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E fu “Messa beat”…

La riforma vista da Massimo Nosetti, musicista di fama internazionale
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Un piccolo altare rivolto verso il popolo e un gruppo di giovanotti che, sistemati su di un lato della navata, davano sfogo ad un certo numero di decibel emessi dai loro strumenti amplificati: questo fu il primo incontro con la riforma liturgica voluta dal Vaticano II rimasto nella mia memoria di bambino verso la metà degli anni ’60. Gli stupiti fedeli venivano rassicurati dal buon parroco (già avanti negli anni e certamente non avanguardista) che quella era la nuova via voluta dalla Chiesa per, ricordo esattamente le sua parole, «aiutare i fedeli a partecipare più intensamente».
Pochi anni dopo cominciò la mia collaborazione quale organista liturgico «ingaggiato» dalle suore dell’oratorio per suonare alla Messa d’inizio anno scolastico e alle prime comunioni. In quelle occasioni si ritornava all’uso di un normale harmonium, a canti estratti dalle navigate antologie ceciliane o alle prime melodie con testo italiano (antifone, corali e quant’altro) che le raccolte pubblicate dalla Elle Di Ci stavano diffondendo. La domanda che mi sorse spontanea a proposito del far musica in chiesa, quella di un ragazzino di otto anni che non aveva certo idea di cosa avesse detto la Sacrosanctum Concilium, era sul perché si volesse sostituire un repertorio che riusciva, bene o male, a coinvolgere addirittura i ragazzi delle elementari e i loro parenti barattandolo con una novità tanto rumorosa quanto chiusa alla partecipazione dell’assemblea.
 
Dopo quasi quarant’anni attraverso i quali la mia attività di musicista mi ha sempre legato fortemente al servizio liturgico, mi capita ancora oggi di pormi la stessa domanda. L’esempio di storia vissuta in prima persona sopra citato mi porta a pensare che, pur con tutte le migliori intenzioni, spesso quella prima fase del rinnovamento liturgico-musicale fosse dettata più dall’ansia di un cambiamento a tutti i costi, dall’esigenza di uscire da moduli ormai per troppo tempo più o meno stancamente reiterati che non dalla riflessione pacata su cosa, come e per chi cambiare. Episodi «selvatici» di quel tipo non erano poi così infrequenti nelle chiese italiane degli anni ’60 ma, in alcuni casi, si sono poi estesi per pigrizia o convenienza lungo un arco temporale troppo lungo, non più giustificabili dall’ardore del primo momento.
 
Le condizioni comatose, allora come oggi, della cultura musicale italiana, coinvolgendo purtroppo anche buona parte del clero, sono state poi un terreno fertile per far transitare nelle nostre chiese durante quattro decenni ogni sorta di proposte musicali, alcune buone e molte scadenti, avvallate da tanti responsabili ecclesiastici solamente per la presenza di un testo italiano (e non sempre di fattura decente) e per una presunta funzionalità liturgica, senza badare troppo né alla coerenza teologica né, men che mai, alla dignità musicale (pur chiaramente richiesta dalla Sacrosanctum Concilium al cap. VI, n. 121).
 
Per uno strano fenomeno l’Italia è la nazione dove maggiore è stata la produzione a stampa di musica a destinazione liturgica (o spacciata come tale dalle case editrici… cattoliche) ma è probabilmente ancora la nazione dove il popolo canta di meno in chiesa a dispetto della puerilità (che si sposa spesso alla banalità) di molte melodie che si sono fregiate dell’etichetta di «liturgico» anche quando scimmiottavano (e in modo poco professionale) gli atteggiamenti di varie frange della musica d’intrattenimento alla moda.
 
