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Colletta straordinaria per l’emergenza casa: accoglienza e solidarietà

In tutte le parrocchie domenica 10 febbraio
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La colletta straordinaria per l’«emergenza sfratti» che si tiene domenica prossima 10 febbraio nelle parrocchie e chiese della diocesi di Torino è la più recente di una serie di iniziative che l’arcivescovo ha lanciato, in questi due anni e mezzo, alle comunità cristiane e alla più ampia società civile torinesi. Ricordiamo, senza andare a un elenco completo, l’appello per ospitare i barboni, dopo il ritrovamento di un cadavere congelato a due passi da piazza San Carlo; o l’iniziativa dei vari «tavoli» che hanno chiamato a raccolta istituzioni, imprese e forze sociali sulle problematiche dei giovani, del lavoro, del modello di sviluppo da ri-costruire in questa città. O ancora la Lettera pastorale ai nomadi e «per» i nomadi…
 
Le «provocazioni» dell’arcivescovo e della Chiesa torinese maturano, ci sembra, partendo dalle concrete necessità di tanti «ultimi» e «nuovi poveri» che soffrono e subiscono sempre più l’attuale situazione di grave disagio sociale e culturale che la crisi ha provocato nel nostro territorio. Non si tratta solo più di singole persone o famiglie in difficoltà ma di una vera emergenza sociale che investe problemi di fondo quali il lavoro, la casa, l’ascolto e accoglienza, perfino il cibo e i beni essenziali per vivere dignitosamente. Situazioni che obbligano un po’ tutti (ma certo la Chiesa in primis) a confrontarsi con un duplice ordine di problemi: dare risposte concrete e tempestive alle emergenze, e provarsi a «costruire insieme» un avvenire diverso. Vorremmo dire: radicalmente diverso, basato cioè su una rete di relazioni sociali che certamente esigono anche un impegno concreto di sostegno alle difficoltà della gente ma tendono a rendere consapevoli che prima di tutto è necessaria una solidarietà che si nutre di condivisione e prossimità, promossa e sostenuta dalla comunità ecclesiale e civile.
 
Per questo l’arcivescovo quando invita a sostenere chi è nel bisogno si appella a gesti e impegni «comunitari» e non solo individuali propri della tradizionale contribuzione e assistenza. Relazioni queste assolutamente legittime, e anche necessarie, che però non riflettono l’intera gamma dei rapporti sociali. Piuttosto, sono lo specchio di una società composta solo di «individui», più o meno egoisti ed egocentrici, o anche generosi nelle offerte, per i quali l’eventuale aiuto elargito ai bisognosi si ferma lì senza arrivare a cambiare lo stile di vita cui si è abituati.
 
Se questo è il contesto, si capisce meglio perché la Chiesa – nel suo insieme – lanci alla società «basata sul denaro» forti stimoli non limitandosi a denunciare l’ingiustizia delle situazioni e neppure ad offrire il proprio contributo di sostegno, tempo, esperienza, disponibilità di persone. La Chiesa intende, anche, andare oltre quella che una volta si chiamava «supplenza»: un po’ perché è evidente che non è nella disponibilità (e nei compiti) della Chiesa risolvere da sola tutte le sofferenze della città; e un po’ – anzi, molto – perché il suo primo dovere è quello, missionario, della «animazione della carità». Essere capace, cioè, di suscitare e moltiplicare sia i contributi materiali sia una diversa cultura di solidarietà: una cultura che è anche «laica», in cui possono coinvolgersi liberamente non soltanto i cattolici ma, appunto, tutti gli uomini e le donne di buona volontà.
 
È anche un invito chiaro dunque alle istituzioni e a tutte le componenti «forti» della cittadinanza (politica, cultura, finanza…), a collegarsi facendosi carico, ciascuno nel proprio ambito di servizio,di rispondere con fatti concreti alle emergenza sociali del territorio.
Alla Chiesa rimane, naturalmente, il compito di formare adeguatamente laici e consacrati alla specifica prospettiva cristiana della carità: ma è quanto si sta facendo e non da ieri. E non si tratta tanto di una formazione «tecnica» ai servizi da compiere ma, molto più, di un cammino educativo complessivo – perché valori e servizi crescono o scompaiono insieme, incarnati nelle persone. Non esisterebbe la fede senza i testimoni che si appassionano in essa.
 
