Una Chiesa in cammino sinodale nell’anno della Misericordia

In una intervista su «La Voce del Popolo» l'Arcivescovo Nosiglia traccia le linee pastorali per l'anno giubilare 2016

Alle spalle, un anno assolutamente straordinario, con l’ostensione della Sindone e la visita – di due giorni – del Papa alla nostra città. Il 2016 appena iniziato si presenta, per la Chiesa torinese, come un anno ricco di «sfi de» che sembrano richiedere non solo una partecipazione formale ma un coinvolgimento profondo dei credenti. Con mons. Nosiglia proviamo a tracciare un quadro di questa situazione, complessa e stimolante. Viviamo una stagione di Chiesa in cui i gesti e le parole del Papa hanno un impatto decisivo, sono insieme insegnamento ed esempio.

Come si fa a trasmettere anche la pienezza del loro significato, e inserirli nel cammino di vita della Chiesa?
La presenza e la parola di Papa Francesco penetrano nelle coscienze e nella stessa azione pastorale delle nostre comunità a cominciare dai sacerdoti ma certo non vanno considerati a sé stanti: sono parte integrante di una via per promuovere una conversione personale e comunitaria, che interpella lo stile di vita e di missione della Chiesa e il suo rinnovamento. Come ha detto con chiarezza il Papa a Firenze: «la riforma della Chiesa non si esaurisce nell’ennesimo piano per cambiare le strutture ma significa innestarsi e radicarsi in Cristo lasciandosi guidare dallo Spirito. Allora tutto sarà possibile con genio e creatività». L’impegno è dunque quello di non aver paura di liberarsi di tanti bagagli inutili o di chiudersi in difesa per timore di perdere posizioni o privilegi ma di buttarsi con coraggio dentro le periferie esistenziali della gente per annunciare e vivere con gioia il vangelo della misericordia.

Il Papa a Firenze ha parlato di «sinodalità»: cosa significa, come si attua?
La sinodalità non è solo un metodo ma è il desiderio di cercare e crescere insieme sulla strada dell’ascolto e del dialogo reciproco valorizzando l’apporto di tutti i membri del popolo di Dio, e in particolare i poveri e gli ultimi. Lo stile sinodale pertanto si oppone a due atteggiamenti contrapposti ma ugualmente negativi nella vita della Chiesa: il clericalismo e l’autoreferenzialità sia individuale che di gruppo. Il primo considera il dono dalla propria vocazione (sia presbiterale, diaconale e laicale) non come un servizio ma come potere dominante che decide ed esige il da farsi sulla base di una investitura dall’alto. Il secondo ha della Chiesa una visione circoscritta e chiusa nel cerchio della propria parrocchia, esperienza o gruppo di appartenenza. In questa prospettiva si inserisce anche il proseguimento del riassetto della diocesi di Torino. Nasce dall’esigenza di accogliere la sfida della «Evangelii Gaudium» di Francesco. Non è semplicemente una questione organizzativa, anche se i problemi che la Chiesa di Torino ha in rapporto alla crisi del clero, l’invecchiamento, sono reali. Ma il senso è di inserirsi in un contesto di Chiesa che vuole essere più missionaria e per esserlo ha bisogno che tutte le componenti della comunità, a cominciare dai laici, si attivino per rendersi corresponsabili nella vita interna e nell’«uscire fuori», per portare il Vangelo in tutti gli aspetti e ambienti della vita.

Come prepararsi a questo cammino?
Lo stile sinodale oggi deve ancora maturare, la gente resta spesso passiva, delega. Io propongo sempre un’immagine da realizzare in concreto: non più la Chiesa piramide ma la Chiesa circolo: ci si guarda in faccia, ci si ascolta, poi c’è punto di riferimento comune: Gesù Cristo. Il problema della mancanza di preti non va enfatizzato. È naturale che, nella nostra memoria storica, si faccia riferimento a periodi in cui c’era abbondanza, ma il punto non è nel limitarsi a paragonare passato e presente. Ci sono parrocchie anche piccole che possono sentirsi «orfane» senza un sacerdote solo per loro. Proprio perché questo passaggio è delicato, bisogna che oggi si consolidi e cresca in «qualità » la comunione tra i fedeli, e tra comunità e comunità.

Quanto si è fatto finora con le Unità pastorali va in questa direzione?
Sì, se realizzata bene, in termini non solo funzionali ma di formazione, promozione di questa mentalità, sia nel clero che nei laici, può essere un passaggio intermedio importante per il riassetto.


La Chiesa continua a soffrire una stagione di scandali, e dunque di sconcerto e disagio tra i fedeli e nella società. Quale riflessione può aiutarci a comprendere e «superare» questa fase?
Nel Vangelo si dice che è inevitabile che ci siano scandali, ma guai a coloro che li compiono perché sarebbe meglio per loro che si mettessero una macina di asino al collo e si gettassero in mare. La condanna è dunque severa e forte. Credo comunque che Dio sa scrivere diritto sulle righe storte degli uomini, come dice il proverbio popolare, e pertanto il fatto che vengano alla luce comportamenti e scelte deplorevoli permette di affrontarle più facilmente e trovare vie terapeutiche appropriate per superarle.

