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Quando parla Dio

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 La situazione di partenza

 
Tutte le confessioni cristiane sono convinte che la base della fede del credente è offerta dalla rivelazione portata da Gesù e diffusa dagli Apostoli, sotto la guida dello Spirito. Ma oggi dove la si può trovare? Da secoli si discute sulle «fonti della rivelazione», soprattutto da quando gli iniziatori del movimento protestante hanno inalberato il vessillo della «sola Scriptura». Essi insistevano talmente nell’affermare che unica regola della fede è il dettato della Scrittura (o Bibbia) da non fare posto a un discorso sulla tradizione della Chiesa e tanto meno sul suo magistero. La posizione cattolica si espresse con la rigida formula delle «due fonti della rivelazione»: la Scrittura e la tradizione. Ma come per lo più accade, le posizioni molto rigide stanno strette a chi le assume: in campo protestante l’interesse per la tradizione si manifesta in molti modi; in campo cattolico il rapporto tra le due «fonti» non risulta facile da spiegare. Vescovi e teologi, 40 anni fa, si preparavano al Concilio con il desiderio di fare chiarezza su questo problema.
 
Un altro problema era quello del metodo da seguire per trovare il vero senso dei testi della Scrittura. La Bibbia è un libro antico: lo si deve studiare come si fa con i libri antichi? Il metodo più usato da oltre due secoli è chiamato «metodo storico critico». Ma si può essere «critici» con la Bibbia? Oppure, con ancor maggiore radicalità: si può non essere «critici»? La Chiesa ha sempre affermato che nella Bibbia Dio manda il suo messaggio servendosi di uomini che parlano alla maniera umana: ha senso allora trattare i testi degli autori biblici in modo diverso da come si trattano i testi di altri autori antichi? Ma se li si tratta in modo «critico» e «storico» come quegli altri testi, non c’è il pericolo di impoverire il senso pieno di quei testi «sacri», oppure di dubitare di quello che essi ci raccontano sugli avvenimenti di quei tempi lontani? La discussione su questi problemi era costata sudori e sofferenze nei settant’anni precedenti il Concilio e la stessa autorità della Chiesa aveva adottato atteggiamenti non sempre identici. Anche su questo punto si sperava di ottenere una parola chiarificatrice.
 
Dibattiti e polemiche non avevano potuto arrestare un movimento trasversale alle diverse confessioni, il «movimento biblico». Anche in campo cattolico, a cominciare dai paesi nordici e forse per influsso della prassi delle vicine comunità protestanti, da un paio di secoli venivano intraprese iniziative per una diffusione capillare e vitale della conoscenza del testo e del messaggio biblico. Le iniziative si trasformarono in vero «movimento», anche nei paesi neolatini, a partire dalla fine dell’ottocento. In Italia si moltiplicarono gli sforzi per portare il vangelo nella vita quotidiana e si tennero congressi un po’ ovunque. A Torino grande animatore fu il salesiano don Cojazzi (una delle guide di Pier Giorgio Frassati) e vi si tenne un congresso nazionale negli anni venti. Nell’ultimo dopoguerra la diffusione della Bibbia in campo cattolico visse un momento di grande entusiasmo e all’inizio del Concilio la «Bibbia di Papa Giovanni» (la chiamavano anche «la Bibbia da mille lire») aveva già venduto alcuni milioni di copie. I Vescovi sentivano che un momento così straordinario doveva essere studiato, sfruttato, pilotato.
 
Al Concilio giungevano Vescovi dalla grande esperienza pastorale, ma con pareri disparati, su qualche punto divergenti. In realtà un grandissimo numero era in attesa di orientamenti. Il Papa lasciava grande libertà al lavoro di tutti, intervenendo per lo più solo per sbloccare situazioni che stavano irrigidendosi. Si conoscevano i nomi dei teologi più famosi che partecipavano come esperti. Il cardinale Frings, Arcivescovo di Colonia, si era portato un giovane professore dell’università di Bonn, Joseph Ratzinger, che nel 1962 aveva 35 anni e che faceva già parlare di sé.
 
 
La stesura
Sul nostro argomento nel 1962 era già stata formulata una proposta scritta, ma il testo finale venne approvato solo nelle ultime settimane del Concilio, e il Papa Paolo VI lo promulgò il 18 novembre 1965. Era passata molta acqua sotto i ponti del Tevere e il documento che ora abbiamo in mano è molto differente da quello della prima proposta, ma tanto lavoro era riuscito a convincere tutti i padri conciliari, al punto che nella votazione finale su 2350 votanti dissero sì 2344 e solo 6 no. La presenza dello Spirito Santo si era fatta sentire efficacemente.
Il testo della costituzione «Dei Verbum» è breve: solo sei capitoli. Incomincia riaffermando la certezza (comune a cristiani ed ebrei) che Dio non lascia l’uomo solo, ma gli parla. Nella storia l’ha fatto a più riprese e in molti modi, a partire dalla creazione dell’uomo. Ci sono stati momenti particolari in questa comunicazione.
 
La fede dei cristiani è convinta che la rivelazione per eccellenza è stata quella di Gesù Cristo: tutta la vita di Gesù è stata rivelazione, sia le parole sia le azioni. Gesù agiva in comunione intima con lo Spirito Santo e dopo la sua partenza da questo mondo lo Spirito rimane l’anima della continuazione della sua rivelazione. In concreto i canali attraverso i quali si trasmette la sua rivelazione agli uomini di tutte le epoche sono la Scrittura (la Bibbia) e la tradizione della Chiesa. Circa il modo con cui queste due realtà interagiscono il Concilio dà una risposta guardinga e illuminante: esse sono «congiunte e comunicanti…, formano in certo qual modo una cosa sola e tendono allo stesso fine…; accade così che la Chiesa attinge la certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Scrittura» (DV, n. 9).
 
