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Quarant’anni dopo

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Il frutto del Concilio che ancora non è maturato, a 40 anni dalla conclusione del Vaticano II (8 dicembre 1965), è quello di un laicato «adulto». In questi otto lustri di laici si è parlato moltissimo; un’infinità di cammini, dentro e fuori la Chiesa, si sono aperti, che prima erano sbarrati o impensabili. La fine di un certo tipo di «militanza» all’interno delle organizzazioni ecclesiali ha creato le condizioni per una diaspora quanto mai feconda di laici credenti verso attività ed esperienze originali e diverse, che hanno contribuito a realizzare quel rinnovato rapporto tra Chiesa e mondo che il Concilio stesso ha individuato in documenti come la «Gaudium et spes» e la «Apostolicam actuositatem».

 
 
Ma proprio lo schiudersi di prospettive nuove aiuta oggi a ricordare meglio l’«essenziale» da perseguire: all’interno della Chiesa non è la ripartizione di ruoli ed incarichi ad essere decisiva; e, nel mondo, non sono i confronti e le esperienze fine a se stesse a «fare valore». Conta invece, più di ogni altra cosa, la formazione delle persone. Cioè: il vero primo impegno – laicale, ecclesiale – consiste nel contribuire a crescere donne e uomini liberi, consapevoli, corresponsabili. In questo compito non c’è progresso tecnologico che possa sostituire la «sapienza educativa», – dei genitori, della famiglia, degli insegnanti, degli educatori, come della Chiesa. Anzi: l’illusione che sia possibile considerare la «formazione» delle persone un problema di tecniche d’apprendimento ha rivelato, in questi 40 anni più che mai, tutti i suoi limiti. Senza un quadro di riferimenti morali e civili, quali persone si formano, quali «cittadini»?
E il discorso dei valori non riguarda certo soltanto la dimensione religiosa né l’ispirazione cristiana: il vuoto prodotto dall’indifferenza etica, dai pensieri deboli, dal pluralismo che azzera tutto sta producendo intolleranza e fanatismo proprio nelle società che più si vorrebbero «moderne» e «avanzate»; e questo è problema che interroga, molto prima dell’appartenenza religiosa, l’identità dell’intera società civile.
 
 
La grandezza del Concilio è stata, anche, quella di riuscire a far traboccare la speranza rinnovata dei cristiani in quella del mondo intero. Gli anni in cui si celebra il Vaticano II sono gli stessi del primo «disgelo», in cui guadagnano spazio le speranze di un confronto mondiale fra i blocchi su un terreno diverso da quello della guerra fredda. La Chiesa «madre e maestra» di Giovanni XXIII è la stessa che, con Paolo VI, parla alle Nazioni Unite chiedendo con forza una pace «incarnata», che si realizzi non solo in grandi gesti simbolici ma nella prassi quotidiana della politica e della diplomazia, attraverso la cooperazione allo sviluppo, il confronto multilaterale, le organizzazioni sovranazionali.
Anche per questo motivo fa riflettere come, nei nostri stessi giorni di 40 anni dopo, ci si ritrovi in un panorama così stravolto e distante da quelle speranze. La guerra in Iraq voluta dagli Stati Uniti nel 2003 ha diviso l’Occidente e continua a dividerlo ogni giorno di più. Mentre i successori di Paolo VI, Giovanni Paolo II come Benedetto XVI, hanno ribadito con chiarezza che non c’è nessuna guerra di religione, che non si cerca lo «scontro di civiltà», la loro voce è stata sovente coperta da una propaganda di segno opposto, in nome di una «esportazione della democrazia» che forse riguarda la libertà economica delle imprese, ma molto meno i diritti delle persone e le politiche sociali.
 
Oggi in nome dell’«emergenza terrorismo» vengono clamorosamente sospesi alcuni diritti fondamentali dei cittadini – come è accaduto in Inghilterra. Gli Stati Uniti fanno sapere di aver usato spazi aerei e «case sicure» in vari Paesi europei, nel quadro di operazioni che non sono mai state autorizzate da nessun Parlamento; il Segretario di Stato americano le spiega ribadendo che il fine (la «lotta al terrorismo internazionale») giustifica sempre e comunque i mezzi (la violazione sistematica, programmata e dichiarata, dei diritti fondamentali presenti in tutte le Costituzioni occidentali). Così la categoria dell’«emergenza» vorrebbe poi allargarsi e prevalere sui diritti, e in realtà sulla politica: ad esempio, se non puoi o non vuoi fermare la protesta sociale delle banlieues, imponi il coprifuoco – come accade in Francia, grazie al cinismo elettorale di un ministro.
 
Per molti versi stiamo vivendo un ritorno alla società feudale, in cui gli interessi consolidati e i privilegi dei «poteri forti» contano e pesano ben più dei diritti generali di uomini e popoli. Una società in cui il «bene comune» è quello che tutela prima i profitti degli azionisti delle multinazionali e poi, se possibile, le legislazioni locali e sovranazionali che pure disciplinano la tutela dell’ambiente, i tempi e le condizioni di lavoro, ecc. Per conferma chiedere agli operai cinesi, ai ragazzini indonesiani, ai coltivatori di caffè dell’America Latina, ai malati di Aids di Africa o Brasile.
Il principale tratto distintivo della nuova società feudale è che si può parlare di tutto, gli strumenti di comunicazione abbondano, di informazione ce n’è fino alla noia: ma le notizie che contano, le denunce delle ingiustizie, faticano molto di più a «diventare politica», proprio perché l’abbondanza di canali e strumenti, il pluralismo col bilancino, hanno ridotto l’informazione a merce svalutata e inflazionata, annegandola nell’indifferenza consumistica dell’intrattenimento.
 
Che c’entrano i laici con tutto questo? In fondo, è anche dalle nostre scelte di cittadini consapevoli, di credenti responsabili – di gente libera, insomma – che dipende, almeno qui in Occidente, più di quanto pensiamo. La coerenza di vita, le opinioni che siamo capaci di veicolare e valorizzare, gli stili di consumo che pratichiamo sono le prime «scelte politiche» che operiamo. E in questo il Concilio, 40 anni fa come oggi, ci incoraggia a non avere paura e a non perdere la speranza.
 
Marco BONATTI