Un altro terreno di confronto è quello della famiglia, che il dibattito sulle unioni civili impone all’attualità.
La famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna in cui i figli possano usufruire dell’apporto congiunto di un padre e di una madre è sempre stata e resta tutt’oggi l’architrave fondamentale della nostra civiltà e della vita di ogni persona. Per cui va salvaguardata, promossa e sostenuta in ogni modo. Nelle conclusioni del Sinodo sulla famiglia si dice con chiarezza: «Non esiste alcun fondamento per assimilare o stabilire analogie seppure remote tra unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia». L’attuale disegno di legge sulle unioni civili in discussione in Parlamento formalmente non parla di matrimonio omosessuale, ma di fatto in diversi punti equipara le norme proprie del matrimonio sancito dalla nostra Costituzione come fondamento della famiglia naturale, alle unioni omosessuali. In materie così delicate i compromessi ed equilibrismi politici che vogliono dare un contentino a tutte le lobbies rischiano di produrre uno sgorbio sia giuridico che culturale e sociale; e le conseguenze negative ricadranno proprio sulle famiglie.

Ne è una prova evidente la norma più controversa e grave del disegno di legge che riguarda la possibile adozione da parte di uno dei membri della coppia omosessuale di essere riconosciuto come genitore del figlio del compagno, che apre inevitabilmente la porta all’utero in affitto e non rispetta il diritto fondamentale di ogni bambino di poter contare su un padre e una madre, indispensabili figure parentali che ne garantiscono la crescita armonica e serena. Prevale così l’egoismo degli adulti che impongono ai bambini quello che ritengono più bello o giusto per se stessi mentre i piccoli «decadono», quasi fossero un prodotto da manovrare come meglio pare e piace.

Una serie di indicatori fanno presagire un calo nel numero dei preti, nei matrimoni religiosi e nella scelta dell’insegnamento della religione. Si va verso una diminuzione di presenza incisiva della Chiesa nella società?
La crisi delle vocazioni sacerdotali e l’invecchiamento del clero sollecita a potenziare la preghiera e la pastorale vocazionale rendendo sempre più responsabili e protagonisti nelle parrocchie ogni battezzato e in particolare i laici. Anche la figura dei diaconi permanenti sta diventando sempre più un punto di riferimento. In quanto ai matrimoni la migliore consapevolezza di chi si sposa con il sacramento garantisce la celebrazione con fede e dà vita a una famiglia testimone esemplare di un di più che Cristo offre ad ogni coppia cristiana. Lo stesso si può dire per la scelta dell’insegnamento della religione nella scuola dove la testimonianza di tanti ragazzi e giovani esalta la libertà di quel «se vuoi…» di Cristo al giovane ricco.

Il Papa a Torino: qual è il cuore del suo messaggio per noi?
Francesco ci chiede di non lasciarci paralizzare dalle paure del futuro e cercare sicurezze in cose che passano o in un modello di società chiusa che tende a escludere più che includere. Questo è anche uno stimolo a non sottovalutare le notevoli potenzialità che in campo spirituale, culturale e sociale abbiamo per investirle con coraggio non solo per conservare ma per innovare sia la Chiesa che la società, il mondo del lavoro come quello dei giovani a cui il Papa ha detto «non vivacchiate ma vivete», prendendo in mano con fiducia e responsabilità il vostro futuro. Papa Francesco ha anche invitato ad attuare l’Agorà sociale…
La solidarietà tra le generazioni nasce dal superare la cultura dell’estraneità e della separatezza tra adulti e giovani che è presente addirittura in tante famiglie e nella stessa comunità cristiana e civile. Il patto si realizza nel fare insieme per costruire una identità nuova e adeguata ai tempi e alle esigenze umane, interiori e professionali dei giovani. Le vie sono: una scuola meno autoreferenziale e aperta al mondo del lavoro e della società; investimenti nuovi sul tema del lavoro che rappresenta oggi il problema principale dei giovani; dare responsabilità effettiva ai giovani nelle varie cabine di regia della politica, della cultura, della stessa Chiesa; incoraggiare l’intraprendenza e la creatività giovanile.

Il forte richiamo dei poveri è il perno dell’insegnamento e della testimonianza di papa Francesco. Lei ha parlato più volte di due città una che sta bene e l’altra spesso «invisibile » che stenta a uscire dal tunnel della povertà. Che cosa propone per superare questa impasse?
Il punto decisivo sta nel promuovere a tutti i livelli di cittadinanza la cultura e la prassi dell’incontro rispetto a quella dello scarto che produce solo miseria. Il Papa a Torino ha detto che la Chiesa non è per l’assistenzialismo ma per il Vangelo che salvaguarda e promuove l’uomo e la società sul piano della giustizia oltre della carità. Se l’attuale situazione di emergenza esige anche la risposta a bisogni primari come il mangiare, il vestire, le utenze e gli affitti, deve prevalere però l’obiettivo di far sì che ogni persona acquisti la sua indipendenza e autonomia mediante percorsi di inclusione sociale adeguati alle sue qualità e possibilità.

Quali priorità per l’anno nuovo, per la Chiesa e per la città?
È nel «tutti insieme»: solo facendo rete, ma seriamente e con la voglia di puntare uniti su una piattaforma di azioni concrete, si può sperare di uscire dalla crisi. Partendo da questo obiettivo è possibile decidere le priorità che l’Agorà ha individuato nella formazione, nel lavoro e nel nuovo welfare. La formazione è l’investimento più prezioso. Anche una cultura del lavoro oltre che la qualificazione adeguata aiuta l’orientamento e la ricerca di una professione che trovi poi sbocchi innovativi. Il welfare che promuove la persona e la mette in grado di camminare con la proprie gambe rappresenta un ambito privilegiato da perseguire con cura.

(testo tratto da «La Voce del Popolo» del 17 gennaio 2016 a cura di Marco BONATTI)

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