È inoltre particolarmente importante l’affermazione della vitalità della tradizione: «Questa tradizione di origine apostolica progredisce nella Chiesa con l’assistenza dello Spirito Santo» (n. 8).
 
Due terzi del documento sono poi dedicati a quella forma della rivelazione che è la Sacra Scrittura o Bibbia (capitoli 3-6). Essa nasce, per «ammirabile ‘condiscendenza’ dell’eterna sapienza», da quella forma misteriosa di collaborazione fra due «autori» che chiamiamo «ispirazione»: Dio ha scelto degli uomini perché, «agendo egli in essi e per loro mezzo, scrivessero come veri autori tutte e soltanto quelle cose che egli voleva che fossero scritte» (n. 11).
L’ultimo capitolo è dedicato alla verifica di ciò che accade della Bibbia nella vita della Chiesa: se ne deve favorire in tutti i modi la comprensione e quindi deve essere tradotte nelle lingue parlate dagli uomini di oggi, deve essere costantemente usata come ispirazione dello studio della teologia, della catechesi e di ogni iniziativa pastorale. Soprattutto se ne deve promuovere la lettura in forma comunitaria e in privato.
 
 
Dopo il Concilio
La «Dei Verbum» è stata accolta molto favorevolmente, non solo in campo cattolico ma anche nel mondo protestante. Essa insegnava che la rivelazione, prima di essere un contenitore di formule di fede da credere, era l’offerta che Dio faceva di se stesso agli uomini manifestando i suoi segreti, entrando nella loro storia e lasciandovisi coinvolgere; insegnava a mettere al centro della vita interiore dell’uomo e di tutta la sua ricerca la parola di Dio; insegnava infine criteri preziosi di interpretazione dei testi sacri, tenendo conto del fatto che tutta la Bibbia è opera dell’unico Dio e allo stesso tempo di tanti uomini, ognuno con le sue caratteristiche di cultura e con i suoi condizionamenti. Erano le ragioni che richiedevano e giustificavano una lettura «spirituale» della Bibbia e contemporaneamente giustificavano un equilibrato approccio critico ad essa.
 
Quali sono state le conseguenze di questo documento? Per il teologo lo studio della rivelazione ha acquistato un respiro più sereno e ampio; per l’esegeta, che cerca il senso del testo biblico, si sono moltiplicate le iniziative per favorire questo studio in un clima idoneo; per gli animatori della vita pastorale è stato programmato uno sforzo di grande impegno per fare entrare sempre più la conoscenza e l’accettazione della Bibbia nella vita della gente.
 
Viene da domandarci come sarebbero andate le cose in questo campo se non ci fosse stata la «Dei Verbum». Abbiamo visto che il movimento biblico era avviato e che il metodo storico-critico stava acquistando sempre più diritto di cittadinanza anche tra gli studiosi cattolici. Eppure con il Concilio tutto acquistò ufficialmente diritto di cittadinanza e la base stessa della Chiesa si rese conto che quel discorso non era un «optional» per gruppi elitari ma si imponeva come conseguenza dei fondamenti della fede.
 
In campo cattolico si moltiplicarono iniziative e istituti di studio e di insegnamento, con una efficacia di influsso che si trasmetteva dalle istituzioni della Chiesa a quelle civili: le stesse università si aprirono sempre più a discipline di argomento biblico. Anche in Italia ebbe inizio una ricerca biblica che sfociò in parecchie imprese editoriali di vario impegno. Parallelamente furono elaborati programmi sistematici di «apostolato biblico» o «catechesi biblica». Il Cardinale Bea, che aveva avuto tanto influsso nella formulazione del nostro documento, aveva temuto che la «Dei Verbum» sarebbe stata considerata per gli argomenti di studio che essa trattava, ma che gli argomenti di indole pratica del suo ultimo capitolo sarebbero stati ritenuti un’appendice pro-forma. Per fortuna non fu così, perché a livello mondiale sorse la «Federazione Biblica Cattolica» e a livello nazionale nella CEI un settore dell’Ufficio Catechistico Nazionale fu dedicato alla catechesi biblica. Inoltre con l’Ufficio liturgico si stabilì una stretta collaborazione per quella traduzione della Bibbia che fu chiamata la «Bibbia CEI», di cui stiamo attendendo che si pubblichi la revisione elaborata negli anni ’90.
 
In chiusura devo però ricordare un’affermazione controcorrente: la Bibbia è il libro più diffuso, ma è anche il libro meno conosciuto e meno letto. C’è dell’esagerazione, ma non tanta. Il Concilio ha confermato un orientamento della sensibilità cristiana, ha chiarito le idee su problemi impegnativi e ha incoraggiato programmi di studio e di impegno per la diffusione della conoscenza della Bibbia. Ma quella Parola continua a conservare il suo mistero e a proporre cose che l’uomo d’oggi sente forse più estranee che l’uomo di altri tempi. La fedeltà al Concilio continua a esigere un’attenzione operosa sempre rinnovata e sempre inventiva.
 
Giuseppe GHIBERTI