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12 Gennaio 2015

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Al centro la fraternità
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Dieci parrocchie, nove Comuni, poco più di ventimila abitanti sparsi su un territorio che spazia dalla montagna, la parte occidentale delle Levanne, all’altipiano della «vauda»; un territorio segnato dal torrente Malone che nasce dal monte Angiolino, tocca la frazione Pian Audi e passando poi poco a nord del centro comunale di Corio passa nei comuni di Rocca Canavese, Barbania, Levone e Front; un territorio che si snoda anche lungo la Provinciale 22 che collega Nole, Mathi,Grosso e Villanova. È l’Unità pastorale 24 che racchiude in sé le risorse e le fatiche delle zone di montagna e della seconda cintura cittadina, che sente gli effetti della crisi, ma al tempo stesso risponde con tenacia, che vive l’esperienza dello spopolamento dei territori montani, ma non si rassegna all’abbandono del territorio….

Un’Unità che da un punto di vista pastorale sperimenta e si è rinnovata negli anni, anticipando e precorrendo i tempi e i principi del riassetto diocesano, coinvolgendo attivamente i diaconi e i laici e vivendo l’esperienza della «condivisione» dei parroci. Unità che percepisce l’importanza dei giovani e anche se a volte fatica ad intercettarli, mette in campo tante attività per loro e con loro, riprendendo lo spirito di don Bosco che proprio nella zona ha lasciato numerosi segni del suo passaggio. «La nostra Unità pastorale – spiega don Claudio Baima Rughet, parroco di Corio e Benne di Corio, fino a due anni fa Moderatore (incarico passato a don Silvio Caretto, parroco di Grosso) e oggi Vicario Territoriale per il Distretto Nord – ha vissuto negli ultimi anni da un punto di vista demograficoabitativo tre trasformazioni: una fase di spopolamento in cui molti abitanti soprattutto nelle zone più montane hanno scelto, abbandonando le attività pastorali per impiegarsi nell’industria, di trasferirsi in città, chi a Torino chi a Ciriè; poi una fase di ‘ritorno’ legata al costo più basso di case e affitti e ad una vivacità occupazionale legata alle piccole industrie, e oggi una fase di ‘blocco’, in cui per gli effetti della crisi tanti cantieri sono fermi, tante nuove case sono vuote, tanti che sono venuti ad abitare in zona per i bassi costi abitativi, oggi non riescono comunque ad andare avanti. Se nella zona infatti si è persa una generazione di agricoltori specializzati per diventare operai generici in fabbriche dell’indotto auto o nelle altre industrie come quelle per lo stampaggio a caldo, con la crisi si sono persi molti posti di lavoro e alcune fabbriche hanno chiuso». Hanno cessato la propria attività la Cma di Rocca che ha delocalizzato in Messico e occupava un centinaio di dipendenti, e altrettanti si sono persi alla Lamat, ma altre aziende hanno saputo resistere.

«È il caso ad esempio – prosegue don Claudio – della Varesina Stampi, della Canavera & Audi e della Taurus 80 che sarà visitata dal Vescovo, o della Megadyne di Mathi o della Cartiera: imprese che hanno investito sul territorio, che ancora assumono che sono segni di speranza per la valle. Segni di speranza occupazionale che si riscoprono anche nella capacità degli abitanti del territorio, soprattutto dei giovani, di ‘reinventarsi’ il lavoro tornando ad esempio all’agricoltura, valorizzando le produzioni locali d’eccellenza come quella dei mirtilli, riscoprendo le produzioni artigianali, e puntando sulla qualità della filiera». Segni di speranza che incoraggiano, ma non ancora sufficienti a risollevare tante famiglie in crisi che bussano alle parrocchie dell’Unità, che ne impegnano i volontari. «Crescono le richieste d’aiuto – aggiunge, ma si tratta soprattutto delle famiglie italiane che si erano trasferite da noi allettate dai bassi prezzi degli affitti. Famiglie scivolate in povertà per la perdita del lavoro che non riescono a risollevarsi anche perché hanno sottovalutato la durezza della vita in montagna. Se in città avevano affitti cari, qui devono però pagare ben di più di riscaldamento, se in città avevano servizi pubblici più comodi qui per spostarsi devono usare l’auto, qui non hanno parenti che li possano supportare e tutto diventa più difficile, molti poi, a differenza della gente locale o degli immigrati che si sono trasferiti da noi, non hanno l’abitudine ad arrangiarsi, a vivere con poco.

E i Comuni non hanno molte risorse per far fronte alle difficoltà, per l’assistenza sociale, così sono le parrocchie spesso a sopperire…». Famiglie che cercano nelle parrocchie un aiuto economico, ma anche relazioni, accoglienza. Ed è questo uno dei punti di forza dell’Unità grazie alla presenza di numerosi diaconi. «I diaconi che operano nell’Unità – spiega ancora – sono un bell’esempio di come il loro servizio possa rivitalizzare una comunità, possa supportarla quando anche il sacerdote non vi risiede. Il rischio è che il diacono venga considerato un ‘tappabuchi’. Qui da noi non è così… sono protagonisti della pastorale, un punto di forza, sono ben inseriti e apprezzati e possono veramente rappresentare un modello per quelle Unità che nel corso degli anni si troveranno con sempre meno sacerdoti». Un’Unità ricca di diaconi che collaborano con i sacerdoti, ma dove anche la fraternità sacerdotale contribuisce ad un globale senso di comunione che si percepisce nel confronto tra i preti e nei momenti comuni. «Le nostre riunioni quindicinali del clero – conclude – sono vivaci occasioni di scambio e confronto, sono momenti di preghiera, di ascolto e condivisione reciproca che arricchiscono e non sono solo confronti burocratici.

Anche i sacerdoti della Casa di riposo di Mathi contribuiscono chi attivamente ancora, chi con la preghiera e la vicinanza, a dare un senso positivo di fraternità che inevitabilmente si traduce poi nelle comunità. Comunità che da questo spirito di fraternità e condivisione hanno saputo, anche da parte dei laici più impegnati, come mostrano i lavori dell’équipe, ben interpretare l’essere confluite in Unità pastorale. Hanno colto che l’Unità non è togliere le peculiarità, ma anzi se non è un delegare ad altri diventa arricchimento reciproco. La nostra Unità testimonia che si può stare insieme senza impoverirsi, che si può avere anche un solo parroco su 4 parrocchie senza per questo ‘contare di meno’, che si possono avere meno celebrazioni, ma più curate e partecipate. E se anche le difficoltà ci sono come quella del coinvolgimento dei giovani, le attività pastorali, educative, sportive, si mettono in campo e si condividono e proprio il clima di collaborazione e fraternità spinge comunque ad andare avanti sempre con speranza».

Federica BELLO

Testo tratto da «La Voce del Popolo» del 28 dicembre 2014