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26 Febbraio 2014

Casa: un diritto-dovere che riguarda tutti

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Casa dolce casa, sentirsi a casa, tornare a casa, accasarsi, essere di casa, casalingo, … quanti modi di dire riguardano la casa! Perché la casa non è solo un’abitazione, un luogo; la casa è il tuo spazio, la tua dimensione, il posto dove costruisci ed esprimi te stesso, dove ti rifugi e da dove parti per andare nel mondo. Essere senza casa equivale ad essere senza punti di riferimento, senza punti fermi: se n’è andato di casa, fuori di casa! Per la maggior parte di noi l’avere una casa è sempre stato scontato: il problema era forse quello di averla un po’ più grande o un po’ più piccola ma essere senza casa era cosa da barboni, da diversi, per scelta o per patologia.
 
Oggi invece sempre più spesso ci troviamo a confrontarci con la possibilità che la casa venga persa e che i suoi abitanti si perdano con essa. Forse anche a voi sarà capitato di difendervi da questo pensiero cercando di credere che si tratti di qualcosa che riguarda altri, non noi; di qualcosa lontano. È un atteggiamento di difesa da un problema che sentiamo minaccioso e difficile. Come cristiani però non possiamo permetterci di non vedere, di non com-patire (cioè patire con…) perché è solo guardando, con occhi e cuore, che possiamo fare luce su come sia giusto agire.
 
La crisi economica che stiamo vivendo sta mettendo a dura prova le nostre certezze, ci interroga, ci fa disperare. Forse potrebbe aiutarci allora un cambio di prospettiva: e se provassimo a vedere la questione non tanto dal lato del diritto alla casa quanto da quello dei doveri per la casa?
 
Può infatti il diritto alla casa prescindere dal dovere di farsi carico in ogni modo possibile di contribuire al costo della casa stessa? Ciascuno di noi è chiamato a contribuire al bene di tutti con le sue possibilità, nessuno ne è escluso perché ciascuno può fare qualcosa.
 
Può il diritto alla casa giustificare pretese assolute di soluzioni quasi magiche a problemi che nessuno singolarmente potrà umanamente risolvere?
 
Può il diritto alla casa far dimenticare il dovere di aiutare, anche con l’accoglienza, il nostro prossimo più prossimo (parenti, amici…) pretendendo che siano primi «gli altri» a farsene carico?
 
Può il diritto alla casa giustificare atteggiamenti di attesa passiva ben lontani da quel prendere in mano la propria vita per offrire al mondo (e a Dio) quanto noi siamo in grado di dare agli altri?
 
Può il diritto alla casa permettere di ritenersi nel giusto anche quando di case ne hai più di una e potresti destinarla a qualcuno che non ce l’ha?
 
Può il diritto alla casa, sempre e comunque, decretare la presunta colpevolezza di chiunque non porga un mazzo di chiavi? Ci è stato detto «Bussate e vi sarà aperto», che suona diversamente da pretendete e vi sarà dato. Il bussare è un gesto cortese, non arrogante. La pretesa annienta; la richiesta mette in discussione.
 
La nostra comunità è piena di persone attente, sensibili, disponibili a farsi carico di sostenere i fratelli più in difficoltà. Ma l’aiuto non può non portare con sé anche una dimensione educativa (da educere cioè tirare fuori, far emergere il meglio dell’altro) che si realizza in una relazione, cioè in un rapporto che, come ogni rapporto, porta frutto solo se entrambi i soggetti portano qualcosa. Persino nella preghiera, se non siamo capaci di porci di fronte a Dio in maniera autentica, abbiamo la sensazione di non essere ascoltati.
 
Dopo una Quaresima di grande impegno e riflessione, possiamo essere certi che questa nostra comunità saprà costruire un pensiero condiviso che non mancherà di portare frutti.
 
Molti ne abbiamo già raccolti anche se sappiamo, come dice un vecchio adagio, che fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce.
 
Il diritto di ciascuno alla casa va perseguito con tutte le forze ma diventa necessario cercare nuove prospettive, nuovi modi di affrontare il problema. Sempre più famiglie sono in difficoltà, occorrono strumenti nuovi e nuove risorse ma anche la pazienza di sapere che questo risultato richiede tempo e impegno a molti livelli. Il nostro Papa Francesco ci ha esortato a non lasciarci tentare dalla disperazione che è il contrario della speranza; Gesù nel deserto resistette alle tentazioni ed ebbe così la forza di affrontare il suo cammino, sino alla Resurrezione che è per noi la certezza che ciò che oggi è speranza diverrà giustizia vera.
don Giacomo GARBERO
Testo tratto da «La Voce del Popolo» del 2 marzo 2014