate: gli edifici di Italia ’61 sono lì a ricordare che, 50 anni dopo, la città non è stata in grado di realizzare un progetto coordinato per quell’area (e l’esperienza di Torino 2006 va, purtroppo, nella stessa direzione). La stessa metropolitana, che ha un impatto assolutamente positivo sul territorio, registra qui un assurdo: Torino sarà l’unica città al mondo ad avere il metrò lontano mezzo chilometro dalla stazione ferroviaria, quando in tutto il mondo qualunque sistema di trasporto urbano basa la propria efficacia sul criterio dell’incrocio delle varie modalità… Da via Nizza a alla stazione bisognerà fare una passeggiata tonificante. Ma, al di là di certe soluzioni urbanistiche rabberciate, il cambiamento è una realtà, che comunque lascerà ricadute positive, una speranza per il futuro.
Marco BONATTI
Testo tratto da «La Voce del Popolo» del 19 gennaio 2014