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Concilio: cosa cerchiamo?

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Bisogna avere almeno 55 anni per un ricordo un po’ vivido del Vaticano II. Al di sotto di quell’età la memoria è già istituzionalizzata e filtrata da codificazioni successive. Quasi tutti gli attori di quell’avvenimento ecclesiale sono scomparsi; restano alcuni periti, allora giovani teologi, come Joseph Ratzinger, ora Benedetto XVI, Hans Küng e non molti altri. Quarant’anni, in questo caso, vuol dire un altro tempo e un’altra generazione. Dall’avvenimento ci separa un intervallo che lo consegna dalla memoria alla storia. Da un lato la distanza indebolisce la partecipazione viva della memoria, ma dall’altra può favorire l’approccio mediato e analitico della ricerca storiografica e teologica.

 
 
Tra storia e teologia
La distanza temporale ci consente dunque di avviare una conoscenza storica abbastanza precisa della sequenza dell’intero Concilio: l’annuncio, la preparazione, lo svolgimento, il passaggio da Giovanni XXIII a Paolo VI, le Costituzioni, i Decreti e le Dichiarazioni, la conclusione. Ognuno di questi passaggi può essere ricostruito con ampia documentazione di archivio. Sono disponibili gli indispensabili «Atti» e molta documentazione parallela, dalle note personali a documenti sparsi di ogni parte del mondo.
 
Storia e teologia contribuiscono a introdurci nell’evento in modo diverso, necessario e complementare. Su ampia base documentaria si è costruita la monumentale Storia del Concilio Vaticano II a cura di un’équipe internazionale guidata da Giovanni Alberigo. La ricostruzione si presta a discussione, tra cui si possono segnalare quelle del recente volume di A. Marchetto, «Il Concilio Vaticano II. Contrappunto per la sua storia». Ogni ricostruzione implica scelte interpretative delicate e importanti. È inevitabile. Non ci sarà né di questo né di altri avvenimenti una ricostruzione neutra. In ogni caso, la ricostruzione storica ci permette di avvicinarci alle intenzioni dei promotori e a quelle degli attori nelle loro varie funzioni (Padri conciliari, teologi). Anche in questo caso non tutto è trasparente e l’indagine storica deve affinare i suoi strumenti, per ricostruire e stabilire elementi indispensabili alla comprensione dell’insieme e dei dettagli.
 
Molto più ampia è la discussione teologica, fin dall’indomani della conclusione dell’assise. Vari bilanci sono stati fino prodotti, spesso in occasione dei ricorrenti decennali. La pratica della teologia oggi è segnata, spesso ma non sempre, dal sigillo inequivocabile del Concilio, per cui ci troviamo in un rapporto circolare necessario e delicato allo stesso tempo. La teologia ma anche la storia portano con sé delle precomprensioni, consapevoli e non, che occorre imparare a esplicitare: che cosa cerchiamo davvero nel Concilio?
La teologia, chiamata in causa in particolare nello studio e nell’approfondimento dei documenti in cui si è cristallizzato il Vaticano II, si muove su almeno due livelli. Il primo lo potremmo definire esegetico. Si tratta di ricavare attraverso l’analisi dettagliata il senso delle affermazioni conciliari sia in singoli passi sia dalla natura specifica dei documenti. Che cosa significa ad esempio «Costituzione pastorale» per la Gaudium et spes? Qual è il rapporto tra un capitolo e l’altro della Lumen gentium?
 
Il secondo livello è più arduo perché riguarda l’interpretazione. C’è un criterio teologico unificante? Di fatto e con base documentaria, ne sono stati proposti molti, e non sempre a loro volta, se non unificabili, almeno coordinabili. I documenti sono omogenei nella dottrina? A questo proposito occorre tener presente un rilievo estremamente problematico; alcuni teologi hanno notato ed evidenziato la natura di compromesso di molti documenti o di alcuni passi particolarmente importanti. Era necessario e inevitabile? È un limite grave? Il compromesso può essere assunto in una lettura superiore o è e resta tale, con tutte le conseguenze che ne derivano? Quale può essere l’evoluzione del compromesso? La domanda è delicata perché da questa struttura testuale si può già arguire che del compromesso si potrà mettere in luce l’uno o l’altro degli aspetti. Si pensi alla tensione tra l’ecclesiologia giuridica e l’ecclesiologia di comunione, che coabitano nei testi conciliari ma forse non nell’applicazione: a favore di chi e con quali proporzioni?
 
