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Quando Dio ritrovò il suo popolo

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Con la costituzione «Lumen Gentium» il Concilio tornò a pensare la Chiesa non come società perfetta ma «popolo di Dio»

 
 
Concilio, 40 anni dopo: non sono mancate le celebrazioni, i convegni, gli studi specifici, così come gli interventi a carattere più espressamente divulgativo. Né hanno fatto difetto i ricordi personali di chi può dire di aver assistito, sia pure a titolo diverso, a questo straordinario evento ecclesiale. Ricordi sempre avvincenti perché capaci di ricostruire il clima di quegli anni, di esprimerne le attese e la speranza e di mostrare, specie a chi non c’era, che anche il Vaticano II, come ogni altro Concilio, è stato un fatto di Chiesa che ha toccato, per così dire, la carne della Chiesa.
 
 
Qualunque rievocazione porta però con sé le sue virtualità e i suoi tranelli. Un suo pregio è quello di costringerci a ricordare e a mantenere la fedeltà a quanto si ricorda; un suo possibile rischio è quello di pensare che il tempo sia in fondo una maledizione, che la storia sia una cascata di decadenze e che il meglio che si possa fare è di rammentare il passato e cercare di aderirvi il più possibile. Difficile è fare tesoro dei pregi senza inciampare nei tranelli. Ma è uno sforzo indispensabile quando si tratti di ri-evocare, di richiamare alla mente e al cuore il Concilio. Perché il tempo, nella vita della Chiesa, è sempre anche un tempo di grazia, un tempo in cui agisce lo Spirito Santo, che aiuta a interiorizzare, a meglio comprendere, a rendere attuale e vivo quanto è stato vissuto, detto, pensato: ed è, in fondo, l’apertura alla voce dello Spirito l’unica possibilità per essere veramente fedeli a quanto è avvenuto nel passato. Non si può dunque rievocare oggi il Concilio senza considerare che questi quarant’anni possono rappresentare anche una grazia, perché sono stati anni in cui i testi conciliari hanno potuto cominciare a depositarsi e a crescere nel cuore dei credenti e della Chiesa.
 
Tutto ciò mi sembra particolarmente evidente se, a distanza di quarant’anni, rileggiamo la Lumen gentium, costituzione conciliare che tratta della Chiesa e documento estremamente significativo perché evidenzia uno dei principali desideri che hanno animato la convocazione e i lavori conciliari: quello di dire, in modo nuovo, che cosa la Chiesa pensava di se stessa. Un desiderio andato a buon fine, come testimonia il giudizio che un grande teologo e perito al Concilio, Karl Rahner, diede del Vaticano II: si tratta – disse lui – del primo Concilio della Chiesa dedicato al tema della Chiesa!
Ma che cosa fu immediatamente percepito della Lumen gentium? All’indomani del Concilio e per alcuni anni l’accento, di molti specialisti come dell’«opinione pubblica», cadde sul fatto che la Lumen gentium aveva ripreso a parlare della Chiesa come del «popolo di Dio». Ciò significava rompere con il modo in cui, per secoli, si era normalmente considerata la Chiesa: come «società perfetta», di cui interessavano primariamente gli aspetti esteriori e giuridici e che, proprio per questo, era chiaramente suddivisa in due «categorie» di cristiani, i chierici da un lato e i laici dall’altro. È fin troppo evidente che riprendere a parlare della Chiesa come del popolo di Dio a cui appartengono tutti, prima di qualunque distinzione di compito e ministero, significava richiamare la pari dignità e la pari responsabilità di tutti i cristiani.
 
Ciò era reso ancora più lampante dalla collocazione che, nel testo definitivo, veniva ad occupare l’importante capitolo che tratta del popolo di Dio. Infatti, nei precedenti schemi di lavoro, si era proposto di parlare del popolo di Dio dopo aver parlato della costituzione gerarchica della Chiesa, ovvero dopo aver parlato dei ministri ordinati e specialmente dei vescovi. Se le cose fossero andate così, con «popolo di Dio» si sarebbero intesi soltanto i laici. Alla luce della discussione conciliare, il testo definitivo della Lumen gentium, presenta il capitolo sul popolo di Dio prima di quello sulla costituzione gerarchica della Chiesa, e prima di quelli dedicati ai laici e ai religiosi. Il risultato è chiaro e si commenta da sé: al popolo di Dio apparteniamo tutti, e il fatto di essere cristiani è più determinante del modo in cui poi ci troviamo ad esserlo.
 
