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Nati dall’Azione Cattolica

Dopo il Vaticano II lo Statuto della svolta: «scelta religiosa», primato della formazione
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Dice il teologo Pesch (e ha ragione) che del Concilio Vaticano II si parla solo in occasione di anniversari tondi : 20 anni, 30 anni e via scandendo. Allora ci siamo. Oggi i temi sono questi: la Chiesa dopo il Concilio, la parrocchia dopo il Concilio, la pastorale dopo il Concilio. Dunque, anche l’Azione Cattolica dopo il Concilio. Argomento per altro abbastanza intrigante perché la storia dell’Azione Cattolica di questi 40 anni e la sua insistenza sulla fedeltà al Concilio hanno provocato spesso dibattiti e anche polemiche sui comportamenti ed i progetti della stessa Chiesa. A sua volta il convegno di Loreto con il Papa e centinaia di vescovi (alle precedenti Assemblee si contavano sulle dita di una mano, e poi ancora) non poteva non riportare «il fatto» Azione Cattolica in primo piano.

 
Ma andiamo con ordine. L’Azione Cattolica è uscita dal Concilio accreditata, definita, raccomandata. Il Decreto sull’Apostolato dei Laici ne indicava caratteristiche e finalità al numero 20. Ma, per quei paradossi che non mancano mai nella storia della Chiesa, fu proprio il Concilio a provocarne un ridimensionamento sul piano dei numeri. Di qui una sorta di latente oblio nella vulgata clericale. Allegri preti postconciliari amavano chiedere: «ma c’è ancora?». Avevano altro da fare, magari quei gruppetti ad personam che duravano un paio d’anni e poi sparivano.
Questo effetto del Concilio era inevitabile. Infatti: a) il Concilio definiva che ogni credente ha un diritto-dovere in proprio a fare apostolato, vale a dire in virtù del proprio battesimo e non per via di un mandato della Gerarchia: un apostolato che poteva svolgersi sul piano personale ma anche promuovendo gruppi e aggregazioni; b) sul Concilio si riversò un fatto spurio, la contestazione proveniente per osmosi dalla società civile, ispirata alla demolizione di ogni istituzione; l’A.C., come associazione «della» Chiesa, non poteva non farne le spese.
 
Va detto con chiarezza che quel ridimensionamento fu un bene. Esso lasciava intatta una storia ecclesiale, ma anche tutta italiana, di grande valore e nel contempo poneva fine ad una «forza» eccessiva che nei nuovi tempi creava più problemi di quanti non ne risolvesse. Coi suoi tre milioni di iscritti l’A.C. sarebbe stata fatalmente trascinata su terreni non proprii a cominciare da quello politico. Certamente negli anni precedenti la sua forza aveva servito il Paese e con molto merito. Basti pensare alla battaglia del 1948, allorché le risorse necessarie a salvare la democrazia in Italia furono attinte proprio dall’Azione Cattolica. Ad essa si deve se furono evitati all’Italia 40 anni di regime bulgaro. Così come, sul versante opposto, le si deve di aver fatto fallire, opponendosi al suo stesso presidente Gedda, la cosiddetta operazione Sturzo che avrebbe associato cattolici e destre.
 
Passate le emergenze, vissuta con passione la stagione del Concilio, era venuto il tempo per l’A.C. di ripensare se stessa così come la Chiesa nel Concilio aveva ripensato se stessa. Questa rielaborazione della propria cultura e della propria identità comportò un lavoro lungo, guidato da una grande figura del cattolicesimo italiano, Vittorio Bachelet, poi assassinato dalle Brigate Rosse, e con la partecipazione di figure eminenti dal laicato. Fra queste alcuni torinesi, come l’avvocato Giovanni Dardanello, presidente diocesano, Antonio Amore, presidente centrale dei giovani e, salvo errore, il giurista Silvio Golzio. Ne uscì un nuovo Statuto dell’Associazione, approvato da Paolo VI nel 1969.
 
Con questo Statuto si definiva una nuova chiarezza negli impegni e nei compiti di questa storica Associazione, riassunta nell’espressione di «scelta religiosa». La quale, in parole povere, significava che compito dell’associazione era l’evangelizzazione, la formazione delle coscienze, la proposta di idee che valessero a ispirare ogni comportamento cristiano nella società. Che era poi un inverare le parole di San Paolo: «ciascuno stia attento a come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù cristo» (Cor. 3,9-11).
Questo era possibile dando una fisionomia nuova e tutta conciliare al laicato, cui spetta il compito di mediare tra la fede e la sua concreta realizzazione a favore degli uomini e delle donne del nostro tempo. Gente della statura di Giuseppe Lazzati, Leopoldo Elia, Alberto Monticone, Giorgio Campanini e tanti altri fece scuola, ricordando l’autonomia delle realtà temporali e quindi anche della politica. Nella politica il laico doveva operare non in nome della Chiesa, ma della propria coscienza cristiana e sotto la propria responsabilità.
 
