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14 Marzo 2018

Campi rom, inquinamento, esclusione sociale: mons. Nosiglia risponde ai Comitati spontanei

Lettera letta il 15 marzo 2018 alla riunione nelle Circoscrizioni V e VI
Mons. Nosiglia in visita in un campo Rom a Torino
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L’arcivescovo di Torino, mons. Cesare Nosiglia, ha inviato una lettera ai Comitati spontanei delle Circoscrizioni VI e V di Torino Nord. Il testo integrale è riprodotto qui di seguito e si trova anche in allegato. La lettera è stata letta lo scorso giovedì 15 marzo 2018 in apertura della riunione del Coordinamento dei Comitati; alla riunione ha partecipato Sergio Durando, direttore della Pastorale Migranti diocesana. «La lettera – ricorda Durando – fa seguito alla richiesta dei cittadini di incontrare l’Arcivescovo per presentare una proposta di deliberazione di iniziativa popolare sul superamento dei campi nomadi nell’area Stura e sulla lotta all’inquinamento. La risposta di mons. Nosiglia è stata colta come un segnale di attenzione e vicinanza della Chiesa torinese ad problema molto sentito dalla popolazione residente nei territori delle circoscrizioni V e VI».

Durando sottolinea anche come il documento dell’Arcivescovo inviti tutti a non fermarsi ai singoli problemi ma ad affrontarli nel contesto complessivo di «crescita» della città intera, in uno spirito di autentica corresponsabilità.

 

Ecco il testo della lettera.

 

«Cari cittadini delle Circoscrizioni VI e V,

ho letto con attenzione il vostro documento, inviato al Consiglio comunale e relativo ai campi Rom. Voi sapete bene che più volte mi sono recato a visitare e incontrare i Rom che li abitano, constatando tanti problemi di cui voi stessi parlate e per i quali giustamente siete preoccupati. Già nel 2012 avevo voluto sollevare l’attenzione su questi problemi con la mia Lettera “Non stranieri ma concittadini e familiari di Dio”, indirizzata non solo ai credenti ma a tutti gli abitanti del territorio torinese.

Vi posso assicurare che non mancano nei campi Rom famiglie che vorrebbero vivere in modo civile e dignitoso, ma ne sono impedite da un ambiente dove dominano i violenti, in un clima che favorisce l’assenza di regole e l’illegalità.

Mi ha sempre colpito, inoltre, il fatto che la maggior parte della popolazione dei campi è costituita da minori o giovani: sono loro a subire, prima e più degli altri, le conseguenze del degrado ambientale e civile del territorio. E il degrado delle discariche abusive è provocato non solo dagli abitanti dei campi, ma anche da altre persone e famiglie italiane, che abitano magari anche in località distanti, ma che usano questi terreni pagando a chi gestisce questo commercio abusivo, a scapito degli stessi abitanti dei campi. A completare il degrado ci sono poi i topi, che nella sporcizia diventano ancor più temibili portatori di malattie.

E sono, ancora, i bambini e i giovani ad essere più esposti e più penalizzati: la scuola, che dovrebbe essere un diritto e insieme un’opportunità di promozione umana e sociale, per molti di loro rimane un “sogno lontano”, sia per le difficoltà a raggiungerla coi trasporti pubblici sia per l’insufficiente attenzione delle famiglie.

I problemi non sono dunque solo di ordine pubblico, ma anche culturale e sociale e vanno affrontati insieme a quelle famiglie Rom che sono disponibili, isolando, come voi dite, i facinorosi e violenti che impongono la legge del più forte con attività illecite e dannose per tutta la comunità. Per questo reputo che molte osservazioni e proposte da voi formulate siano corrette e doverose. Come sapete, intorno a questi temi da anni la diocesi di Torino anima e partecipa ai “tavoli di lavoro” che, con le istituzioni, le forze del territorio e gli stessi Rom, cercano soluzioni concrete di inclusione e integrazione.

Circa lo sgombero (che io chiamerei spostamento) occorre, come si sta facendo anche con i rifugiati del Moi, accogliere il parere positivo degli abitanti e offrire loro una alternativa dignitosa.

Desidero però anche sinceramente farvi partecipi di alcune considerazioni che riguardano l’atteggiamento con cui dobbiamo affrontare la questione. Il punto di partenza non deve essere di condanna assoluta dei Rom, visti come una popolazione da rifiutare in ogni modo e da allontanare, senza averli ascoltati e senza averne riconosciuto anche i diritti propri di ogni persona. I comportamenti di alcuni di loro possono essere anche giustamente disapprovati, ma sempre con rispetto al principio fondamentale che la nostra fede e civiltà ci indica in simili casi: la via dell’accoglienza e dell’amore del prossimo ci deve guidare. Questo non significa affatto essere arrendevoli e accettare forme di illegalità e di comportamenti disonesti, ma sostenere ogni persona a comprendere che tali scelte si ritorcono anche contro se stessi e contro quel bene comune che tutti dobbiamo perseguire.

Intendo dirvi con questo che sarebbe un approccio sbagliato quello di giudicare i Rom come il peggio della nostra città, dimenticando invece altre situazioni ugualmente problematiche e più gravi dal punto di vista del danno sociale. Penso alla corruzione, allo spaccio di droghe, allo scarto dei più poveri, all’indifferenza verso chi è in difficoltà. E ricordo una sensazione che condividiamo tutti: il crescere della illegalità violenta e l’insicurezza che si diffonde nei quartieri, del rubare l’anima ai giovani e ragazzi con proposte devastanti la loro personalità in crescita e la loro libertà… Tutto ciò non significa giustificare la situazione dei campi Rom, ma nemmeno demonizzare in modo assoluto e totale tutti i Rom!

Questo è il mio pensiero; e mi auguro che l’iniziativa che avete intrapreso possa proseguire col successo che merita, e che la soluzione di questo problema diventi davvero “qualificante” per le istituzioni e la città intera di Torino, che per tanti aspetti è di modello al Paese.

Grazie comunque del vostro lavoro e vi assicuro che la Chiesa farà la sua parte, come già sta facendo, nei campi con la presenza di associazioni e realtà che operano con i Rom e per la loro promozione sociale e spirituale.

Mons. Cesare Nosiglia

Arcivescovo di Torino»