L’accoglienza e la solidarietà sono il terreno comune, totalmente aperto, in cui Chiesa e città sono chiamate a incontrarsi e a lavorare insieme, ad ogni livello, dall’impegno delle istituzioni alla collaborazione permanente tra parrocchie e rete dei servizi sociali e, appunto, al coinvolgimento comune sulle iniziative. Anche per contenere il rischio, tutt’altro che teorico, che nelle difficoltà prevalgano i piccoli e grandi egoismi di casta o di famiglia, o si mugugni perché nella catena degli aiuti una certa categoria di bisognosi appare privilegiata rispetto ad altre… Questo tessuto sub-culturale si contrasta e si ferma prima di tutto proponendo (umilmente) gesti concreti che vanno nella direzione opposta – quella dell’accoglienza e della solidarietà, vissuti da ogni cittadino e in rete con gli altri.
 
Trovare spazio sui mass media, non solo quelli cattolici, per queste provocazioni è oggi quasi una necessità: in una società che vive di comunicazione sarebbe altrimenti impossibile accedere ad altre opportunità di parlare a «tutti», senza diminuire la libertà di nessuno. E non è, neppure questo, un discorso postmoderno di Chiesa «catodica» o «cibernetica»: quando il prefetto Ambrogio viene acclamato a furor di popolo vescovo di Milano, non succede qualcosa di analogo? E quando Francesco di Sales, vescovo di Ginevra cacciato dalla sua città, svolge la sua predicazione incessante in Savoia, non sta forse usando di tutti i mezzi a sua disposizione per proporre il messaggio?
 
La crisi sta rivelando un ulteriore aspetto del problema. Malgrado gli sforzi congiunti, la condivisione di progetti, ci sono realtà drammatiche che è difficile non solo risolvere ma persino contenere. A Torino, in questi mesi e anni, si tocca amaramente con mano – più che altrove, ci pare – come l’uscita da un certo passato e la costruzione di un avvenire nuovo sia impresa davvero di enorme portata, che richiede come minimo una grande «qualità» nella classe dirigente e una chiara consapevolezza condivisa in tutta la popolazione. Lanciare iniziative che mostrino una possibile solidarietà «collettiva» significa anche farsi strada verso un modello di sviluppo diverso. Si comprende benissimo che non tutti possono fare «tutto», anche perché, sempre per rimanere all’interno della comunità ecclesiale, non c’è parrocchia che non abbia attivato da tempo le reti di solidarietà di cui dispone.
 
Le parrocchie, a differenza di altre «agenzie territoriali», sono il primo, e a volte l’unico, punto di riferimento per certi bisognosi e certe emergenze. Il sostegno alle famiglie in difficoltà, l’accoglienza dei poveri, degli stranieri, dei senza casa sono «pane quotidiano» delle nostre comunità: ma si tratta, quasi sempre, di iniziative che non fanno notizia e dunque finiscono per sembrare, da fuori, un lavoro di ordinaria amministrazione. Bisogna invece ricordare che ognuna di queste iniziative comporta una grande mole di lavoro e una conoscenza profonda e appassionata delle persone e del territorio. Ogni passo richiede, prima di tutto, la presenza di persone: volontari che vogliano e siano in grado di «mettersi a disposizione».
 
Da qualche anno si è visto che anche il volontariato è diventato merce rara. O meglio: c’è un «volontariato», rispettabilissimo, di chi anima feste di piazza o eventi turistici ed enogastronomici, in cui quasi sempre ci scappa una comparsata in televisione. Ma l’altro, il volontariato in pura perdita, svolto in silenzio e senza pubblicità, rischia di ridimensionarsi fortemente. Il senso degli appelli e delle provocazioni è anche quello di provare a suscitare risposte in questa, difficile, direzione.
 
La solidarietà e l’accoglienza sono «scelte» libere per ciascuno: ma per la città nel suo insieme si presentano oggi come un cammino obbligato. L’alternativa non è mettere in discussione la «pace sociale», che forse non si riuscirà a garantire comunque: ma l’idea stessa che a Torino si possa compiere quella svolta che tutti attendiamo e su cui investiamo la nostra speranza.
Marco BONATTI
(testo tratto da «La Voce del Popolo» del 3 febbraio 2013)