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Fiat, non senza Torino

Mons. Nosiglia: «C’è un impegno responsabile del Gruppo per non abbandonare la realtà produttiva italiana». I colloqui con Elkann
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Il presidente della Fiat John Elkann ha telefonato martedì 18 settembre all’arcivescovo di Torino mons. Cesare Nosiglia, per ribadire l’impegno del gruppo a mantenere la propria presenza in Italia, anche in un contesto – come è l’attuale – di pesanti difficoltà per il mercato dell’auto. Nell’intervista in esclusiva per la «Voce» del 23 settembre 2012 l’arcivescovo fa il punto sulla situazione del lavoro nel territorio torinese e sulle preoccupazioni del momento. E rilancia l’invito a tutte le parti coinvolte (Governo, impresa, sindacato, istituzioni) a cercare «vie di convergenza su obiettivi concreti». Di seguito il testo integrale dell’intervista.

 
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Nei suoi primi due anni di servizio episcopale a Torino lei si è trovato ad affrontare situazioni sempre più difficili per il mondo del lavoro, incontrando imprenditori, parti sociali, istituzioni. In questi giorni di grande preoccupazione per il futuro della Fiat in Italia, ha avuto modo di acquisire nuove informazioni in merito?
Sì. Ho ricevuto dall’ingegner Elkann assicurazioni che la Fiat non ha intenzione di abbandonare Torino. Una scelta che mi aveva sempre ribadito nei nostri incontri fin dall’inizio del mio ministero e che mi è stata confermata in questi giorni. C’è molta preoccupazione, dovuta al notevole calo del mercato dell’auto in Italia e in Europa, e per questo l’azienda si muove con grande senso di responsabilità proprio per gestire al meglio la situazione senza conseguenze drammatiche per i lavoratori. Ritengo che questo impegno, portato avanti con oculatezza e responsabilità, possa rappresentare un concreto motivo di fiducia e di speranza per il futuro – anche di Mirafiori. Diventa però sempre più necessario e urgente attivare quel «lavoro di squadra» che ho più volte auspicato e richiesto nei miei interventi. Ogni componente coinvolta, a cominciare dal Governo centrale, le istituzioni locali, i sindacati, l’azienda e gli azionisti, deve fare la sua parte ricercando vie di convergenza su obiettivi concreti e condivisi.
 
Il Governo vedrà Elkann e Marchionne sabato prossimo. Questo è un buon auspicio…
Non tocca a me entrare nel merito, anche se lo reputo un segnale positivo per Torino. La città ha bisogno del sostegno dello Stato in questo momento di difficoltà. Credo poi che un Paese come il nostro debba scommettere su una politica industriale di ampie prospettive nel campo dove siamo più esperti e apprezzati anche all’estero, quello manifatturiero e in quei comparti che possono rappresentare un volano decisivo per far ripartire la crescita. Tra questi l’automotive è certamente un’eccellenza a cui non si può né si deve rinunciare. L’attuale debolezza del mercato non può farci dimenticare l’importanza che l’automobile ha avuto nello sviluppo del Paese e nel consolidamento del benessere delle famiglie. L’auto è stata ed è tuttora non solo un bene di consumo ma in qualche misura un fattore di libertà e di status sociale radicato nella mentalità e nella cultura di tutti. Quando (mi auguro presto) si avvierà un ciclo economico di ripresa, questo sarà senza dubbio un settore trainante.
 
Allargando lo sguardo alla situazione più generale del nostro territorio che cosa la preoccupa e che cosa le ispira fiducia?
Il lavoro sta diventando l’emergenza sociale che colpisce fasce sempre più ampie di popolazione. Tante famiglie riescono ad andare avanti ormai solo perché c’è un sistema di aiuto da parte degli anziani, o di lavori saltuari o peggio del lavoro in nero che sta diffondendosi sempre più.
 
Le amministrazione locali non hanno fondi e il welfare sta restringendosi, con gravi sofferenze di chi ne usufruiva. Le parrocchie, la Caritas, la San Vincenzo e tante realtà di volontariato mi dicono che siamo tornati agli anni del dopoguerra in cui si distribuivano i pacchi delle derrate alimentari a tante persone e famiglie in condizioni di vera povertà.
 
E tuttavia mi ispira fiducia il modo con cui la nostra gente affronta questa situazione, dimostrando compostezza e responsabilità; e il fatto innegabile che è la famiglia la realtà che riesce a farsi carico di tante necessità dei propri membri, assumendo la funzione di ammortizzatore sociale, di sostegno per i figli senza lavoro o con lavoro saltuario, di assistenza domiciliare ai propri anziani e malati. La famiglia si rivela l’istituzione che manifesta una forza morale, culturale e sociale di grande rilevanza e porta su di sé il peso della crisi con dignità e sacrificio. E dunque è sulla famiglia che occorre puntare e sostenere sia sul piano spirituale e morale, sia su quello economico e sociale, perché partendo da essa si possa rilanciare sia il risparmio che i consumi e quindi il lavoro, promuovendo nuovi stili di vita per sé e per la società. Ricordo che sulla tematica della famiglia in rapporto alle questioni sociali si svolgerà a Torino, dal 12 al 15 settembre 2013, la Settimana sociale dei Cattolici italiani. Un appuntamento significativo e atteso che vedrà partecipare di delegazioni di tutte le diocesi italiane e di autorevoli esponenti del mondo culturale, economico e sociale del Paese.
 
Una politica che affronti finalmente i problemi della famiglia nel suo complesso, le agevolazioni fiscali per quelle a più basso reddito e più numerose, i contributi per le spese scolastiche o sanitarie, gli incentivi per avviare l’imprenditoria familiare: questi dovrebbero diventare gli impegni prevalenti su cui concentrare lo sforzo del Paese e un chiaro indirizzo programmatico da far emergere con forza sia sul piano politico che economico e finanziario.
 
Da parte della Chiesa va dunque ribadito il messaggio di sempre sulla famiglia e sulla necessità di difenderla, salvaguardandone l’identità e la natura propria, i valori morali e spirituali che la sorreggono e la sua primaria responsabilità in campo educativo.
a cura di Marco BONATTI
Testo tratto da «La Voce del Popolo» del 23 settembre 2012