All’interno del panorama nazionale la nostra diocesi può dirsi fortunata nell’aver avuto la guida di alcune persone illuminate che hanno saputo gestire in modo moderato (qualche morto a causa del troppo zelo vi fu anche da noi… ma le rivoluzioni non sono mai incruente) il transito da un sistema all’altro, promuovendo nel contempo con dedizione la sensibilizzazione al canto delle nostre assemblee parrocchiali. Ai torinesi si deve anche l’invenzione, nel 1969, di una delle prime raccolte post conciliari di canti destinati al popolo, Nella Casa del Padre, giunta oggi alla quinta edizione. Pur nella inevitabile disomogeneità del livello musicale del suo contenuto questo testo, ormai utilizzato in buona parte d’Italia, ha avuto il merito di arginare le proposte stilisticamente più estreme indicando nel contempo una serie di modelli di canti percorribili con dignità da ogni tipo di assemblea.
 
Per opposto a ciò, l’ansia di «dover» far cantare il popolo a tutti i costi unito alla frequente unidirezionalità interpretativa del significato di «partecipazione attiva» dei fedeli ai riti (n. 14), intesa da molti solo come necessità di un intervento «fisico», ha spesso fatto perdere di vista altri benefici. In particolare i momenti di silenzio o di ascolto adeguato, proposto nei tempi più consoni (di cui l’attuale liturgia è ricca), con la scelta di musiche che sottolineino il carattere della celebrazione. Un’opportunità che può anche divenire veicolo prezioso per una «educazione al bello» già sottolineata autorevolmente dall’allora card. Ratzinger nel volume «Rapporto sulla fede». (Vittorio Messori, A colloquio con Joseph Ratzinger, San Paolo, 1985).
 
Da questo consegue l’esigenza di promuovere attori musicali, organisti e altri strumentisti, Scholae Cantorum e direttori, preparati liturgicamente e musicalmente che, ponendosi a servizio della comunità, possano essere d’aiuto, esempio e stimolo all’assemblea tralasciando le diatribe che, per qualche tempo, hanno inutilmente opposto i musicisti, forse troppo legati ad una concezione immobilistica del «far musica» in chiesa, ai liturgisti, forse troppo angustiati dal fantasma di «derive reazionarie» che un certo tipo di musica evocava in loro.
 
Anche se il ricordo di qualche avventura estrema assume ormai il sapore di un’epopea lontana (rammento quella di un parroco del veronese che murò la porta di accesso all’organo poiché ormai ritenuto non più adeguato alla moderna pratica liturgica), alcune indicazioni della Sacrosanctum Concilium a proposito della musica attendono ancora, un po’ in tutta Italia, un’attenzione più particolare. Mi permetto di sottolineare il n. 113 per quanto riguarda la possibilità di un maggiore ri-utilizzo anche da parte dell’assemblea (abbandonando i pretestuosi timori circa l’incomprensibilità dei testi) di canti in lingua latina, almeno per le parti dell’ordinario, come esortato al n. 54 (è un problema cultuale e culturale allo stesso tempo che provoca un gap notevole tra noi e molti altri paesi d’Europa e non solo). È così il n. 115 sulla formazione e la pratica musicale nei seminari (oggi quasi inesistente), il n. 116 sulla riappropriazione, attualizzata in un corretto contesto liturgico, di tutto il patrimonio storico della musica sacra che, sempre più, sta diventando purtroppo solo appannaggio dei circuiti musicali laici quando non cade addirittura nell’oblio totale.
 
Dopo oltre 35 anni di esperienza personale quale musicista impegnato nella liturgia mi sembra di poter affermare che molti dei problemi lamentati, da una parte e dall’altra, a proposito della musica sacra italiana siano nati solo dalle ristrette visioni di parte e dalle conseguenti interpretazioni limitative date ai dettami conciliari. La pratica musicale attiva (da me svolta a Torino in prevalenza presso S. Rita e la Cattedrale) e i contatti avuti nei miei numerosi viaggi all’estero mi hanno radicato nella convinzione che, in presenza di professionalità e onestà intellettuale, la convivenza tra «nova et vetera» diviene non ostacolo ma stimolo per un’esperienza liturgica dove la musica, eseguita in prima persona oppure ascoltata e interiorizzata, offre alla preghiera uno strumento tra i più suggestivi ed efficaci.
 
Massimo NOSETTI