Con il tempo, però, questa giusta accentuazione ha corso dei pericoli: non rammentando sempre bene quale sia la sorgente della nostra comune dignità di cristiani, si è potuto interpretare il popolo di Dio in senso esclusivamente sociologico, cominciando a discutere, come si è soliti fare in altri contesti sociali, soltanto di diritti, ruoli, poteri, ecc. Quaranta anni possono essere in tal senso salutari a richiamare con più forza quanto, forse, non è stato subito colto e rimarcato: che cioè la Chiesa è anzitutto vista dalla Lumen gentium come mistero, ovvero come luogo della presenza del Dio unitrino nella storia e che in quanto tale è il popolo di Dio.
Ciò significa riconoscere che la nostra dignità di appartenenti al popolo di Dio è anzitutto fondata sulla presenza in noi dello Spirito Santo che ci conforma a Cristo e, in Lui e per Lui, ci conduce al Padre: una dignità, perciò, che richiede di essere custodita e fatta crescere; e che spinge ciascun cristiano a riconoscere che non è autenticamente ecclesiale quel fare che non sgorga da una reale «vita in Cristo».
Un analogo ragionamento lo si potrebbe imbastire a proposito del modo specifico di essere Chiesa dei laici. All’indomani del Concilio, e proprio per l’accento posto sull’essere tutti popolo di Dio, i laici hanno giustamente ripreso ad abitare, con più determinazione e familiarità, la «parte interna» delle nostre comunità cristiane. Molti hanno sentito così il fascino e la responsabilità di partecipare agli organismi consultivi e, soprattutto, di svolgere dei ministeri, nella catechesi, nella liturgia, nella dimensione caritativa delle comunità cristiane.
 
Forse non si è ugualmente sottolineata l’importanza di «essere Chiesa» nei luoghi feriali della vita: la famiglia, il lavoro, la politica, il sindacato… Quaranta anni di distanza possono essere utili per interiorizzare quanto, con il linguaggio e gli strumenti teologici dell’epoca, la Lumen gentium ha comunque affermato: l’indole secolare dei laici, il loro essere Chiesa anzitutto sulle strade e nei luoghi del mondo, il loro essere, sin d’ora, germe della trasfigurazione di questo nostro mondo.
Si potrebbero ovviamente sottolineare molti altri aspetti. Era però importante richiamare che il tempo trascorso, in quanto è pieno di quello stesso Spirito Santo che ha abitato l’assise conciliare, ci ha aiutato e ci aiuterà ancora a discernere ciò che della stessa Lumen gentium può essere segnato dalla contingenza e quanto è invece vivo e sempre più attuale per la nostra vita ecclesiale.
Ma il tempo della Chiesa non è solo tempo visitato dallo Spirito Santo. È anche il tempo di noi uomini, delle nostre chiusure, delle nostre paure e del nostro peccato. Anche questo sono forse stati questi quaranta anni. La Lumen gentium richiamava il valore dei carismi di ciascuno e dunque della necessità di «fare sinodo», di camminare insieme, di cogliere l’importanza dell’altro. Sin dalle prime battute, la costituzione conciliare presentava la Chiesa come sacramento «dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano», implicitamente dichiarando che è il luogo di una autentica vita fraterna. Che ne è di queste prospettive a quaranta anni dalla Lumen gentium? Non sarebbe effetto di un vero «sentire ecclesiale» il negare che alla novità degli inizi è talvolta subentrata la stanchezza, la delusione, la fretta di realizzare, non importa se con l’altro o senza l’altro. Perché la vita fraterna richiede pazienza: e il peccato, come dice sant’Ireneo, è un peccato di impazienza.
 
È impossibile negare che talvolta si sono affinati tutti i possibili strumenti della comunione ecclesiale, senza coltivare a dovere la crescita dello spirito di comunione. Ciò va detto, non per nutrire inutili rimpianti, ma per leggere con sempre maggiore realismo che cosa sia significato il trascorrere di questi quaranta anni: significa che qualcosa è stato scritto; ma che molto, della Lumen gentium, resta ancora da scrivere, nella vita della Chiesa, come in quella dei vescovi, dei preti, dei religiosi, dei laici, ciascuno secondo la sua propria e specifica responsabilità ecclesiale.
 
Roberto REPOLE