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“La Chiesa è una famiglia coraggiosa e responsabile”

Mons. Nosiglia su "La Voce del Popolo" delinea le sfide della diocesi in tutte le sue componenti: clero, religisi e laici
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Pubblichiamo di seguito l’intervista all’Arcivescovo di Torino, mons. Cesare Nosiglia, realizzata dal direttore de “La Voce del Popolo” per il giornale in uscita il 20 luglio 2014:

Crisi delle vocazioni e ruolo dei laici nella Chiesa: la formazione e le crescenti responsabilità nell’attività pastorale e nella gestione delle comunità

L’insistenza con cui Papa Francesco parla del popolo di Dio richiama alla coscienza di tutti vescovi, presbiteri, religiosi e religiose e laici una delle espressioni di stampo biblico, un tempo più usuali nel parlare della Chiesa così come il Concilio Vaticano II l’ha presentata e descritta. Certamente la nostra Diocesi e le sue parrocchie e realtà ecclesiali stanno crescendo nella consapevolezza di essere «popolo di Dio» in cui ogni battezzato è chiamato a farsi non solo partecipe ma corresponsabile, secondo i ministeri e i carismi che gli sono stati donati, della vita e missione della Chiesa. Tuttavia c’è ancora molto cammino da fare per rendere effettiva questa corresponsabilità a tutti i livelli. La carenza del clero che si fa sentire in seguito alle difficoltà delle vocazioni e all’impossibilità di garantire a tutte le parrocchie un parroco residente (ormai abbiamo preti che si devono occupare di più comunità) preoccupa, ma dovrebbe anche sollecitare da parte di tutte le componenti del popolo di Dio, in specie dei laici, una maggiore disponibilità e impegno a farsi carico di tanti aspetti  della pastorale un tempo delegati al prete. Occorre per questo un’adeguata formazione che la Diocesi sta attivando con la scuola  per operatori pastorali e animatori di comunità che ha promosso, ma non è sufficiente se in ogni comunità, anche piccola, non si attivano delle sinergie concrete di coinvolgimento dei laici in senso responsabile, appunto come in una famiglia dove nessuno usufruisce passivamente di benefici e  servizi ma partecipa insieme a un cammino di crescita nell’amore.

Tutti devono compiere quanto richiesto per dare un contributo di impegno sotto il profilo della educazione, dell’assistenza solidale, fino al problema non secondario dell’economia familiare. La comunità e la parrocchia in particolare deve essere considerata come la nostra famiglia che è disponibile a darci ciò di cui necessitiamo o chiediamo sul piano spirituale e sociale, ma che esige anche l’apporto indispensabile di ognuno perché il poco di pochi diventi molto per tutti. Mi stupisco quando sento dire: la Chiesa dovrebbe fare, dovrebbe dire, la Chiesa non segue i tempi, è sempre più estranea dalla vita della gente, … quasi che la Chiesa fosse una realtà  che ci sta davanti e non dentro il nostro cuore, la nostra vita, è invece una realtà che ci appartiene come la famiglia, perché dalla Chiesa abbiamo ricevuto la vita di Dio e continuamente la riceviamo per cui ne siamo parte integrante. Meglio dire, «noi come Chiesa» dovremmo fare, dovremmo dire… mettendoci dunque in gioco in prima persona.

Come valorizzare e armonizzare i cammini diocesani nella formazione e nella dimensione pastorale della Diocesi con quello di associazioni, gruppi e movimenti?

La Diocesi non è una delle tante associazioni o movimenti, ma la comunità entro cui devono muoversi i gruppi e movimenti come ogni parrocchia. Non è una struttura che sta sopra o accanto, o una realtà che si sovrappone, un di più. Essa è Chiesa Particolare che come dice il Concilio è pienezza del suo mistero. Anche la parrocchia se non è legata a filo doppio alla Diocesi diventa una «chiesuola», come possono diventarlo i gruppi o associazioni e movimenti quando vivono chiusi in un mondo tutto proprio. Anche in questo caso ci aiuta la famiglia. Se essa vive in uno stabile dove ogni membro ha un suo appartamento e si ritrova con gli altri, solo perché li  incontra per le scale o in qualche occasione speciale ma non vive la comunione continua e l’unità… alla lunga perde il senso di essere famiglia e diventa un albergo. Per questo credo che ogni singola parrocchia o associazione o movimento debba interrogarsi e verificare se i propri percorsi di evangelizzazione e catechesi, di formazione dei giovani e degli adulti, le attività caritative o sociali e così via, corrispondono a quanto la Diocesi e primariamente il suo Vescovo indica e promuove. Poi sarà compito dei servizi pastorali della Diocesi  mettere a disposizione delle realtà locali quanto è possibile per attivare sul territorio e non solo al centro, proposte di formazione e di sostegno alla pastorale. La formazione è una continua sfida che dobbiamo affrontare seriamente con l’impegno di tutti perché la tendenza a sfuggire o a dare per scontato questo dovere proprio di ogni cristiano e non solo degli operatori pastorali, rischia di non nutrire adeguatamente la fede e di renderla debole e incerta. Allora prevarranno le iniziative esterne, il fare e il programmare senz’anima e ci accontenteremo di far stare insieme i ragazzi e giovani, le famiglie o la comunità, ma senza offrire una scelta alla logica del mondo che segue la stessa strada del disimpegno culturale e formativo. L’ ignoranza è la prima schiavitù da combattere perché genera dipendenza e non libertà, acquiescenza  a tutto ciò che non ti impegna e non stimola al rinnovamento e al coraggio di tentare vie nuove, una Chiesa malata che sta a letto e ha paura di farsi male se agisce; una Chiesa incidentata è meglio che malata di paura e di profezia ci ricorda papa Francesco.