L’ispirazione conciliare era evidente e rigorosa, se è vero che la Gaudium et Spes ammoniva: «si faccia una chiara distinzione tra le azioni che i fedeli, individualmente o in gruppo, compiono in proprio nome, come cittadini, guidati dalla coscienza cristiana, e le azioni che essi compiono in nome della Chiesa in comunione con i loro pastori» (G.S. 76). Salta agli occhi l’attualità di questo monito, ora che c’è la coda dei politici che vogliono baciare l’anello al Papa, sperando che i cattolici ci caschino.
 
La scelta religiosa era di una trasparenza evidente, eppure fu la causa di interminabili e spesso stucchevoli polemiche. I nuovi movimenti, a forte connotazione presenzialista, la accusavano di disimpegno o di spiritualismo disincarnato. Ci si mise anche il «filosofo» Buttiglione per sostenere in scritti e pamphlet che la posizione dell’Azione Cattolica era di ispirazione protestante. Più tardi il settimanale «Il sabato» attaccò duramente Lazzati, impossibilitato a difendersi perché morto da un pezzo. La cosa finì con una denuncia dell’associazione «la Rosa bianca» presso il tribunale diocesano di Milano. Nel contempo l’Associazione doveva anche fronteggiare la fronda clericale al suo interno, minoritaria ma con forti entrature in Vaticano e alla Cei. Lo ha fatto con pazienza, ma tenendo sempre la schiena dritta («obbedire in piedi» diceva Bachelet).
Facciamola corta. Oggi la Cei, soprattutto ad opera del suo segretario mons. Betori, ha fatto uno sforzo per ricompattare le aggregazioni cattoliche consacrando un nuovo orientamento proprio al convegno di Loreto. Qui giunse anche il consenso e l’adesione di don Luigi Giussani, ormai ai suoi ultimi mesi di vita, ma sempre lucidissimo e pieno di passione per la Chiesa. L’A.C. non poteva non essere al centro di questo progetto e anche nella nostra diocesi il card. Severino Poletto vi si sta impegnando a fondo.
 
In tutta questa storia conciliare, spesso tribolata e dura, l’Azione Cattolica ha tenuto la rotta giusta? Ci ha provato. Diffondendo le idee del Concilio, difendendole, applicandole. Tanto che le grandi figure dell’episcopato come i cardinali Ballestrero e Martini le furono vicini anche nei momenti più difficili. Oggi si è convinti che l’Azione Cattolica è di tutta attualità nella Chiesa, la quale ha bisogno certo anche di «animatori», ma soprattutto di formatori. Così come ha bisogno di grande chiarezza, assalita come è dall’orda dei postulanti in cerca di voti, forieri di disordine e di sospetti nei riguardi della Chiesa stessa. Infatti, come ricorda Enzo Bianchi «quando la polis proclama che ‘la Chiesa serve’ e la Chiesa afferma: la società ha bisogno di noi, allora la tentazione dell’alleanza emerge con forza e la Chiesa non risulta più fedele alla missione conferitale dal suo Signore!».
 
Da questo pasticcio l’Azione Cattolica si è tenuta fuori. Chi, lasciati gli impegni associativi, ha prestato il proprio servizio alla politica non ha mai invocato il suo passato nell’Associazione, proprio perché essa è istituzionalmente «della» Chiesa. Personalità come Leopoldo Elia, Francesco Casavola, Alberto Monticone, Rosy Bindi, Raffaele Cananzi, Franco Monaco, oltre che il «socio» storico Oscar Scalfaro, rispondono in proprio delle loro scelte. Né l’associazione li chiama a rendere conto. Piuttosto, accogliendo una precedente raccomandazione dei Vescovi, l’Azione Cattolica sente il dovere di essere coscienza critica della società e del Paese.
All’interno della Chiesa, poi, continua a confermare la propria «diocesanità» e la propria radicazione parrocchiale. È così che, come in passato, cerca di porre riparo alla dispersione per gruppi e alla suddivisione per «chiese» parallele in una situazione che rischia di danneggiare la missione stessa della Comunità. Anche queste non sono posizioni facili. Uno sport molto praticato è quello di ritenere «la parrocchia superata», ma intanto la gente comune fa riferimento lì e non altrove. E quindi lì bisogna stare, nella tenda piantata presso le case degli uomini.
L’Azione Cattolica non è più la forza di mezzo secolo fa, quella dei tre milioni di iscritti. Meglio così. Ma, come ha scritto Leonardo Zega su «La Stampa» con le parole del salmista «tutti là siamo nati».
 
Davide FIAMMENGO