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Nel 1852 la città di Torino decise di delimitare con un «muro ed altri provvedimenti» una vasta area di territorio comunale. Ben 16,60 chilometri quadrati di territorio furono circoscritti da un muro continuo aperto solo in alcuni varchi denominati «barriere». La cinta serviva per controllare meglio le merci in entrata a Torino e sottoporle ai dazi previsti. Poco oltre le mura, che al tempo arrivavano quasi fino alla Dora, era situata sulla strada Reale d’Italia che conduceva verso Milano una Barriera denominata appunto «Barriera di Milano» che darà poi il nome al quartiere che sorgerà verso la fine dell’Ottocento. Il moltiplicarsi delle industrie diede vita a massicci fenomeni di emigrazione verso il capoluogo piemontese.
 
«Fu a partire da quegli anni – scrive Tiziana Ciampolini nel suo libro ‘Barriera Fragile’ pubblicato nel 2007 in collaborazione con la Caritas e l’Università Cattolica di Milano – e da quella realtà sociale che il borgo iniziò ad elaborare e strutturare le sue peculiarità sociali e culturali. Barriera di Milano divenne, sia nell’immaginario collettivo che nella sostanza il paradigma del quartiere popolare ed operaio per eccellenza». Dall’esplosione demografica, al boom economico si passa per gli anni ’80 quando le fabbriche iniziano a scomparire sostituite da condomini e centri commerciali. «Se il fiume dell’immigrazione – scrive l’autrice – non è più alimentato vigorosamente dal Sud Italia, oggi la sua portata viene assicurata dai nuovi affluenti provenienti dal Sud del mondo. Si è generato un mosaico di colori, una babele di lingue e costumi che molti rifiutano, riproponendo comportamenti e pregiudizi che si credevano scomparsi».
 
Tra le varie testimonianze presenti nel libro di Tiziana Ciampolini ce n’è anche una di un dirigente scolastico della scuola Pestalozzi che dice di «vedere tanti problemi. Qui abbiamo delle situazioni di povertà vera, sia nelle famiglie straniere che in quelle italiane. Alla Pestalozzi sulle classi prime abbiamo il 70% di stranieri e il 40% delle famiglie italiane seguito dai Servizi Sociali, abbiamo quattro mamme in comunità con i loro bambini. A questa povertà noi ci siamo abituati, ne abbiamo vista tanta negli anni ’70 quando il problema erano i cassaintegrati, perché allora la maggior parte delle famiglie erano operaie».
Massimo PALMISCIANO
Testo tratto da «La Voce del Popolo» del 10 marzo 2013