Nella prossima Lettera Pastorale i temi centrali riguardano l’iniziazione cristiana, i giovani e l’Agorà del Sociale. Quali saranno i percorsi della Chiesa diocesana?

L’obiettivo è affrontare insieme questi tre ambiti pastorali decisivi per il futuro della nostra Chiesa. L’iniziazione cristiana  sviluppa quei cammini di fede e di evangelizzazione indispensabili per diventare cristiani, perché mai si sono tali sino alla fine della vita, per cui c’è sempre bisogno di mettersi in cammino per accogliere e vivere il Vangelo e renderlo segno di amore anche per gli altri. I giovani in questo sono come la cartina di tornasole di una comunità: se mancano vuol dire che la comunità sta morendo, per cui occorre risvegliare in tutta la nostra Chiesa questo problema vitale che interessa tutti perché interessa il nostro futuro. Bisogna però che i giovani non siano considerati oggetto di cura e adulati in modo paternalistico, ma resi soggetti responsabili del loro futuro, capaci di camminare con le proprie gambe e anche se sostenuti dall’esempio dei loro educatori, liberi di scegliere la propria strada e di aiutare la comunità a rinnovarsi anche profondamente se necessario, perché in loro vive il carisma della novità evangelica e il germe del futuro. San Giovanni Bosco lo insegna a tutti. Credo che i 200 anni della sua nascita dovrebbero immettere uno stimolo propulsiva forte da parte di tutte le nostre comunità e gruppi giovanili, per imitarne l’esempio missionario che lo portava a cercarli e amarli ovunque e in qualsiasi condizione anche morale o sociale vivessero. Credo poi che due siano i punti di forza che vanno posti in atto con maggiore impegno anche da parte delle associazioni e dei movimenti: la valorizzazione dell’oratorio perché diventi volano di una pastorale giovanile e non solo per i fanciulli e ragazzi, aperto sulla strada e punto di partenza per incontrare i giovani ovunque essi si incontrano e nelle loro concrete periferie esistenziali; il problema del lavoro che non può restare estraneo alla formazione dei giovani e all’impegno concreto di orientamento e di sostegno della Chiesa con loro e per loro. L’Agorà del Sociale tende a imprimere un salto di mentalità e di prospettiva in tutte le realtà che operano sia sul piano ecclesiale che civile, un patto sociale comune su cui confrontarsi e lavorare insieme che tenda a ricercare vie concrete di sostegno e risposta a chi vive situazioni drammatiche  di povertà e di disagio sociale, ma anche con una strategia del futuro, per guardare oltre le emergenze e avviare un processo di ripresa non solo economica ma  morale e solidale, con il sacrificio e la collaborazione di tutti. Tre ambiti complementari che devono camminare insieme, offrirci un obiettivo unitario da perseguire e farci agire secondo la logica del fare squadra.

Ostensione della Sindone, bicentenario di don  Bosco e visita del Papa, un tempo straordinario per vivere nell’ordinaria testimonianza del Vangelo?

“L’Amore più grande” è il tema annuale che riassume i tre eventi e vuole indicare un cammino di unità tra tutte le componenti della Chiesa. Ci si confronta e si agisce insieme a partire da questo dono e compito che Gesù ci ha dato: vivere l’amore più grande che Lui ci insegna e ci offre e testimoniarlo con realismo ma anche speranza  in ogni ambito della nostra vita personale, familiare, ecclesiale e sociale. I percorsi di formazione che faremo per tutta la comunità e ogni sua componente si muoveranno su questa linea per dare vita a un movimento dal basso che susciti nella coscienza di ogni cristiano e uomo di buona volontà un salutare sussulto di  gioia e di fiducia nell’amore di Cristo vissuto giorno per giorno soprattutto verso chi più è povero forse di beni ma ricco di questo amore più tanti altri. Dobbiamo renderci dunque disponibili a farci amare oltre che ad amare gli altri, perché se ci immettiamo nella prospettiva di dover ricevere prima che di dare, anche da chi giudichiamo povero e debole, potremo ritrovare lo slancio della generosità e del dono di sé, oggi molto in ribasso per quella diffusa paura e disorientamento che accentua le proprie esigenze individuali rispetto al bene comune. I soggetti principali del giubileo di don Bosco e della Sindone, i giovani e i malati, poveri e anziani saranno dunque posti al centro di questi eventi e anche della visita di Francesco. Il Papa del resto non fa che mostrarci le vie di quella tenerezza e prossimità  che rivela l’amore misericordioso e fedele di Dio di cui ogni persona anche la più  lontana dalla fede sente prepotente la necessità. La nota dell’accoglienza fraterna e amicale delle nostre famiglie, comunità, oratori e strutture di servizio a chi è ammalato o disabile, dovrà caratterizzare l’anno pastorale e questi eventi, mostrando così quanto grande sia l’amore che ci unisce. Essa diventa fonte di vita e di incontro con i pellegrini che verranno nella nostra città per vivere esperienze ricche di fede, di preghiera e di comunione. È una scommessa forte e impegnativa per tutta la Chiesa di Torino ma ne vale la pena perché ne trarrà molto frutto di bene e di fiducia per il suo futuro.

 Luca ROLANDI

Testo tratto da «La Voce del Popolo» del 20 luglio 2014