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20 Aprile 2012

«La parrocchia. Quale futuro?»: ritratto con tramonto

Martedì 15 maggio giornata di studi alla Facoltà Teologica di Torino
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Martedì 15 maggio, presso l’Aula Magna della Facoltà Teologica in via XX Settembre 83 a Torino, l’Archivio Teologico Torinese e la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale – Sezione di Torino hanno organizzato una giornata di studi su «La Parrocchia. Quale futuro?».
 
Di seguito il resoconto pubblicato su «La Voce del Popolo» del 20 maggio 2012 a firma del direttore Marco Bonatti:
 
Ritratto di parrocchia. Con tramonto
 
Altro che «fontana». Col villaggio diventato globale anche la parrocchia deve fare i conti diversamente: il tempo e lo spazio della gente si sono dilatati ben oltre i confini canonici. Si vive qui ma si mangia altrove, si lavora in un altro posto e i figli vanno a scuola vicino a dove abita la nonna… Tutte cose che si sanno. Ma a cui non si fa troppo caso, abituati come siamo ai nostri schemi consolidati. Quando però la realtà, coi suoi mutamenti profondi e radicali, ci viene presentata tutta in una volta, prenderne atto è inevitabile. Grazie dunque a Facoltà e Archivio teologico, e al professor Routhier, che hanno provveduto a ricordare come una certa immagine di parrocchia sia davvero finita, nel tempo della «fine della cristianità». Mentre non finisce, naturalmente, il bisogno di comunità né quello di identità di Chiesa – parrocchiale, diocesana, universale. A riprova dell’interesse (e dell’urgenza) del tema c’è la grande partecipazione, di parroci e non solo, alla giornata di studio di martedì scorso nel Seminario di via XX Settembre.
 
Sembra essersi concluso il modello di parrocchia stanziale, immobile perché adatta a un tempo in cui ci si muoveva poco, e si passava la vita dentro il gruppo sociale in cui si era nati. La modernità sempre più veloce ha fatto tramontare insieme, oggi, sia la parrocchia medievale rafforzata dal Concilio di Trento, sia la parrocchia «fontana del villaggio» come l’aveva in mente Giovanni XXIII nel Vaticano II.
 
Gilles Routhier, professore «québecois», dottore in Teologia, specializzato in Ermeneutica del Vaticano II, ha presentato una sintesi fascinosa del mutamento in atto, partendo appunto dalla «fontana del villaggio» e dai mutamenti con cui le tecnologie hanno definitivamente cambiato gli scenari anche della religiosità. Ma prima di lui sono stati i Vicari torinesi, don Danna e i 4 «Vet», a raccontare quel cambiamento attraverso le cifre concrete della diocesi subalpina. È forse la prima volta che il ragionamento sui numeri della Chiesa torinese viene portato a oggetto di riflessione e di «studio», senza una finalizzazione pastorale immediata e fuori dal contesto o dall’urgenza di un qualche «programma» da attuare. Anche per questo il ritratto emerso dai racconti del Vicario generale e dei Vicari territoriali offre un’immagine della diocesi che non è la «solita».
 
Se le curve verso il basso sono note (meno preti, età più alta, parrocchie senza parroco residente), ci sono anche realtà che «emergono», disegnando possibili modelli nuovi. È il caso di alcune Unità pastorali fuori Torino, dove a partire dalla vita comunitaria dei sacerdoti si prova a inventare un modo nuovo di presenza sul territorio. Oppure è il caso delle canoniche «abbandonate» dai preti nelle piccole parrocchie, in cui si insediano diaconi o piccole comunità con il compito di animare la vita ecclesiale. In città la situazione è diversa perché i numeri e i servizi complessivi delle parrocchie sono ancora molto rilevanti; e perché la «mobilità pastorale» si incrocia con molte variabili – lavoro, tempo libero, scuola, sport, servizi culturali.
 
Nella relazione – provocazione di Gilles Routhier i dati torinesi si inquadrano benissimo. Finita la «stabilità» sociologica del medioevo e dell’età moderna, la parrocchia ha bisogno di diventare un luogo «altro»: non più organizzatore e controllore delle dinamiche sociali ma testimone e annunciatore dei «doni escatologici», di una salvezza che, pur incarnandosi precisamente nelle nostre vite quotidiane, deve essere capace di portarci oltre il tempo e lo spazio. Routhier indica nella liturgia il cuore e la chiave per interpretare questo cambiamento: perché la liturgia è l’«interruzione» dello scorrere del tempo umano e l’irruzione del «tempo di Dio» nelle nostre storie.
 
Era così con la domenica e le feste della civiltà contadina: perché non immaginare uno scenario in cui le celebrazioni, ma anche le ore della preghiera e lo stesso anno liturgico vadano a interpretare la «festa» delle persone nella modernità? E poi, non solo la liturgia: l’«interruzione» è anche lo spazio della profezia, così come Gesù «interrompe» la tristezza e l’autocommiserazione dei discepoli a Emmaus. Così come i miracoli segnano una frattura, vengono a smascherare le certezze degli uomini e a riproporre una presenza di Dio che, anche dopo la fine della cristianità, non è certo scomparsa dalle nostre storie.
Marco BONATTI
 
In allegato la locandina e il depliant del convegno.