I documenti, dunque, portano in sé una pluralità e questa viene accentuata dalla lettura che se ne può dare. Il Vaticano II, l’avvenimento e i documenti, sono ormai entrati da quarant’anni in una complessa storia di ricezione. La prima ricezione da sottolineare sono i cambiamenti indotti nella vita dei credenti e della Chiesa: la liturgia, il rapporto con la Scrittura, la revisione dell’autopercezione della Chiesa e del suo rapporto con il mondo, l’ecumenismo, ecc.
Ogni documento conciliare ha indotto atteggiamenti nuovi, spesso ben accolti, talora guardati con dubbio od ostilità. C’è stato sicuramente qualcosa di «rivoluzionario» e si deve certamente ammettere che molto è cambiato nella vita della Chiesa; resta però aperto il dibattito se si deve accentuare di più la continuità o la rottura, e non è una questione solo teorica o storiografica.
 
C’è un altro livello della ricezione. La parola del Concilio è risuonata in molti altri documenti (la loro produzione è in crescita esponenziale, con gravi rischi di inflazione magisteriale). Ricordiamo innanzitutto le Encicliche, con le loro tonalità diverse: «Evangelii nuntiandi» e «Tertio millennio ineunte», «Octogesima adveniens» e «Sollecitudo rei socialis», ecc.
Altri documenti segnano questa storia. Il più importante, dal punto di vista ecclesiologico, è stato il nuovo Codice di Diritto Canonico. Domanda: ha recepito davvero ciò che ha indicato la Lumen gentium, ad esempio per quanto riguarda la collegialità e il rapporto tra Chiesa universale e locale (diventata particolare)? L’impostazione adottata per il Catechismo della Chiesa cattolica è all’altezza delle intuizioni della Dei Verbum? Il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa prosegue o arresta la prospettiva aperta dalla Gaudium et spes?
 
40 anni sono pochi?
Quarant’anni sono pochi e tanti allo stesso tempo. Pochi, dicono gli storici, per la ricezione, si spera fedele, di un Concilio. Tanti per l’accelerazione dei nostri tempi. Su questa divaricazione si possono fare alcune rapide annotazioni esplorative.
Il Vaticano II ha aperto o chiuso un’epoca? Tendo a pensare che in sé è stato un grandioso esame del passato, soprattutto quello moderno, con un aggiornamento e un ristabilimento di equilibri, che ha comportato la riscoperta di elementi andati perduti ma già patrimonio della Chiesa (la Chiesa come popolo di Dio, sacramento e mistero, la Scrittura, la libertà religiosa, ecc.). Da questo punto di vista si può forse dire che il Vaticano II chiude e chiude bene un’epoca, ricuperando fonti vitali e indispensabili. Ma apre davvero quella successiva? Se sì, in che senso?
Il mondo dal 1965 è profondamente cambiato e sono mutati anche i problemi che questi cambiamenti pongono alla Chiesa. Nei documenti conciliari non si trova il termine secolarizzazione. L’attenzione pastorale dei Padri era concentrata sull’ateismo ma già a metà degli anni Sessanta il problema si stava spostando, almeno in Europa. I documenti conciliari presentano la prospettiva dell’Europa e del nord America e quasi nulla del Sud del mondo. Eppure di lì a poco si incominciò a parlare, e si dovrà farlo sempre di più, di «terza Chiesa alle porte» (e a W. Bulhmann costò averne parlato tempestivamente).
 
Anche la Chiesa è cambiata, non sempre secondo le previsioni, talvolta euforiche, dell’indomani del Concilio. Due difficoltà apparse successivamente – e in parte già allora in atto ma non forse ancora con evidenza – segnalano attenzioni non approfondite. Il Vaticano II ha parlato molto dei vescovi, come il Vaticano I aveva parlato solo del Papa. Il ministero presbiterale ha avuto poco attenzione. Ed è quello che oggi porta il peso della vita della Chiesa sul fronte diretto della conduzione delle comunità, con le loro complessità e contraddizioni, e deve fare i conti con una grave crisi di numero, almeno in Europa. Il Vaticano II ha dato molto lustro teologico ai laici, ma la ricezione pratica pare essersi mossa in una linea diversa. Certo molti laici (e gli stessi diaconi) oggi sono ampiamente impegnati nella vita ecclesiale, spesso però soltanto per sostituire quanto fino a non molto tempo fa facevano i presbiteri. Di fatto le responsabilità dei laici (per non parlare delle donne) nella vita della Chiesa sono persino arretrate rispetto a ruoli occupati, ad esempio negli anni Cinquanta, ai tempi della nascente e ancora in gran parte sconosciuta teologia del laicato.
L’immagine pubblica della chiesa oggi sono il Papa e i Vescovi; preti e laici sono quasi sempre solo sullo sfondo. Ma questo è il futuro?
 
Oreste AIME